Resistenza Oggi n. 8 – Colonialismo, postcolonialismo e disorientamento: 5 percorsi per sconfiggere una memoria ambigua (ottobre 2021)

Uno dei redattori del quotidiano “La Stampa” nel 1912 (Giuseppe Bevione citato da A. Del Boca, Italiani brava gente? 2005) descrive in questi termini lo scenario africano che si apre ai conquistatori della Libia: “Ho veduto gelsi grandi come faggi, ulivi più colossali che le querce. L’erba medica può essere tagliata dodici volte all’anno. Gli alberi da frutta prendono uno sviluppo spettacoloso. Il grano e la melica danno, negli anni medi, tre o quattro volte il raccolto dei migliori terreni d’Europa coltivati razionalmente. L’orzo è il migliore che si conosca ed è accaparrato dall’Inghilterra per la sua birra. […] La vigna dà grappoli a grandezze incredibili, a venti e trenta chili per frutto. I datteri sono i più dolci e opimi che l’Africa produca”. I giornali e le riviste del tempo svolsero un importante ruolo nel propagandare l’impresa coloniale.

Nei suoi taccuini dall’Eritrea, nella località di Decameré, Ennio Flaiano il 16 novembre 1935 annota: “Un soldato scende dal camion, si guarda intorno e mormora: “Porca miseria!”. Egli sognava un’Africa convenzionale, con alti palmizi, banane, donne che danzano, pugnali ricurvi, un miscuglio di Turchia, India, Marocco, quella terra ideale dei films Paramount denominata Oriente, che offre tanti spunti agli autori dei pezzi caratteristici per orchestrina. Invece trova una terra uguale alla sua, più ingrata anzi, priva di interesse. Lo hanno preso in giro”.

I racconti fantasiosi della propaganda e il disorientamento di quel semplice soldato continuano fino ai nostri giorni se l’argomento sul quale si riflette riguarda le tematiche relative al colonialismo e ancor di più se si discute di quell’ampio e indefinito materiale al quale si è soliti affibbiare l’etichetta di postcolonialismo.

Questo nostro ottavo numero di “Resistenza oggi” è dedicato al tema del colonialismo italiano: argomento trattato da una cerchia di storici sempre più ampia e da una letteratura che negli ultimi anni inizia a trovare un suo pubblico; entrambi sembrano non avere la capacità di incidere sul discorso pubblico e sulla costruzione di un senso comune storico che su questo argomento stenta a delinearsi persino negli ambienti educativi. Naturalmente nessuna pretesa di esaustività, ancora meno di tipo accademico, in questo nostro fascicolo; come sempre l’obiettivo è quello di accendere un riflettore su un argomento poco trattato, attraverso l’offerta di materiali che nel loro insieme creino dei percorsi di lettura ben documentati, ma soprattutto finalizzati a possibili ulteriori approfondimenti. In questo caso i percorsi sono cinque: la storiografia, gli scrittori italiani che hanno affrontato il tema in uno dei loro romanzi, le prove letterarie di autori afroeuropei e soprattutto afroitaliani, gli interventi di commentatori attenti al tema della memoria storica da un lato e della acquisizione della cittadinanza italiana dall’altro.

Nella nostra titolazione oltre che al disorientamento, l’altro aspetto che abbiamo voluto sottolineare è quello della costruzione di una memoria storica ambigua. Per fare solo un esempio nella “Guida dell’Africa orientale italiana” del 1938 del Touring Club (esattamente due anni e quattro mesi dalla data del 9 maggio 1936, nella quale Mussolini da Palazzo Venezia proclamava al mondo il ritorno dell’impero), si poteva leggere questo passaggio particolarmente indicativo: “L’Abissino … è di carattere chiuso, molto orgoglioso, volubile e, come tutti gli orientali, dissimulatore e accorto parlatore. Il Gàlla e il Sidàma sono in generale di carattere più aperto, generosi, facili all’entusiasmo, ma deboli di volontà, mutevoli e indolenti. Il Somalo è in generale d’intelligenza sveglia, generoso, ma anche spesso indolente e dissimulatore. In generale, tutti coloro che sono venuti a contatto con gl’Italiani riconoscono la nostra superiorità e i vantaggi della nostra civiltà; e soprattutto i giovani accolgono con gioia le novità che l’Italia porta dovunque, imparano con sorprendente rapidità l’italiano e sono pronti a lavorare e progredire. Tutti hanno un senso acuto della giustizia e dell’autorità. Gl’Italiani, con il loro carattere umanissimo e con l’istintiva penetrazione psicologica, hanno già stabilito un equilibrio nei rapporti con gl’indigeni: non altezzosità e separazione assoluta, ma superiorità e comprensione. Occorre trattare con giustizia e bontà, ma senza debolezza; saper diffidare è buona regola; troppa familiarità è fuori luogo. Gli Eritrei e i Somali sono orgogliosi di appartenere da gran tempo all’Italia e di aver contribuito alla conquista dell’Impero; ascari e dubat godono di grande prestigio in tutta l’Africa Orientale Italiana. Essi si considerano di fronte agli abissini, quasi pari agl’Italiani e loro naturali collaboratori. Di questo spirito e dei loro meriti, riconosciuti solennemente dal Governo fascista, è doveroso tener conto nel trattare con loro; scambiarli per etiopici sarebbe grave offesa e ingiustizia”.

Il nostro tentativo è quello di andare alla ricerca di una sottile linea nera che parte dalle prime imprese coloniali già nella seconda metà dell’Ottocento e attraverso le vicende storiche del fascismo prima e della storia repubblicana dopo, arriva, grazie soprattutto al racconto del linguaggio letterario e di quello giornalistico, fino alle problematiche odierne di forte attualità politica; dal razzismo al tema della cittadinanza, dalle questioni legate a emigrazione e immigrazione, a quelle della politica estera dei vari governi italiani soprattutto nei confronti di quelle che tradizionalmente sono state le colonie italiane: Libia, Etiopia, Eritrea, Somalia. Una linea nera che si presenta intrisa di una grande varietà di elementi: oltre alla sempre predominante storia politico-diplomatica e militare, ricerche di natura economica, sociale e culturale. Inoltre analisi di carattere geopolitico e aspetti giuridici del colonialismo, passando per temi più specifici: le “razze” all’interno del sistema coloniale, le relazioni di genere, non ultimo quello dei crimini e delle prevaricazioni perpetrate dagli italiani in età liberale e durante il fascismo. Per non tacere degli stereotopi che, anche in questi ultimi decenni, hanno continuato

ad alimentare giornali e manuali scolatici, riviste e rotocalchi, audiovisivi e fumetti, campagne pubblicitarie e mancate revisioni di lapidi e toponomastica. “Di quella storia, sostiene lo storico Nicola Labanca, è rimasta una memoria nazionale fortemente ambigua, parziale. Solo una parte della storia è stata ricordata. Come tutti i colonizzatori europei, gli italiani amano ricordarsi e immaginarsi come “bravagente” affascinata dalle bellezze della natura africana, sinceramente interessata delle popolazioni dominate, prodiga di interventi in loro favore”.

