A.N.P.I. Vicenza

Categoria: Attualità

“EPPURE IL VENTO SOFFIA ANCORA. GLI ULTIMI GIORNI DI ENRICO BERLINGUER”.

L’autore (del libro e del video) è PIERO RUZZANTE.

Piero Ruzzante – giovane militante della FGCI padovana di allora e presente all’ultimo comizio di Berlinguer – ricostruisce in modo minuzioso e preciso – utilizzando anche fonti inedite – i giorni dell’agonia e della morte di Enrico Berlinguer nel giugno del 1984 dal malore allo straordinario e commovente funerale.

La narrazione di quegli eventi si accompagna ad un approfondimento sul ruolo importantissimo che il PCI di Berlinguer ebbe nella politica di quel tempo: le lotte sociali, la questione morale, la proposta di compromesso storico avanzata all’indomani del golpe cileno, le tensioni con l’Unione Sovietica, il rinnovamento dell’impianto culturale e politico del PCI, il retroterra operaio del principale Partito Comunista dell’Occidente, i difficili e conflittuali rapporti con il PSI di Craxi.

Ruzzante contesta che dopo la fine della solidarietà nazionale la politica di Berlinguer sia entrata in una fase involutiva come è dimostrato dalla sensibilità per temi di frontiera come la questione ambientale, dall’apertura all’universo femminile, dalla costante attenzione per i segmenti sociali più fragili, dal dialogo permanente con il mondo cattolico

Inoltre il libro si sofferma sull’uomo Berlinguer, sulla sua pacata riservatezza, sulla sua moralità, sul suo senso del dovere: persona schiva ma innovativa, Berlinguer ebbe il rispetto degli avversari e l’affetto della sua gente.

Personalità straordinaria della Sinistra italiana, Berlinguer è di esempio per molti e in tempo povero di grandi personalità parla ancora al nostro tempo con il linguaggio di ideali e valori non negoziabili.

https://www.utetlibri.it/lib…/eppure-il-vento-soffia-ancora/#

Il Dovere della Memoria – L’Antifascismo è un istinto

Il Comitato Vicentino Antifascista organizza la manifestazione:
IL DOVERE DELLA MEMORIA. L’ANTIFASCISMO E’ UN ISTINTO. TESTIMONIANZE DI FIGLIE, FIGLI E NIPOTI DI PARTIGIANE E PARTIGIANI
VENERDI’ 26 GIUGNO 2020 ORE 18:00
PIAZZA DEI SIGNORI
Scopo della mobilitazione (che si svolgerà in forma statica in ottemperanza alle prescrizioni correlate all’emergenza sanitaria in corso) è di dare voce ai figli e alle figlie e nipoti di esponenti della Resistenza vicentina per attestare la netta contrarietà all’abolizione della c.d. “clausola antifascista” che rappresenta un vero e proprio sfregio della medaglia d’oro ottenuta da Vicenza per il ruolo avuto nella Resistenza al nazifascismo.
https://www.facebook.com/events/194443065264659/

QUOTA NORMALE

Albert Camus in un romanzo che ho riletto in questi giorni, scrive che gli abitanti di Orano erano “incagliati a mezza via tra gli abissi e le cime, ondeggiavano più che non vivessero, abbandonati a giorni senza direzione e a sterili ricordi, ombre erranti che non avrebbero potuto prendere forza che accettando di radicarsi nella terra del loro dolore” (La peste, Bompiani, 1996, or. 1948, p. 56). Attraversando il dolore che stiamo vivendo dobbiamo imparare la lezione, secondo l’antica sintesi del pàthei màthos (la conoscenza che deriva dalla sofferenza) ed il moderno, anzi l’attuale, messaggio che ovunque risuona.

