L’eccidio di Priabona (1 dicembre 1944)

ANTEFATTO

Priabona – 1° dicembre 1944

“L’operazione Polga”.

Il capitano fascista Giovan Battista Polga era comandante del reparto di Polizia ausiliaria in forza alla Questura di Vicenza. Era noto per il suo fanatismo, per aver diretto molte operazioni di rastrellamento contro i “ribelli” e per essersi reso responsabile di varie esecuzioni, anche di civili.
Ma aveva anche messo in piedi una vera e propria banda che agiva spacciandosi per formazione partigiana mettendo a ferro e a fuoco, con furti, rapine, violenze, violazioni, saccheggi, maltrattamenti e omicidi la provincia di Vicenza. Era necessario per il movimento partigiano individuare e smascherare questa banda, inchiodandola alle proprie responsabilità. Per questo scopo il C.L.N. e le forze del C.M.P. (Comando Militare Provinciale) di Vicenza, agendo in stretta collaborazione, costituirono un gruppo di azione “anti-Polga” che comprendeva il Prof. Giustino Nicoletti insegnante di lettere all’I.T.C. (Istituto Tecnico Commerciale), Carlo Segato “Marco-Vincenzo” Commissario della Divisione partigiana Vicenza, il Dr. Folieri Commissario aggiunto alla Questura di Vicenza, e altri tre agenti ausiliari in forza alla Questura di Vicenza: Ottorino Bertacche, Raffaele Dal Cengio e un certo Dalla Pria. Questo gruppo riuscì a individuare i componenti la banda, che furono denunciati, processati e condannati, alcuni alla pena capitale.
Il giorno 27 novembre 1944, il Dr. Follieri della Questura, con la collaborazione del partigiano infiltrato Ottorino Bertacche, trovandosi nelle circostanze favorevoli, poté prendere visione del “programma di lavoro” del Polga per il giorno successivo. Emergevano due appuntamenti: uno veloce e “di passaggio” con il segretario politico repubblichino di Malo e l’altro con il famigerato capitano della Brigata Nera di Valdagno Emilio Tomasi. Tutto nella stessa mattina del giorno 28. Il Dr. Follieri e il Bertacche pensarono che quella era l’occasione giusta per dare esecuzione alla condanna a morte inflitta dal C.L.N. di Vicenza nei riguardi del capitano Polga, perché egli sarebbe transitato per l’unica via percorribile, la Priabonese, e lo avrebbe fatto entro la mattinata. Si consultarono quindi con il Prof. Nicoletti e decisero di promuovere l’azione che sarebbe stata organizzata dal commissario partigiano Carlo Segato. Bertacche raggiunse Segato a Tavernelle e gli fornì tutte le informazioni atte ad organizzare l’azione, quali il tipo di automezzo (Volkswagen), il suo colore, la targa e, cosa più importante, l’orario degli appuntamenti. Segato riunì subito il comando del settore e, constatando le difficoltà tecnico-logistiche di un intervento a partire da Tavernelle, decise di appoggiarsi attraverso Antonio Finato di Montecchio Maggiore, presente alla riunione, ad un partigiano che costui conosceva, Lusco Augusto “Gatto” dislocato sulle colline di S. Lorenzo non lontane da Priabona. Il Finato si recò quindi a S. Lorenzo ed incontrò “Gatto” a cui diede tutte le informazioni del caso, indicandogli il posto in cui a mezzogiorno del giorno successivo avrebbe incontrato il commissario Segato, per la consegna di eventuale materiale recuperato nell’agguato.
Il giorno successivo, martedì 28 novembre 1944, “Gatto” e i suoi compagni scesero da S.Lorenzo, passarono davanti al cimitero e si appostarono nel bosco in località Ronare, un punto ove la strada, più tortuosa dell’attuale, costeggiava la gola del torrente Poscola, lontano dalle case per evitare successive e prevedibili rappresaglie. Quella pattuglia era comandata da “Russo” (Ceolato Francesco). Oltre a “Gatto” ne facevano parte anche “Rondine” (Oliviero Mariano), “Sardo” (Magrin Ermanno), “Bastardo” (Zordan Severino), “Valanga” (Porra Antonio) e “Flop” (Fattori Innocente).
Verso le ore 11 arrivo la “camionetta” Volkswagen e uno dei partigiani vi lanciò contro una bomba Sipe ananas. La macchina “si è intorcolata” e i partigiani le spararono contro una sventagliata di mitra.
Uscirono dal bosco e si avvicinarono alla macchina. Riconosciuto, il capitano Polga fu finito da un’altra scarica di mitra sparata dal comandante “Russo” (secondo un’altra versione, a uccidere Polga fu lo stesso “Gatto”). Gli altri tre occupanti rimasero feriti; erano il brigadiere ausiliario Nicola Valentino e gli agenti, pure ausiliari, Alessandro Govo e Giordano Dall’Armellina. Il più grave «era l’autista che – come testimoniò in seguito il partigiano “Flop” – prese un colpo alla schiena, [e] ci implorò di non essere ucciso perché a casa aveva famiglia. Intanto arrivò un contadino con un carretto con della legna, abbiamo caricato il ferito dicendo al contadino di portarlo giù all’ospedale di Malo; credo si sia salvato.»