Il nome di Roberto Battaglia, partigiano, memorialista e storico, è legato ai suoi due libri più famosi: da un lato “Un uomo un partigiano” (1945) e dall’altro. “La storia della Resistenza italiana” (1953). Non molti ricorderanno che nel 1958 pubblica un grosso volume su un argomento molto poco frequentato da storici schierati a sinistra come lui: “La prima guerra d’Africa” (Einaudi, Torino, 1958). In rete è possibile scaricare gratuitamente un bel volume (nel sito della Biblioteca di storia moderna e contemporanea di Roma: “Arte, resistenza e storia. Un ritratto di Roberto Battaglia”, 2015), che ricostruisce la vicenda umana e quella di studioso del nostro personaggio, così poco amato dall’accademia, ma anche dagli storici blasonati del PCI di quegli anni. Gli studi di Roberto Battaglia sul colonialismo italiano vengono affrontati in un interessante saggio di Nicola Labanca che ricostruisce anche nei dettagli le vicende legate a questo particolare libro: “Centralità del versante africano di questa storia, troppo a lungo trascurato; decostruzione dei vecchi miti coloniali; analisi differenziata della classe dirigente liberale e sottolineatura delle sue divisioni, in tema di politica coloniale, con conseguente indebolimento dell’immagine di Crispi, troppo spesso invece presentato come sinonimo di forza; sganciamento delle masse popolari dal mito coloniale o comunque ridi- mensionamento del presupposto loro consenso alla politica d’espansione voluta dai governi e in particolare da Crispi: schematizzando, erano i quattro ordini di motivi per cui, a chi l’avesse letto con attenzione, “La prima guerra d’Africa” non era solo una lunga narrazione, un “romanzone”, ma un lucido intervento nel dibattito allora avviato sull’Italia fra l’Unità e la Grande guerra … tenendo conto che sessant’anni fa non si disponeva delle conoscenze di storia politica e sociale, sull’Italia e sul Corno d’Africa, non si riesce a non rimane- re ammirati della sua capacità di ribaltare o quanto meno di svellere i precedenti miti della storiografia colonialista e assieme di impostare in modo nuovo la ricerca”.

Gli avversari sul piano storiografico negli anni Cinquanta erano gli storici coloniali e colonialisti in quanto passati dal sostegno alla propaganda fascista alle cattedre universitarie di “Storia e politica coloniale” del dopoguerra, che avevano il monopolio delle fonti archivistiche coloniali (concesso loro dai governi centristi), che gesti- vano in totale autonomia. Ma anche gli storici liberali o marxisti non ritenevano l’argomento di particolare interesse e se lo affrontavano, lo facevano ancora secondo vecchi schemi. Roberto Battaglia muore nel 1963, appena cinquantenne, ma pur nella sua breve vita ha già attraversato diverse stagioni: storico dell’arte, militare nel 1938 nella guerra di Etiopia, l’esperienza partigiana, la militanza azionista prima e poi quella comunista, il suo impegno nella ricerca storica. Questo il giudizio complessivo di Labanca: “Eppure nella seconda metà degli anni Cinquanta per Roberto Battaglia studiare la storia coloniale (e poi la storia militare) dell’Italia unita non significava affatto disertare la battaglia delle idee. Né il suo volume poteva essere letto (come pure fu fatto) solo in termini di predilezione o di predisposizione alla narrativa. Fatto sta che l’ex storico dell’arte, l’ex partigiano, si trovò esposto su due fronti: quello, prevedibile e su cui era preparato a resistere, delle accuse dei circoli colonialisti; ma anche quello, “amico”, dei suoi compagni, poco interessati alle grandi prospettive della storia dell’imperialismo, in particolare quando era italiano. Fu così che dopo il 1956 e dopo La prima guerra d’Africa del 1958, Roberto Battaglia non fu più quella figura centrale che pure per qualche tempo era stato al tempo della Storia della Resistenza italiana”.

Se simbolicamente abbiamo scelto Roberto Battaglia come nostro punto di partenza per gli studi sul colonialismo nel secondo dopoguerra, altrettanto simbolicamente scegliamo come punto di arrivo il nome di Angelo Del Boca, scomparso da pochi mesi all’età di 96 anni: chiunque abbia interesse per la storia del colonialismo italiano non può prescindere dal suo nome. Nel 1944 aveva disertato dall’esercito della Repubblica sociale fascista per unirsi alle formazioni partigiane di Giustizia e Libertà, vicine al Partito d’Azione; nel dopoguerra lo ritroviamo come giornalista alla «Gazzetta del Popolo» e poi al «Giorno», con inchieste di notevole rilievo, infine inviato speciale e polemista senza timori reverenziali per diversi decenni. Va ricordato per opere fondamentali come Gli italiani in Africa orientale (quattro volumi editi da Laterza tra il 1976 e il 1984, poi ristampati da Mondadori) e Gli italiani in Libia (due volumi editi da Laterza nel 1986, anch’essi riproposti da Mondadori). In seguito aveva dedicato una biografia importante all’ultimo monarca etiope Hailé Selassié, Il Negus (Laterza, 1995), e un’altra al dittatore libico, Gheddafi (Laterza, 1998). Nel 2005, ormai ottantenne, era sceso di nuovo in campo per criticare l’opinione assai diffusa secondo cui il colonialismo di casa nostra sarebbe stato più umano e bonario degli altri, con il libro Italiani, brava gente? (Neri Pozza). Durante la prima parte della sua esperienza partigiana aveva tenuto un diario di estremo interesse, pubblicato oltre settant’anni dopo con il titolo Nella notte ci guidano le stelle (Mondadori, 2015), a cura di Mimmo Franzinelli. Per comprendere i suoi molteplici interessi è importante citare il testo autobiografico Il mio Novecento (Neri Pozza, 2008).