A tal proposito, una delle trasmissioni più belle e utili che abbiamo potuto ascoltare è stata quella di La lingua batte, in Radio3, intitolata “Lessico della Tenacia” (la si può riascoltare scaricando l’app di RaiPlayRadio). In essa varie persone del mondo letterario e artistico hanno potuto commentare brevemente una parola da loro scelta per questa vicenda (sono state scelte, ad esempio: Armonia, Crisi, Natura, Resistenza, Saldo; uno delle più intelligenti, a mio avviso, è stato il commento alla parola Clandestinità da parte di Vinicio Capossela). La cantante Patrizia Laquidara – che, come me, alcuni di noi conoscono – ha scelto “La giusta distanza”, osservando come questa parola – che oggi è diventata una pratica sociale obbligatoria – ci insegna ad abitare il mondo in maniera non possessiva: il virus, infatti, viene a segnalarci, diceva la cantante siculo-vicentina, la malattia della nostra possessività. Poiché non si è mai parlato di malattia tanto quanto in queste settimane dovremmo davvero chiederci – aggiungo io – quali siano le nostre malattie: psicologiche, relazionali, spirituali, sociali. Un’altra tra queste – tematizzata dalla scrittrice Silvia Avallone – che aveva scelto la parola “L’invisibile” – è la visibilità, ossia il bisogno, che talora ci prende, di essere visti, se non proprio di essere noti. Mentre, diceva la scrittrice, ciò che è necessario è proprio il rapporto con ciò che ci abita e che è invisibile, vale a dire, traduco io, la nostra interiorità. L’essere, infatti, proiettati costantemente al di fuori di noi, nell’esteriorità, se non addirittura nella materialità o, meglio, nel materialismo, è forse la malattia più grave di cui l’epoca contemporanea ha ammorbato il pianeta. Noi compresi.
Riequilibrare il dentro con il fuori è il movimento corrispettivo e necessario quanto quell’alto e basso di cui scrivevo qualche giorno fa.

Peccato che nessuno degli intervenuti abbia scelto la parola contagio, così in uso oggi. Essa deriva dal latino con-tangere, come con-tatto. La situazione che stiamo vivendo non viene a ricordarci che il nostro toccare deve essere sempre svolto con tatto, ossia con spontaneità e sincerità, con discrezione e delicatezza, ma anche con semplicità e trasparenza, con calore e forza? Allora il contatto, se vissuto e praticato così, diventa contagioso. Di bene. Di salute. Di pace.
L’assenza di strette di mano e di abbracci sembra rivelare proprio il loro grande valore, e, come tutte le cose della vita, ne scopriamo sia lo spessore che le valenze quando ci mancano. Come oggi. In particolare l’impedimento di vedere dal vivo e, soprattutto, in forma ravvicinata, i volti delle persone care – che neppure l’utilizzo delle videochiamate o di skype può sostituire completamente – ci avverte dell’importanza e della sacralità del volto, enigma e svelamento di ogni essere umano, luogo di incontro nella fraternità e di appello, conseguente, alla responsabilità.
Solo guardando il volto di chi soffre, in effetti, noi ci com-muoviamo, ossia ci muoviamo insieme, nella condivisione del dolore e nell’anelito alla liberazione, per un soccorso.
“Che bello sentire la tua voce!”, mi ha scritto una persona da Bergamo, dopo un mio messaggio vocale inviato a diversi amici. Sì, anche la voce, con il volto, non solo ci costituisce e ci caratterizza, ma anche ci permette di lanciare un ponte verso il fratello e la sorella, un ponte che superi le nostre solitudini. In particolare quelle di coloro che non vengono guardati, perché il loro volto e la loro stessa presenza ci sono d’impiccio.
Paolo Rumiz nel suo “Diario della quarantena”, in la Repubblica, qualche giorno fa, annotava: “21 marzo. Sveglia alle tre di notte. Insonnie dell’età. Leggo a letto con lampada frontale per non disturbare. Grande quiete. Forse per la prima volta sento di accettarmi completamente, con le mie magagne e la mia vitalità in declino, e di essere vicino al nocciolo di me stesso. Quanta inattesa umanità nei messaggi ricevuti finora! Molti legami ‘in sonno’ si sono riattivati, a sorpresa, e la domanda «come stai» è uscita dalla sua ripetitività rituale. Riemergono volti antichi e cari e perduti. Sì, noi siamo tutti coloro che abbiamo amato.”
La separazione è un’allucinazione, un’illusione destinata a cadere, ci aveva insegnato Carl Gustav Jung. Altro che prendere le distanze! La relazione si nutre della vicinanza, della prossimità. O non è.
Questa è la Quota media o normale della nostra esistenza. Il resto è anormale, ossia fuori della norma, fuori della sanità. Malato, appunto. Solo quando viviamo da fratelli e sorelle siamo sani, e salvi. Al di fuori siamo perduti.

“C’è una frase di Marguerite Duras che l’insistenza sulla guerra mi ha ricordato. È un paradosso e dice così: “Già si intravede la pace. È come un grande buio che cala. È l’inizio dell’oblio”. Dopo una guerra tutti si affrettano a dimenticare, ma qualcosa di simile accade con la malattia: la sofferenza ci pone in contatto con verità altrimenti offuscate, mette in ordine priorità, sembra ridare volume al presente, ma non appena la guarigione sopraggiunge queste illuminazioni evaporano”: così lo scrittore Paolo Giordano in questi giorni.
Una malattia è anche dimenticare, scordare la lezione, soprattutto. Oppure, al contrario, non imparare ad andare oltre, a ripartire, a manifestare la nostra costanza e speranza avviando qualcosa di nuovo, magari di inedito, certamente di sano.

