A.N.P.I. Vicenza

Commemorazione di Dino Carta

Il 14 gennaio 2017 si è tenuta l’annuale commemorazione del sacrificio di Dino Carta. Quest’anno il discorso ufficiale è stato tenuto dalla prof.ssa Marina Petroni, vicepresidente ANPI della sezione di Vicenza


Nessun uomo è un isola, in se stessa racchiusa; ogni uomo è un pezzo del Continente, una parte del tutto;
se il mare si porta via una zolla di terra,
l’Europa ne è diminuita, come se sparisse un promontorio,
o la casa di un amico, o la tua stessa;
la morte di ogni uomo mi diminuisce,
perché io sono parte dell’umanità;
per questo, non mandare mai a chiedere per chi suona la campana; essa suona per te.

Buongiorno a tutti!
Porgo i miei saluti alle Autorità, ai familiari e alle scolaresche.
Ringrazio l’Anpi di Vicenza per avermi dato questa opportunità.
Con grande commozione mi accingo oggi a ricordare il sacrificio di Dino Carta.

Per me è una figura mitica, direi un amico di famiglia.
Fin da molto piccola, sentivo mio padre raccontare le avventure sue e dei suoi amici da ragazzetti, in giro per una Vicenza tranquilla e semplice e non mancava mai di citare il suo amico Dino simpatico e scanzonato
Dino e la sua ingenua spavalderia
Dino e la sua bravura a calcio
Dino e le sfide in bici
Dino nel cortile del Patronato.
Mi sembrava quasi di conoscerlo!
Non avevo capito perché non lo frequentasse ancora.
La verità emerse quando, appena un po’ più grande, nel ventesimo anniversario della Liberazione, mi venne il desiderio di preparare una ricerca da presentare alla mia maestra.
Così, oltre alle vicende personali della lotta partigiana in montagna a cui aveva partecipato, mio padre mi raccontò la fine tragica di Dino.
Quel racconto era terribile: “vedi, mi disse, non tutti i giovani hanno combattuto con le armi, alcuni hanno accettato il terribile rischio di rimanere nelle formazioni fasciste per raccogliere informazioni importantissime per la lotta partigiana.
Dino era tra questi, raccolse e passò ai partigiani vicentini molti e preziosissimi dati sui rastrellamenti e sugli spostamenti delle truppe. Purtroppo venne sospettato e arrestato.

Poi la fuga, … la corsa concitata, la neve, … l’angolo della salvezza che non arrivò mai …”

Ne rimasi molto scossa e confesso che per molti anni evitai accuratamente di calpestare il pezzo di marciapiede, dove oggi depositiamo questa corona.

Da allora ho questa immagine di un ventenne, che seppe trasformare la sua spavalderia di ragazzo in un coraggio freddo e duro come le rocce delle montagne su cui combattevano i suoi amici e compagni.

Avere vent’anni come loro…

Ma come decisero di impegnarsi nella lotta partigiana? Come poterono compiere questo importante passo?
Ho riletto le memorie di Tina Anselmi, che racconta:
“… era il 26 settembre 1944, ed ero a scuola, …, quando i fascisti costrinsero tutti gli studenti a recarsi in viale Venezia, ora viale dei martiri; i fascisti e i tedeschi avevano compiuto un grande rastrellamento sul Grappa, avevano catturato 43 giovani e li impiccavano agli alberi del viale, …
Fu uno spettacolo orrendo…
Quell’episodio aveva drammaticamente accelerato la maturazione di certi processi culturali e di certe scelte di vita. Si trattava non solo di rifiutare la dottrina fascista, ma l’intera impostazione sociale che il fascismo faceva pesare sulla nostra vita.
… una mia amica , che aveva il fidanzato che combatteva sul Grappa con i partigiani, mi chiese “Ma tu avresti il coraggio di fare la partigiana?”