Secondo la versione data dal comandante partigiano “Tar” (Manea Ferruccio), che operava in quella zona, dopo l’agguato sopraggiunse da Priabona un camion di laterizi che proveniva dal “fornason” di S.Vito di Leguzzano; i partigiani vi caricarono tutti e tre i feriti perché fossero trasportati all’ospedale di Montecchio Maggiore.
Comunque fossero andate le cose, il fatto certo è che nell’agguato rimase ucciso il solo capitano Polga.
I partigiani recuperarono una borsa di pelle contenente alcune cartelle e documentazione varia, che “Gatto” consegnò a mezzogiorno al commissario Segato nel luogo convenuto. Questi la portò a Tavernelle, dove in serata arrivò Raffaele Dal Cengio il quale constatò che si trattava «di materiale di routine, già visto, letto e valutato ancora prima della spedizione del Polga verso Malo e Valdagno. Pensammo – dice Segato in una testimonianza da lui scritta nel 2001 – di conservare il tutto come cimelio di guerra, quindi, affidata la borsa a “Piero”, pregammo quest’ultimo di sotterrarla dove meglio credesse e così fu fatto. Salvo informazioni diverse… detta borsa è ancora sottoterra a Tavernelle.»

IL FATTO

Quell’azione partigiana suscitò grande scalpore in tutta la provincia.
La vendetta dei fascisti fu rabbiosa.
Non potendo rifarsi sugli abitanti del posto, come erano soliti fare, perché l’agguato era avvenuto lontano dalle case, disposero una crudele rappresaglia e un vasto e meticoloso rastrellamento in tutta la zona.
Venerdì 1° dicembre 1944, 6000 uomini in divisa tedesca tra cui gli “indiani”, i “runi” e i “russi” furono sguinzagliati insieme a militari della Luftwaffe e delle SS, supportati dai fascisti della Brigata Nera di Schio. Il rastrellamento fu pesante.

Nel suo rapporto sull’esito dell’operazione, il comandante della Guardia Nazionale Repubblicana di Malo enfaticamente parla di 15 o 17 partigiani morti in combattimento, 7 partigiani catturati ed uno impiccato.

L’impiccato era il partigiano Rinaldo Perin “Arcù” di Malo, ma ciò era avvenuto qualche giorno prima, il 28 novembre a Castelnovo e per altre ragioni.
Anche il numero dei caduti e dei catturati non era esatto.

In quel rastrellamento caddero Francesco Gasparotto “Furia” e Armando Frigo “Spivak”, rispettivamente comandante e commissario del battaglione “Cocco” della Brigata Stella.

Caddero anche Domenico De Vicari “Vass”, Luigi Pamato “Bill”, ambedue di Malo, e Mario Guzzon “Cesare” originario di Bagnoli di Padova, tutti e tre partigiani appartenenti alle formazioni del “Tar”.

Ma i fascisti vollero attuare comunque la rappresaglia per l’uccisione del capitano Polga indipendentemente dall’esito del rastrellamento. Al mattino di quello stesso 1° dicembre 1944, prelevarono dal carcere di S. Michele di Vicenza cinque giovani, che non c’entravano niente con la morte di Polga, e li portarono in località Ronare, nel luogo stesso dell’agguato, per ammazzarli nello stesso posto. Doveva servire da lezione.
Prima dell’esecuzione i fascisti andarono a prendere il Parroco di Priabona Don Alessandro Baccega, perché desse assistenza spirituale ai condannati già brutalmente torturati e seviziati. Don Alessandro ricevette la loro ultima Confessione e amministrò loro l’Estrema Unzione.
I fascisti quindi li ammazzarono uno alla volta, con crudeltà, tanto che lo stesso Don Alessandro, non sopportando quell’inumana procedura si mise ad urlare chiedendo la fine di quel supplizio, favorendo così la salvezza di uno dei giovani, il quinto, che fu risparmiato.

Fu fucilato Cattelan Giovanni “Spavento” di Costabissara, bracciante agricolo, anche lui partigiano del “Tar”. Aveva 21 anni.

Fu fucilato Peruffo Domenico “Tabul” di San Benedetto di Trissino, partigiano della Brigata Stella. Era stato arrestato qualche giorno prima, il 29 novembre, insieme a una decina di altre persone a seguito di una spiata. Anche lui era contadino e quel giorno, 60 anni fa, fu ammazzato senza nemmeno potersi fare il segno della Croce per l’assoluzione di Don Alessandro perché i fascisti gli avevano spezzato le braccia. Aveva 24 anni.

Fu fucilato De Momi Rino “Ciccio” giovane studente della facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Padova, che aveva aderito alla Resistenza spinto dagli ideali di libertà, di democrazia, di giustizia che serpeggiavano nel mondo universitario. Fu tra i primi a salire a Malga Campetto e poi passò alla Divisione autonoma “Pasubio” di Marozin, nella quale rivestì incarichi di prestigio e di responsabilità. Aveva 21 anni.

Fu fucilato Benetti Primo “Ceo” di Recoaro. Era un giovane montanaro che viveva come bracciante a giornata, lavorando nei campi e nei boschi non suoi. Anche lui era stato tra i partigiani di Malga Campetto ed era divenuto un valoroso militante della Brigata “Stella”. Fu preso, incarcerato, torturato e fucilato – crudeltà della sorte – quando manca pochissimo alle nozze. Aveva 22 anni.