A proposito di sanità, infine, attenzione al linguaggio, come ho già evidenziato: “siamo in guerra”, “coloro che sono in trincea”, ecc. Senza volerlo un linguaggio simile, dato per scontato tra l’altro nella sua evidenza, è una giustificazione, retrodata e prospettica, della guerra.
Proprio nei momenti di crisi, anche nelle piccole – che, poi, piccole non sono – vicende quotidiane, relazionali in particolare, quando vengono usate parole inadeguate o parole approssimative o parole ossessivamente reiterate, la matassa si ingarbuglia, denunciando un’incapacità di pensiero, il quale non si dimostra – pur tenendo dei condizionamenti delle emozioni ed elevando i sentimenti migliori – all’altezza della situazione da affrontare e da superare.
Di più: il pericolo di militarizzare tutta la vita, e la società stessa, è del tutto evidente. Quando si militarizza il linguaggio – che andrebbe, invece, smilitarizzato, come la cultura, la politica, l’economia, le religioni, ecc. – la china è quella.
“Cambiamo? Cosa? Come?”, si domandava opportunamente l’amico Alberto Peruffo, in occasione di uno scritto sull’inquinamento Pfas, qualche giorno fa. Cambiare il linguaggio è un’altra delle occasioni che le crisi ci offrono, sia per una comprensione effettiva del reale sia per un’assunzione di esso con categorie nuove, più aderenti alla realtà stessa.

Maurizio Mazzetto

Franco Battiato

Povera Patria

Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos’è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!
Questo paese è devastato dal dolore…
ma non vi danno un po’ di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
no cambierà, forse cambierà.
Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
vedere un uomo come un animale.
Non cambierà, non cambierà
si che cambierà, vedrai che cambierà.
Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli più di dittature
se avremo ancora un po’ da vivere…
La primavera intanto tarda ad arrivare.

RESISTENZA E COSTITUZIONE

Il Professor Daniele Butturini dell’Università di Verona ci ha inviato questo testo sul legame tra Resistenza e Costituzione:

Colgo l’occasione per svolgere alcune brevi considerazioni sul 25 aprile e sul rapporto tra il significato etico-storico di quest’ultimo e il momento contingente che stiamo vivendo in un isolamento caratterizzato da paura ed angoscia.
Resistenza, antifascismo e liberazione sono il fondamento dell’ordinamento costituzionale repubblicano per un motivo: si sono tradotti sul piano storico, politico e giuridico nei principi, nei diritti e nei valori che connotano il contenuto essenziale della Costituzione consistente in ciò che non è mai violabile della nostra Costituzione.
Tuttavia, vi è un’espressione che mi pare sintetizzi al pieno il rapporto che lega il 25 aprile con la Costituzione repubblicana. Si tratta di un rapporto che poggia su una memoria storica che deve sempre essere attiva, presente, costruttiva e generatrice di diritti e di giustizia sociale.
Penso che quella memoria nella sua vocazione costruttiva risieda nella norma che maggiormente caratterizza il fine della Costituzione repubblicana.
Penso al secondo comma dell’art. 3 che, prendendo atto che la società concreta non risponde a libertà e ad eguaglianza, affida a tutta la Repubblica il compito di inverare nella materialità libertà ed eguaglianza sostanziale contro lo status quo: il progetto sociale di trasformazione che la Costituzione prevede.
La Liberazione consegna alla Repubblica il testimone per realizzare una società libera ed egualitaria, in cui libertà ed eguaglianza si implementino reciprocamente senza rischi che l’una sia compressa per fare prevalere l’altra.
È la liberazione che genera una Costituzione contestatrice della società esistente.
Gustavo Zagrebelsky, proprio evocando il secondo comma dell’art. 3, parla della Costituzione italiana come di una Costituzione d’opposizione.
Credo che questa opposizione oggi più che mai assuma grande rilevanza.
Perché? Perché questa grave calamità sanitaria impone a tutti noi di interrogarci su quanto la nostra Costituzione, figlia della Liberazione, sia, da un lato, di un’attualità impellente, e, dall’altro, drammaticamente ineffettiva, dal momento che molti poteri hanno fatto di tutto per non realizzarla.
È attuale la Costituzione perché pone al centro l’inviolabilità dei beni comuni, i quali non devono mai essere oggetto di appropriazioni privatistiche, e non è effettiva se si pensa che sul bene salute le politiche di tagli sono state una costante in questi decenni, tagli imposti da interessi oligarchici antitetici ai valori costituzionali.
La non effettività della Costituzione fa venire meno proprio il progetto di trasformazione della società che rappresenta la stella polare dell’azione di tutti i pubblici poteri e della comunità.
L’auspicio è che l’emergenza sanitaria, che stiamo vivendo, generi una memoria sociale attiva che funga da pressione collettiva e costante per la conservazione e la realizzazione delle esigenze di trasformazione sociale che hanno nei diritti sociali e nei beni comuni i valori inviolabili da esigere sempre.
L’emergenza sanitaria faccia risorgere l’esigenza di una democrazia di qualità che ponga una gerarchia inderogabile fra i beni comuni mai sacrificabili e tutto ciò che si ascrive al futile fino ad oggi spacciato per necessario da poteri e media pervasivi.
L’emergenza e la crisi riattivino, attraverso la partecipazione attiva e continua della società, il legame fra lascito della Liberazione e realizzazione dei principi sociali della nostra Costituzione.