Anche Guido Petter, psicologo e docente universitario, grande traduttore e sostenitore in Italia del pensiero del pedagogista Jean Piaget, ricorda così le motivazioni che lo avevano spinto a salire sui monti affacciati alle sponde del lago Maggiore.
“Ed io per quali motivi sono venuto? … A pensarci bene, i motivi sono stati più di uno, ma quello principale è stato il senso vivo e doloroso che in periodo in cui tutto sta cambiando, le città vengono spianate dai bombardamenti e contro i muri delle case vengono fucilati giovani poco più grandi di me, … non è possibile starsene in disparte ad aspettare, indugiare nel prendere posizione. Bisogna fare qualcosa per “sentirsi dentro la storia”.

Mi sono rimaste molto impresse anche le parole del poeta inglese Wystan Hugh Auden, che partecipò alla guerra civile spagnola, di cui cito alcuni versi in una mia libera traduzione:
“Spagna, 1937
Ieri tutto il passato. Il linguaggio della misura
sparso dalla Cina lungo le strade del commercio. La diffusione
dell’abaco e la tomba preistorica.
Ieri il rifugiarsi all’ombra nei climi assolati.

Ieri l’abolizione di fate e giganti
La fortezza come un’aquila senza movimento che occhieggia la valle
La chiesetta costruita nella foresta
Ieri la scultura di angeli e di spaventevoli gargoyles

… Ma oggi la lotta”

Ecco, lottare! Prendere posizione per riuscire a realizzare gli ideali di libertà, giustizia sociale, equità, pace …

La lotta contro l’indifferenza!

Vi propongo le poche, lapidarie righe del pastore Martin Niemöller, spesso erroneamente attribuite a Bertold Brecht.
Disse Niemöller:
Quando i nazisti presero i comunisti,
io non dissi nulla
perché non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici
io non dissi nulla
perché non ero socialdemocratico.
Quando presero i sindacalisti,
io non dissi nulla
perché non ero sindacalista.
Poi presero gli ebrei,
e io non dissi nulla
perché non ero ebreo.
Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.”

Avere vent’anni come loro…

Ci ho molto pensato quando io stessa compii vent’anni: sarei stata capace di rischiare la mia vita per i miei ideali, per la democrazia e la libertà?
Lo stesso ingombrante pensiero quando i miei figli hanno compiuto vent’anni: come madre come avrei potuto guidarli nella scelta giusta e come avrei sopportato la terribile idea di saperli così in pericolo?

E penso alla mamma di Giulio Regeni …

È sempre difficile avere vent’anni, ci sono scelte importanti, c’è l’autonomia personale , la voglia di mettersi in gioco.
Si pensa davvero di poter cambiare il mondo, si ripetono le parole dei pensatori e dei poeti, “libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”

Poi i vent’anni passano e la vita segue il suo corso.
Ognuno di noi, impegnato nel lavoro e nella società, ha cercato di rispettare le proprie idee e di non tradire i propri ideali.
Ci sono stati però momenti in cui ci sono passati vicino grandi eventi, di cui abbiamo potuto cogliere la gravità solo dopo che erano passati, tra i tanti :
Gladio, il tentato Golpe Borghese, la P2, le stragi fasciste: piazza Fontana, piazza della Loggia, l’Italicus, la strage di Bologna, il terrorismo
A rivederli tutti insieme, nei documentari di Rai Storia, fanno rabbrividire.
Eh sì, la Repubblica dal 1946 ad oggi, ha spesso vissuto pericolosamente. Ma ha saputo reagire, ispirandosi ogni volta ai valori così ben rappresentati nella nostra Costituzione!
Eppure anche noi abbiamo lottato, democraticamente, nel sindacato, nella politica, nelle istituzioni, nel posto di lavoro e abbiamo ottenuto, tutti insieme, grandi conquiste sociali: la sanità per tutti, l’istruzione per tutti, il miglioramento delle condizioni di vita dell’intera popolazione italiana.

Per fortuna, ci sono sempre dei giovani che hanno vent’anni e che guardano con forza e fiducia al futuro.
A loro, noi adulti dobbiamo passare un testimone fatto di ideali ma anche di concretezza, libertà e democrazia ma anche equità e giustizia sociale.

Cosa si trovano davanti i giovani d’oggi?