Di Del Boca, come del resto per molti degli storici citati in questa prima sezione, riportiamo una delle ultime interviste apparsa sul quotidiano “il Manifesto” (agosto 1920) in cui lo studioso ritorna sulle pagine buie del fascismo in Africa e sull’importanza di tenere vivo il dibattito storico.

Fra questi due punti ideali vanno ricordati almeno i nomi di Gianpaolo Calchi Novati, Giorgio Rochat, Alessandro Triulzi, Antonio M. Morone, Silvana Palma e naturalmente Nicola Labanca e Valeria Deplano. Gli studi, ormai datati, di Giorgio Rochat possono essere considerati un punto intermedio fra quelli di Roberto Battaglia e le ricerche frutto della “nuova storiografia”. Di questo storico si possono citare due lavori che hanno avuto la fortuna di una larga diffusione nel mondo della scuola. Da un lato la bella antologia di documenti “Il colonialismo italiano” (edito da Loescher nel 1973 e più volte ristampata), dall’altro l’interessante bilancio storiografico presente nella voce “Colonialismo” in “Il mondo contemporaneo. Storia d’Italia” (edito da La nuova Italia nel 1978).

Di Nicola Labanca riportiamo invece una bella pagina, tratta dal sito “treccani.it” in cui lo storico riassume in termini divulgativi, ma con precisione, le caratteristiche del colonialismo italiano. Della Deplano si riporta una intervista sul suo lavoro, edito da Le Monnier, dal titolo: “La madrepatria è una terra straniera. Libici, eritrei e somali nell’Italia del dopoguerra (1945 -1960). Di Calchi Novati, curatore del volume “L’Africa d’Italia” che vede coinvolti una decina di storici, una interessante recensione apparsa su “il Manifesto” in cui si sottolineano alcune anomalie del nostro colonialismo.

Seguono lavori di ricercatori più giovani come Manuele Ertola, In terra d’Africa. Gli italiani che colonizzarono l’Africa, recensito nel 2017 da Davide Bidussa sul “Sole 24 ore” e da Lorenzo Cremonesi sul “Corriere della sera”. Oppure la bella ricostruzione di Matteo Petracci che racconta come nel 1940 la guerra sorprende un gruppo di somali, eritrei ed etiopi, chiamati ad esibirsi come figuranti alla Mostra delle Terre d’Oltremare, la più grande esposizione coloniale mai organizzata nel Paese. Alcuni di loro raggiungeranno gruppi di antifascisti che si stanno organizzando sull’Appennino marchigiano. “L’autore ricostruisce il percorso di questi particolari partigiani, raccontandone il vissuto, le possibili motivazioni alla base della loro scelta di unirsi alla Resistenza e la loro espe- rienza nella “Banda Mario”, un gruppo partigiano composto da donne e uomini di almeno otto nazionalità diverse e tre religioni: un crogiuolo mistilingue che trova nella lotta al fasci smo e al nazismo una solida ragione unificante”. “Partigiani d’Oltremare” viene recensito da Luca Pakarov su “il Manifesto”.

A seguire due approfondimenti su temi più specifici: da un lato i crimini coloniali degli italiani e dall’altro quello delle discriminazioni razziali. Per entrambi i casi si sono scelti due soli volumi e le due recensioni sono seguite da una bibliografia per chi volesse approfondire. Il libro di Eric Salerno (“Genocidio in Libia”) giornalista e inviato speciale in mezzo mondo, viene recensito da Alberto Negri. La giovane storica Vanessa Righettoni parla del suo libro (“Bianco su nero. Iconografia della razza e guerra d’Etiopia”) in una intervista apparsa sul sito “letture.org”. Ciò che rende interessante il libro curato da Antonio Morone, “La fine del colonialismo italiano”, riguarda l’approccio multidisciplinare dei molti contributi: storia politica e sociale, demo- grafia, antropologia, diritto. Il tentativo riuscito è quello di scrivere una storia del colonialismo italiano in modo non eurocentrico ed unilaterale, una narrazione quindi che tenga conto delle interazioni tra colonizzatori e colonizzati, tra italiani e africani. Il libro è recensito sul sito “pandorarivista.it”. Sullo stesso sito la recensione del nostro ultimo libro di uno storico americano: “Storia della decolonizzazione”; co- me sostiene l’autore “non si tratta di celebrare la decolonizzazione, quanto di tenerne presente la dimensione problematica”. Nel raccontare come è nato il mondo contemporaneo, il libro illustra gli aspetti principali di un processo che ha innescato spesso violenza estrema e instabilità: la guerra fra imperi, con la conseguente crisi economica e politica; il ruolo delle pressioni internazionali; la vastissima ondata di rifugiati che accompagnò la lotta per la creazione degli stati nazionali, generando problemi politici che ancora oggi aspettano di essere risolti.

Molti sono gli studi e le ricerche che non hanno trovato posto in questa nostra carrellata, ma nonostante l’ampia bibliografia che abbiamo in qualche modo richiamato, dobbiamo fare nostre le parole della storica Silvana Palma: “Il confronto con il proprio passato nazionale non è mai operazione facile, ma l’Italia – dove la ‘costruzione della nazione’ e dell’immagine di sé, deriva molti dei suoi caratteri dalla vicenda coloniale – mostra ancora oggi di ignorare la propria storia d’oltremare. Se storiograficamente grandi progressi negli ultimi anni sono stati compiuti, non così è stato sul piano politico e sociale, dove molti degli avvenimenti e del- le questioni del passato nazionale hanno continuato ad essere rimossi, cancellati o edulcorati. E per quanto sia difficile sostenere che si sia trattato di un’operazione organizzata o coordinata, pure si è assistito, da un lato, a tentativi di rivalutazione della vicenda coloniale e, dall’altro, ad uno sforzo di ostinata omissione, di rimozione, quando non di aperta negazione delle sue pagine più buie. Un’operazione che ha attraversato tutte le stagioni politiche della Repubblica”.

La sezione si conclude con una piccola operazione “didattica”; una cronologia della politica coloniale italiana suddivisa per aree geografiche: prima Eritrea e Somalia, poi la Libia, infine l’Etiopa.