Daniele Butturini

FESTA DELLA LIBERAZIONE E DELLA LIBERTA’

Credo che il modo migliore per ricordare la Resistenza consista nel leggere le ultime parole di coloro che si erano opposti ai regimi liberticidi, che non furono solo il nazismo e il fascismo, ma anche tutti i paesi collaborazionisti in Europa, dalla Francia di Vichy alla Norvegia di Quisling all’Ungheria. Costretti a stare nelle vostre case per uno scopo nobile, quello di combattere il coronavirus e bloccare la diffusione del contagio, consapevoli che dovete assolutamente limitare la vostra libertà (di circolazione) per non causare danni agli altri, già godete di tutto il tempo necessario per leggere, per meditare, per imparare davvero che cosa volevano e che cosa perseguirono i partecipanti alla Resistenza. In tutta l’Europa, che Hitler andò ad un passo dal conquistare, i resistenti si posero come compito essenziale quello di riconquistare la libertà. Anzitutto e soprattutto la libertà, personale e politica, come valore e strumento indispensabile per costruire poi società e sistemi politici diversi e migliori di quelli che si erano fatti travolgere dal nazifascismo, alcuni servilmente collaborando.
Questa è la lezione che emerge con straordinaria nettezza, non inquinata da interpretazioni faziose, dalle Lettere dei condannati a morte della Resistenza in Italia e in Europa. Sono due volumi pubblicati da Einaudi che testimoniano quanto gli uomini e le donne della Resistenza fossero consapevoli dell’eredità che desideravano lasciare. Praticamente tutte quelle lettere esprimono, in maniera diversa, a seconda della sensibilità dei singoli, quanto fossero stati significativi i rapporti familiari, amicali, sociali, politici per intraprendere attività di opposizione nella consapevolezza di rischiare la vita, nella disponibilità a perderla: dare la propria vita per salvare altri, per dare ad altri la possibilità di una vita vissuta in libertà. Non c’è in quelle lettere nessun mal posto nazionalismo, nessun sentimento di superiorità della propria appartenenza nazionale. Però, appare chiarissimo l’amor di patria, di una patria che, riconquistata la libertà, saprà garantirla a tutti i suoi cittadini.
Che siano le lettere degli italiani o dei polacchi, dei francesi o degli ungheresi (che, alla luce della grave erosione della democrazia ad opera di Orbán, dei suoi sostenitori e dei suoi elettori, cito esplicitamente), tutte esprimono sentimenti simili e speranze condivise. Nella lotta armata, prima, nel dolore, poi e, infine, nella morte imminente, in molte di quelle lettere c’è anche la consapevolezza che non solo la pace, ma anche la stessa libertà dovranno essere conquistate e preservate in un quadro più ampio di quello delle singole patrie. Che quelle patrie manterranno un ruolo soltanto se sapranno dare vita ad un’entità sovranazionale chiamata Europa, capace di bandire le guerre, fare fronte alle emergenze, produrre prosperità e redistribuirla con criteri condivisi. E’ una strada lunga, tortuosa, in salita. Molti di quei condannati a morte sentirebbero di non essere caduti invano guardando le Costituzioni democratiche di alcuni paesi europei e della stessa Unione Europea. Molti ci direbbero senza retorica che dobbiamo andare avanti, che questo è il messaggio più profondo della loro eredità politica e morale.

Gianfranco Pasquino

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