Fra tutti i linguaggi possibili che in qualche modo hanno ripreso la narrazione del colonialismo italiano, la fotografia, documentari e cinema, fumetti, abbiamo prescelto quello della letteratura. Abbiamo riportato rigorosamente in ordine di data quei racconti scritti da autori di origine italiana ad iniziare dal romanzo di Ennio Flaiano del 1947, passando per il discusso racconto di Giuseppe Berto del 1955 e di Enrico Emanuelli del 1961, tutti riediti negli ultimi mesi, per arrivare agli autori contemporanei: Carlo Lucarelli con una trilogia, Wu Ming 2, Giulia Caminito, Francesca Melandri, Gianfranco Calligaris. In una apposita sezione, la terza, abbiamo invece ripreso libri di autori che abbiamo etichettato come “afroeuropei” o “afroitaliani”.

Gran parte della letteratura postcoloniale va letta più con la lente degli storici, piuttosto che con quella dei critici letterari: sotto questo a

spetto infatti le differenze sono notevoli, ed è difficile trovare una linea di giudizio univoca, tranne forse quella di una differenziazione abbastanza netta rispetto alla letteratura coloniale dell’Italia liberale e ancora di più di quella del regime fascista.

Certo in tutti questi romanzi si ribadiscono alcuni stereotipi: in Africa impera il caldo, troppo spesso i protagonisti sono i personaggi italiani, mentre quasi sempre gli indigeni restano sullo sfondo senza una loro vera anima, soprattutto resta una forte ambiguità nella rappresentazione delle donne native.

Questo il giudizio, tagliente e perentorio, del nostro storico di riferimento Nicola Labanca: “Questi romanzi vogliono essere post-coloniali molto più di quanto essi davvero riescano a farlo. L’impegno e la professione di fede sono indubbi, il capovolgimento della figura dell’eroe e in alcuni casi del protagonista (da “bianco” a “indigeno”) non è trascurabile. Ma se il superamento del razzismo e degli stereotipi del passato deve passare per una conoscenza accurata e un riconoscimento profondo delle specificità e delle differenze dell’Altro – senza per questo essenzializzarle e naturalizzarle – è evidente che questa letteratura non aiuta ancora molto. Essa compie certamente un’inversione di 180° rispetto alla vecchia letteratura coloniale: l’eroe di una volta si trova accusato e l’accusato di un tempo è presentato come eroe o come vittima; l’Altro non è più un soggetto da civilizzare e il civilizzatore della vecchia letteratura coloniale diventa un persecutore. Però la vita reale, gli ambienti, la sto- ria, la società, le donne del nuovo eroe rimangono ancora fuori portata del lettore italiano, non meno di quanto lo fosse quella del vecchio indigeno. Gli africani non parlano più per infiniti, ma le parole che pronunciano sono poche e le culture che agiscono sono ancora italiane, o quanto meno occidentali: sono culture forse universali ma non, o non necessariamente, quelle locali”.

Noi vogliamo essere più prudenti e dare una valutazione diversa, attraverso le recensioni riportate, per ogni singolo autore. L’unico romanzo di Ennio Flaiano, “Tempo di uccidere” del 1947, racconta la storia di un tenente dell’esercito italiano in Abissinia, durante la campagna del 1936: il nucleo principale consiste nell’incontro e il conseguente rapporto intimo, con una ragazza indigena che il protagonista ucciderà per errore. Molte volte ristampato in questi decenni, la nuova versione è riproposta nella bella edizione della Adelphi a cura Anna Longoni. Molto positivo il giudizio da parte del- la scrittrice Igiaba Scego, più cauto invece quel- lo di Gabriele Sabatini proposto sul sito “doppiozero.com”.

Diverso il caso del racconto di Giuseppe Berto: “Guerra in camicia nera” del 1955, di cui riportiamo due interessanti recensioni: Marco Renzi (Minima&Moralia) e Matteo Fontanone (L’indice dei libri del mese). Il libro torna in libreria da Neri Pozza con la cura eccellente di Domenico Scarpa: è un romanzo, sotto forma di diario, dedicato ad alcuni anni di guerra perduti in Africa. Berto, che viene ricordato per il successo del “Il male oscuro” del 1964, descrive una esperienza che ha vissuto in prima persona: fervente fascista, l’autore si arruola nella milizia fascista, fatto prigioniero dagli americani, per trenta mesi resta chiuso nel campo di Hereford, in Texas. La guerra descritta da Berto è molto grottesca, ma il romanzo si conclude con l’immagine di una ragazza che saluta i soldati che se ne vanno col braccio teso. Alcuni critici hanno accusato l’autore di apologia del fascismo, quando in realtà il suo romanzo “rimane una testimonianza di una guerra sbagliata, colonialista e fascista, com’è bene che ancora oggi venga ricordata”.

Anche il romanzo di Enrico Emanuelli, uscito nel 1961 con il titolo “Settimana nera”, è una riedizione nella collana Oscar Mondadori Cult. Siamo nella Somalia degli anni Cinquanta, non più colonia italiana: Regina, una donna somala di grande bellezza, è costretta di giorno a fare la domestica e di notte la concubina di un ex fasci- sta riciclatosi come possidente terriero. La don- na sarà costretta a diventare merce di scambio tra due uomini bianchi. “Lucido e tremendo” sono i due aspetti che la scrittrice di origine somala Igiaba Scego evidenzia nella sua interessante prefazione.

Molto diverso invece il registro letterario degli autori a noi più vicini. Carlo Lucarelli su questo argomento ha pubblicato una trilogia; noi riportiamo le recensioni di due dei suoi romanzi: “L’ottava vibrazione” del 2008 e “Il tempo delle iene” del 2015”. Entrambi sono ambientati in Eritrea ma il salto di qualità, soprattutto nel- la accuratezza del linguaggio, è evidente: “La lingua è diventata una chiave per capire, mi è servita per raccontare i rapporti tra i personaggi: soprattutto tra gli italiani e gli eritrei”. Grande successo nel 2012 per il racconto “Timira. Romanzo meticcio” di Wu Ming 2 scaricabile gratuitamente in più formati dal sito wumingfoundation.com. «È una storia di violenza coloniale e postcoloniale, quella di Timira. Ma è anche una storia di padri e madri, di riconoscimenti e abbandoni, di patrie e matrie, di figli e figliastri. Perché, come sostiene la scrittrice algerina Assja Djebar: “La colonia è innanzitutto un mondo diviso in due. La colonia è un mondo senza eredi, senza eredità.” Questa è la condizione contemporanea, ci sentiamo un po’ tutti nella condizione di essere dei profughi culturali, e questa è la condizione di Timira, figlia al tempo stesso di colonizzati e colonizzatori.» (Giuliano Santoro, MicroMega online).

Molto meno conosciuti dal grande pubblico, ma non di minore valore, gli ultimi tre romanzi di questa sezione. Molto particolare la scrittura di Giulia Caminito, giovane vincitrice del premio Campiello 2021, (nata a Roma nel 1988). La “Grande A” del titolo si riferisce naturalmente all’Africa, ma anche alle iniziali di Adi una delle protagoniste: una donna forte e libera che fa affari con un bar nel porto di Assab una città dell’Eritrea. L’altra protagonista è sua figlia Giada, debole e accondiscendente, ma anche molto bella. Sarà proprio lei a raccontare la storia che coincide con la fine del colonialismo italiano. Strano destino per il libro “Sangue giusto” di Francesca Melandri: candidato al premio Strega in un primo momento non ha avuto molto successo in Italia, mentre ne ha avuto molto in Germania, Austria e Svizzera scalando le classifiche dei libri più letti. Grazie alle ottime recensioni di non pochi critici da poco è stato ristampato da Bompiani: della Melandri riportiamo una interessante intervista. Il protagonista del racconto è Attilio Profeti: un uomo qualunque che aderisce al fascismo e vive la sua avventura coloniale tenendola ben nascosta nella propria memoria. Il tema di fondo diventa quindi, attraverso gli altri protagonisti, il rapporto tra il colonialismo italiano del passato e le migrazioni attuali. Un romanzo solo in minima parte storico, ma in realtà molto contemporaneo proprio perché affronta un argomento costantemente rimosso. Il libro di Ginafranco Calligarich, “Una vita all’estremo” racconta la storia di persone reali, in particolare dell’esploratore Vittorio Bottego, ma si tratta di un romanzo vero e proprio e non di una biografia. Siamo nel 1897 in Etiopia e Bottego con quello che resta della sua spedizione è alla ricerca del fiume Omo: la fine sarà tragica. A raccontare queste vicende, nel 1933, alla vigilia di una nuova avventura coloniale, sarà il presidente della Società Geografica Italiana.

La sezione si conclude con un piccolo omaggio a Ugo Pratt e al suo “Gli scorpioni del deserto”. I protagonisti, siamo nel 1940, sono dei soldati mercenari e cosmopoliti dei servizi segreti dell’esercito britannico in Africa Orientale, durante la seconda guerra mondiale: il tenente Koïnsky si aggira per l’Africa orientale, al servi- zio di Sua Maestà Britannica. Naturalmente il fascismo risulterà una farsa coloniale meschina, risibile quanto criminale e violenta. Per gli a- manti del genere un box riporta qualche titolo di documentari, film e altri fumetti.

“Afropei: viaggio nel cuore dell’Europa nera” si intitola il bel libro di Johny Pitts, autore poliedrico in quanto fotografo, presentatore, musicista e giornalista. Nato in Inghilterra da madre inglese e padre afroamericano, spiega come il neologismo Afropea lo abbia “incoraggiato a vedermi come un’entità integra e senza trattini […] uno spazio in cui la tradizione nera contribuiva a dare forma all’identità europea. Indicava la possibilità di vivere in, e con, due concetti diversi: l’Africa e l’Europa, o per estensione il Sud del mondo e l’Occidente, senza sentirsi misti, mezzo quello e mezzo questo”. Un cittadino nero che abita in Europa e tende a sviluppare un’idea che è allo stesso tempo un luogo della mente e fisico, culturale ed artistico quanto politico e sociale. Quello di Pitts è un reportage di un viaggio at- traverso il vecchio continente durato quasi sei mesi, visitando e pernottando in otto nazioni diverse e altrettante città: Bruxelles, Amsterdam, Parigi, Berlino, Stoccolma, Mosca, Marsiglia, Lisbona (con un fugace passaggio romano). Si parla molto di musica e si persegue il tentativo di evidenziare la tradizione nera in Europa.
Il libro apre questo nuovo percorso che vede come protagonisti scrittori di “nuovi” europei, ma soprattutto di “nuovi” italiani; scrittori cioè scolarizzati in lingue diverse e introdotti all’italiano in un secondo momento. Oppure di italiani di prima generazione, nati da genitori stranieri, cresciuti in Italia nella coesistenza di due o più lingue e culture. Siamo sempre nel campo della letteratura, ma con una grande varietà di generi: autobiografie, biografie, romanzi storici, romanzi gialli, di avventura, d’appendice. Una letteratura che dagli anni Novanta, in concomitanza con la presenza di un numero in crescita di migranti in Europa e in Italia, ha pienamente dispiegato la propria vitalità.

“Paravion”, che è la dicitura che sta per posta aerea (Paravion), viene scambiato per il nome di un bellissimo luogo in realtà inesistente: è il titolo del romanzo di Hafid Bouazza, scrittore nato in Marocco ma emigrato a sette anni in Olanda. Siamo in pieno realismo magico e questa terra così prodiga non si rivelerà adatta alla gente d’Africa. Lo scrittore britannico Amit Dhand è di origine asiatica: con il suo “La città del peccato” ci porta nelle atmosfere noir. Si narra delle indagini del detective sikh Harry Virdee, con moglie musulmana, a Bradford “una delle città più ricche d’Europa, uno dei centri simbolo dello sviluppo industriale del Paese, ma poi negli ultimi decenni progressivamente precipitata, avvolta in un cupo declino accompagnato da violenza, razzismo, intolleranza”. Bernardine Evaristo è un’anglo-nigeriana nata nel 1959: con il suo romanzo, “Ragazza, donna, altro” ha messo d’accordo critica e pubblico, riscuotendo un successo mondiale.

Un coro polifonico, postmoderno e postcoloniale, lo definisce Igiaba Scego nella sua recensione: dodici storie popolate di donne nere britanniche, di diversa origine e con diversi sogni. Ultimo non certo per ordine di importanza lo scrittore anglo-libico Hisham Matar. Nato nel 1970 a New York da genitori libici, Matar è vissuto a Tripoli e al Cairo prima di trasferirsi a Londra, che è diventata la sua città adottiva. Ha diciannove anni quando suo padre viene rapito in Egitto dalla polizia segreta libica e viene fatto sparire nelle prigioni di Gheddafi. Da qui i titoli dei suoi romanzi più famosi: “Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro”, oppure “Anatomia di una scomparsa”. Nel 2020 il festival di Pordenone gli ha dedicato la sua 26^ edizione; significativa questa sua dichiarazione: «Amo l’Italia, ci vengo da quando ero ragazzo, ma ci sono delle zone cieche: gli italiani non sanno, o non vogliono sapere, quello che hanno fatto in Eritrea e in Libia, a suo tempo. Adoro i vostri registi – Fellini, Antonioni, Pasolini, Rossellini –, che pure si sono interessati alle colpe degli italiani, ma nessuno di loro si è occupato del colonialismo. È una rimozione che caratte- rizza molti Paesi europei, ma se non conosciamo la Storia non possiamo avere una società solidale, che si opponga a ogni forma di discriminazione». Infine il romanzo di Maaza Mengiste, “Il re ombra” che è stato accolto da un tripudio di recensioni positive in Italia. Siamo in Etiopia: il protagonista, l’apparentemente insignificante soldato Ettore Navarra, utilizzerà la sua macchina fotografica come un fucile.

Molto particolare il caso delle scrittrici italiane: ciascuna con una propria storia familiare, culturale e letteraria alle spalle. Oltre ad una certa visibilità sul piano editoriale, tutte cercano un confronto costante con la tradizione letteraria italiana e con la società contemporanea. Ne viene fuori un rapporto talvolta difficile: da un lato forme di scrittura e tematiche interne al sistema di valori occidentali, dall’altro una critica serrata alle storture che quel sistema conserva al suo interno. Alcuni critici distinguono due filoni divergenti: “quello dei «nipotini di Conrad», il cui interesse è eminentemente eurocentrico, e quello degli scrittori e scrittrici non o non del tutto occidentali, il cui primo interesse non è il destino dell’anima «europea», ma quello dei paesi vittime del colonialismo europeo”. Le nostre scelte hanno dato la precedenza agli autori che hanno mantenuto un rapporto costante tra discorso narrativo letterario e discorso storiografico da un lato, dall’altro a quei racconti che hanno dato un contibuto sostanzioso alla “ridefinizione di un canone letterario postcoloniale”.

Ecco quindi lo spazio, nell’economia del nostro percorso, alla scrittrice “Igiaba Scego” definita “gemma originale della scrittura postcoloniale italiana e del pensiero della decolonialità”. Due le recensioni del suo ultimo romanzo “La linea del colore”: una di Enrico Manera sul sito di “Doppiozero.com”, l’altra del critico letterario Maria Vittoria Vittori sulla rivista “L’indice dei libri del mese”. Sempre sulla stessa rivista la recensione del romanzo storico del 2015 “Adua”: nome di una donna che negli anni Settanta emigra dalla Somalia in Italia, ma anche il nome di una località in cui gli italiani subirono nel 1986 una sconfitta storica. Infine ancora una volta a cura di Enrico Manera la recensione di un libro destinato all’infanzia: “Prestami le ali. storia di Clara la rinoceronte”: una favola che affronta il tema della schiavitù e del razzismo declinandoli nel modo più semplice e diretto possibile.

Il libro a cura di Daniela Finocchi, “Lingua madre duemilaventi. Racconti di donne straniere in Italia” consiste in una antologia con protagoniste donne che non si arrendono ai pregiudizi e alle discriminazioni. A vincere è sempre la forza di queste donne che affrontano violenze di ogni genere, emigrazione, maternità difficili, la cultura di origine. Il romanzo di Marilena Delli Umuhoza, “Negretta: baci razzisti”, racconta la storia, ambientata nella roccaforte leghista di Bergamo, di una ragazzina nera nata in Italia da un matrimonio misto: dovrà farsi strada tra episodi di razzismo e pregiudizi di ogni tipo. La scrittrice Ubah Cristina Ali Farah è nata a Verona negli anni Settanta, ma è cresciuta a Mogadiscio. Nel 1991, durante la guerra civile, è emigrata con la sua famiglia, prima in Ungheria e poi in Italia. Il suo racconto, “La danza dell’orice” ispirata ad una vicenda mitica in apparenza senza tempo, in realtà è ben ancorata all’ambito della diaspora somala.

Molto diverso il romanzo del giornalista italo-eritreo Vittorio Longhi, “Il colore del nome”: “è un ibrido riuscito, una avvincente narrazione a matrioska che mette insieme memoir autobiografico e di formazione, romanzo storico famigliare e reportage giornalistico in un arco temporale che va dal settembre 2012 all’aprile del 2014, quando l’autore è in viaggio per lavoro tra Amman, Bruxelles, Il Cairo e Lampedusa, dove arriva dopo il naufragio del 3 ottobre 2013”. Uno stile e una tematica che rimandano ai blog, con delle frasi memorabili ben pensate e condensate in modo incisivo: questo il registro linguistico di “Il pianista del Teranga”. L’autore Abdou Diouf, noto come Ab, ha alle spalle una vita intensa da trentenne, che sembra un manifesto dell’immigrazione ben riuscita. Nato in Benin emigra in Italia con la famiglia all’età di cinque anni: studia ad Arezzo e si laurea in Biologia, consegue un master in divulgazione scientifica. Buon giocatore di pallavolo, tra una attività e l’altra fin’ora ha scritto due romanzi.

Il nostro lungo percorso si conclude con altre cinque brevi segnalazioni: tutti romanzi pubblicati negli ultimi dieci anni. In questo modo si chiude un cerchio che si era aperto agli inizi degli anni Novanta con libri che con semplicità si dividevano tra l’opera letteraria e il reportage giornalistico; consistevano prevalentemente in scritti autobiografici che ripercorrevano il proprio percorso migratorio e l’esperienza “italiana” degli autori. Tra i più noti vi furono Io, venditore di elefanti di Pap Khouma (in collaborazione con Oreste Pivetta, 1990) e Im- migrato di Salah Methnani (in collaborazione con Mario Fortunato, 1990). “È proprio in quegli anni che un crescente numero di scrittori proveniente dall’esperienza della migrazione inizia a prendere parola nel panorama culturale italiano”. Nella nostra selezione abbiamo cercato di documentare questa evoluzione che in un ventennio è approdato alla ridefinizione di un vero e proprio nuovo canone letterario.

Ma ancor più interessante si rivela l’articolo pubblicato sulla rivista “Internazionale” nell’aprile 2021: “Cinque afroitaliani protagonisti del panorama culturale”. Cinque brevi storie di donne e uomini, artisti, cantanti, ricercatori, nati in Italia e di origine africana, che con il loro lavoro vogliono combattere l’indifferenza e il razzismo, ed essere un punto di riferimento per chi verrà dopo. Questa carrellata ci permette di introdurre il tema doloroso, affrontato nel percorso successivo, della cittadinanza.

Dopo aver messo a punto un percorso di storia coloniale e aver guardato al postcolonialismo attraverso l’ottica della letteratura, si aprirebbero davanti a noi due strade. Da un lato dovremmo analizzare la situazione geopolitica delle nostre ex colonie, dall’altro si può tentare di mettere a fuoco il tema della cittadinanza; la prima opzione richiederebbe uno spazio troppo ampio in quanto sia la Libia che gli stati del Corno d’Africa attraversano un periodo tremendo delle loro rispettive storie: conflitti tra stati solo temporaneamente risolti, guerre civili, interferenze di forze straniere, presenza di gruppi terroristici, tendenze separatiste, carestie dovute a siccità, inondazioni e altre catastrofi naturali, infine il Covid 19 con indici altissimi. Tutto questo produce sempre più spesso una massa di migranti che tentano di raggiungere l’Europa: è necessario seguire queste complesse problematiche con specifici approfondimenti.

Più in linea con il nostro percorso il tema della riforma della cittadinanza, tenendo sempre ben presente che non si possono capire le migrazioni di oggi senza aver parlato del colonialismo di ieri.

Già nell’immediato dopoguerra si registra un flusso di libici, eritrei e somali verso l’Italia; negli anni Sessanta aumenta progressivamente il numero di lavoratrici domestiche che provengono dall’Africa orientale; seguono militari, politici ed ex guerriglieri che lasciano quelle zone per la situazione politica. Sono le cosiddette migrazioni postcoloniali. Possiamo affermare che episodi di razzismo vero e proprio si sono manifestati fin dalle prime fasi di sviluppo dell’immigrazione straniera e non è un caso che le vittime di tali episodi avessero un legame con l’eredità coloniale. La cronaca ci restituisce la morte del profugo somalo Ahmed Ali Jama che nel 1979 a Roma viene ucciso da quattro giovani, bruciato vivo, in un vicolo in pieno centro. Nel 1985 viene barbaramente accoltellato da alcuni compagni di scuola Giacomo Valent, figlio di un uomo italiano e di una donna somala. Certo si tratta di episodi singoli, che però colpiscono per la loro efferatezza. Nei decenni successivi se ne registreranno molti altri.

In Italia, già da alcuni anni, con alterne fortune, è in piedi un ampio dibattito sulla riforma della cittadinanza, soprattutto da quando il paese è diventato meta di migrazioni e non più soltanto patria di emigrati. La discussione sullo Ius sanguinis, Ius soli e Ius culture si è sempre incagliata sul nodo del consenso: emerge ciclicamente, ma si inabissa subito dopo, intrappolato nelle maglie della contrapposizione politica. Non sono pochi gli italiani che sono scettici verso l’inclusione dei migranti residenti di prima e seconda generazione: lo sono per paura del futuro, per timore della concorrenza sul piano del welfare e del lavoro, per motivi identitari e ideologici. Queste preoccupazioni, che vengono si tematicamente create ad arte o fomentate da leghisti e neofascisti per motivi puramente elettoralistici, vanno affrontate non negate o peggio ignorate.

Nel nostro percorso abbiamo riportato sette articoli: il minimo indispensabile per poter raggiungere un discreto livello di informazione su questo argomento. Tre articoli sono tratti dal sito della associazione “Libera”: “lavialibera.it”. Il primo spiega in modo semplice cos’è lo ius soli, i rari casi in cui si applica in Italia, dove è previsto in Europa e in che termini, infine la sua applicazione nel continente americano. Il secondo spiega cosa si intende per ius culture, il terzo incomodo, di come ci sia una differenza abbastanza netta sul piano teorico, ma che tutto diventa più sfumato nella pratica delle varie proposte di legge. Il terzo infine si sofferma sullo ius sanguinis: il cavallo di battaglia di chi predilige un approccio conservatore. Secondo il principio dello ius sanguinis è cittadino di uno Stato chi nasce da almeno un genitore che gode già della medesima cittadinanza. La cittadinanza, quindi, è “ereditaria”, legata alla discendenza.

Altri elementi di chiarezza vengono aggiunti da un interessante articolo di Annalisa Camilli apparso sul sito della rivista “Internazionale”: la giornalista illustra le diverse proposte che si sono succedute nel tempo di una legge di riforma della cittadinanza, ma soprattutto spiega le caratteristiche della legge numero 91 del 1992 che disciplina la normativa italiana: in sostanza si considera cittadino italiano chiunque abbia almeno un genitore italiano, senza distinzioni tra chi nasce in Italia e chi nasce all’estero. Si fonda quindi principalmente sullo ius sanguinis (diritto di sangue), che fa derivare la cittadinanza da quella dei genitori e degli antenati. I cittadini stranieri residenti in Italia possono diventare italiani per naturalizzazione o per matrimonio. La legge ha introdotto tempi più lunghi per la naturalizzazione dei cittadini di nazionalità straniera: i cittadini di paesi non europei devono risiedere in Italia almeno dieci anni (prima erano cinque), inoltre ha reso più difficile per i figli dei cittadini stranieri acquisire la cittadinanza italiana, perché ha introdotto l’obbligo di residenza continuativa e legale nel paese fino al compimento del diciottesimo anno di età.

Due articoli invece si soffermano sui dati. Fulvio Fulvi su “Avvenire” riporta quelli relativi ai minori: sono più di un milione i minori di origine straniera residenti nel nostro Paese; inoltre ne mette in evidenza tutte le difficoltà incontrate sul percorso di integrazione: meno opportunità per chi è rimasto fuori dai percorsi educativi, redditi più bassi, maggiori diseguaglianze e, non ultimo, il rischio di segregazioni e marginalità. Giancarlo Merli sul “il Manifesto” illustra i dati del “Dossier statistico immigrazione 2020” che aiutano a vederne concretamente le contraddizioni e gli effetti della attuale legge sulla cittadinanza. Uno straniero che possa van- tare avi della penisola persino precedenti all’Unità d’Italia può acquisire la cittadinanza italiana più facilmente di uno straniero che, pur nato e cresciuto in Italia, non possa dimostrare tali ascendenze. «Il quadro descritto dai dati rispecchia un impianto legislativo ancorato più al passato dell’Italia, quale grande paese di emigrazione, che al suo presente di importante paese di immigrazione».

Infine l’articolo stimolante di Renzo Guolo apparso di recente sul quotidiano “la Repubblica”: “la sacrosanta battaglia sullo Ius soli dovrebbe essere un tassello nella più vasta riflessione sull’integrazione culturale. Ed è su questo punto che vanno fornite rassicurazioni; è necessario non solo tutelare i diritti di chi si ritrova ingiustamente nelle condizioni di figli di un dio minore, ma anche disegnare una cornice nella quale quel provvedimento parli alla Nazione indicando un orizzonte”. Questo purtroppo non sta succedendo nel dibattito italiano, mentre il problema si pone ormai con una sempre maggiore urgenza.

Gran parte dei nove interventi presenti in questa ultima sezione sono dedicati al tema della memoria storica legata agli avvenimenti del colonialismo italiano e in particolare al tema dei crimini compiuti dagli italiani. Sono quasi equamente divisi tra storici come nel caso di Claudio Vercelli, Silvana Palma, Nicola Labanca e giornalisti o scrittori piuttosto conosciuti: Igiaba Scego, Wu Ming 2, Lilija Chorma, Francesco Cecchini, Luigi Manconi, Bernardo Valli. I testi sono ripresi da quotidiani (“la Repubbica”, “Il Manifesto” e “Domani”), riviste (“Internazionale”) e vari siti (“Ispionline”, “Ancorafischiailvento” e “Meltingpot”). Il più recente è del giugno 2021, ma il pezzo di grande giornalismo di Valli risale al dicembre del 2005. L’articolo di Igiaba Scego, il più recente, ha un titolo che dice molto: “L’Italia continua a ignorare i suoi crimini coloniali”. Tutti gli autori, ognuno con i propri riferimenti culturali, sostengono la stessa tesi. Wu Ming 2 ricorda come il 23 ottobre 2006 un piccolo gruppo di deputati ha presentato alla Camera una proposta di legge per istituire un “Giorno della memoria in ricordo delle vittime africane durante l’occupazione coloniale italiana”. La data prescelta era proprio il 19 febbraio. Poi si sofferma a ricordare tutte quelle azioni sparse in varie località italiane tese ad eliminare dalla toponomastica ogni riferimento a militari che hanno commesso crimini. Lilija Chorma tenta una nuova definizione di colonialismo alla luce delle vicende avvenute in Europa negli ultimi tempi: guerre per esportare la democrazia, varie forme di razzismo, violenze contro le minoranze, discriminazioni a carico dei migranti, guerre civili e stati fallimentari. Francesco Cecchini si sofferma a lungo sul tema dei crimini coloniali, Luigi Manconi sulle motivazioni profonde dei razzisti. Claudio Vercelli ragiona sulle relazioni di genere durante e dopo il periodo coloniale, mentre Silvana Palma e Nicola Labanca su quello delle tante rimozioni. Bernardo Valli conclude con alcuni riferimenti alla letteratura citando Rudyard Kipling e Joseph Conrad.

In questo modo torniamo al punto di partenza con il nostro tentativo di rintracciare quella sottile linea nera che tenta un raccordo tra memoria storica, ruolo della narrazione attraverso la letteratura, attenzione e consapevolezza sulle vicende della attualità politica e sociale. Se infatti su alcune vicende storiche, come ad esempio il binomio fascismo e antifascismo, si continua in qualche modo a discutere e a impegnarsi per una sia pur precaria memoria storica consolidata, vi sono episodi, fra questi il periodo di occupazione italiana di Eritrea, Somalia, Libia ed Etiopia, che stentano moltissimo a diventare parte, anche minima, della memoria collettiva della nostra nazione. Questo vale in particolare per i crimini compiuti durante il periodo di occupazione. In tutti questi casi abbiamo utilizzato tutti i metodi, compresi quelli vietati dalle convenzioni internazionali, per piegare la resistenza delle popolazioni. Tutto questo è iniziato già con l’Italia liberale e non, come talvolta si legge persino in alcuni manuali scolastici che trascurano questo periodo, con il fascismo. Senza peraltro dimenticare che siamo sempre stati noi gli aggressori in Spagna, in Grecia, Albania, Russia e Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale. Non è solo un nostro problema: come emerge dal recente volume di Gustavo Gozzi, (Eredità coloniale e costruzione dell’Europa. Una questione irrisolta: il rimosso della co- scienza europea, il Mulino, 2021), il colonialismo rappresenta il “lato oscuro” della coscienza europea. Mentre in alcuni paesi si riprende a discutere, si veda il caso del Belgio e della Germania, solo noi italiani ci siamo inventati la narrazione degli «italiani brava gente», una fandonia feroce cui tanti credono ancora.

A tutto ciò dobbiamo aggiungere che la cronaca di questi ultimi anni ci restituisce una “metodologia strisciante di un certo neofascismo di ritorno”: si utilizzano gli spazi che la democrazia italiana garantisce a tutti, compresi questi strati sempre più ampi e visibili di nostalgici, per mettere in discussione la democrazia stessa. Ecco quindi i tanti tentativi di mettere in scena atteggiamenti fino a poco tempo fa impensabili o di considerare su un piano di parità cose tra loro molto diverse: carnefici come fossero vittime, un certo razzismo velato come principio accettabile, riabilitazioni inammissibili, rinominazione di spazi urbani, cerimonie nostalgiche, culto dei morti di parte fascista, agguerriti revanscismi. Tutto questo armamentario «non sono solo simboli, ma anche sintomi di malattie che affliggono la memoria pubblica». Tutte le operazioni che permettono di conservare memoria degli episodi di violenza in cui gli italiani non sono stati vittime, ma carnefici devono avere l’obiettivo di attivare una riflessione che dovrebbe andare nella direzione di un’assunzione di responsabilità collettiva: mettere in discussione il modo in cui l’Italia repubblicana si è rappresentata e continua ad immaginarsi diventa un obiettivo politico e culturale. Nell’ambiente dell’Anpi, a tutti i livelli, vi è la consapevolezza che solo facendo i conti con il nostro passato, potremo avere la speranza di diventare un paese migliore.