Oggi sembra non avere più senso parlare solo di Italia, di un singolo paese: molti giovani italiani cercano opportunità di lavoro e di studio in Europa.
Abbiamo visto anche tantissimi altri giovani cercare in Italia un futuro, un qualsiasi futuro che nel loro paese appare negato. Affollano barconi fatiscenti, percorrono a piedi distanze immense con la speranza di una possibilità di vita.
Anche l’Europa adesso sembra piccola, non riusciamo a trovare soluzioni dignitose, non riusciamo a governare il processo, perché è troppo grande: ecco, anche questa è globalizzazione.
Globalizzazione !
Sembra una grande opportunità oppure rischia di diventare un grande Moloch?
C’è chi intende la globalizzazione come un processo economico per il quale mercati, produzioni, consumi vengono connessi su scala mondiale, grazie ad un continuo flusso di scambi che li rende interdipendenti .

Ma già nel 1996 Herman Daly, noto economista ecologico statunitense sosteneva che:
“il commercio internazionale privo di regole abbassa gli standard qualitativi della produzione (e quindi la qualità della vita) allo scopo di esternalizzare i costi.
Il libero commercio internazionale è in conflitto con una più equa distribuzione dei redditi. Il perché è facile da capire: il capitale cerca di produrre laddove il costo del lavoro è più basso. Quindi delocalizza dai paesi ad alti redditi per impiantarsi nei paesi a basso reddito.
Il risultato è la perdita dei posti di lavoro nei paesi forti e una generale tendenza alla perequazione verso il basso dei salari e delle tutele di cui gode il lavoro. Secondo i sostenitori della globalizzazione però almeno se ne guadagnano posti di lavoro nei paesi poveri e quindi vantaggi di redditi per il paese, che ne può trarre prospettive di sviluppo. Questo è vero solo molto in parte.
Le imprese che si trasferiscono nei paesi poveri tendono a utilizzarne alcuni vantaggi che sono proprio la negazione dello sviluppo: i bassi redditi, appunto, ma anche la possibilità di riesportare i profitti, l’assenza di tassazione, l’assenza di regole ambientali e sociali cui sottostare, ecc.
Finché queste condizioni esistono, la presenza di imprese straniere non può portare sviluppo; quando smettono di esistere, le imprese straniere se ne vanno. ”

Ma in realtà la globalizzazione connette anche modi di vivere e di pensare.

La parola chiave della globalizzazione è proprio “connessione”
La possibilità di avere accesso a enormi banche dati, di lavorare e agire a distanze immense ci sembrano oggi naturali e necessarie.
Basta trasferirsi per qualche giorno all’estero, dove purtroppo il roaming dati è molto costoso, per accorgerci di quanto ci manca la possibilità di essere connessi, e alle volte cerchiamo di passare da un wi-fi gratuito ad un altro, come se fosse la cosa più importante del nostro viaggio.

Ricordiamo gli inventori dello “scatolino magico”, lo smartphone che ci connette con il mondo, e gli inventori dei social media che ci hanno immersi in comunità virtuali.

Pensiamo anche agli immensi profitti che questi famosi personaggi stanno realizzando: gli uomini più ricchi del pianeta!
Allora ripensiamo alle conquiste sociali che citavo prima: il loro costo viene coperto dalla fiscalità generale, sì proprio dalle tasse che ciascuno di noi è chiamato a pagare, come ci prescrive la Costituzione all’art.53.
Allora se il mio normale stipendio di insegnante viene tassato con una prima aliquota del 27% e come seconda aliquota al 38%, perché con il dumping fiscale gli enormi profitti delle grandi compagnie riescono a pagare solo l’uno per mille?

Se da un lato valutiamo i diversi aspetti della questa migrazione epocale che prima ricordavo, e le persone da assistere, e non bastano mai i soldi, i loro paesi da ricostruire dopo le guerre o da modernizzare per avere cibo per tutti, e non ci sono i soldi e
dall’altro lato pensiamo alla montagna di denaro che ognuno di noi ha contribuito a far guadagnare ai super- ricchi e alle loro companies,
ci accorgiamo che il contrasto è stridente.

Ricordo le parole di commiato di uno di questi geniali giovani, diventati geniali miliardari, Steve Jobs: “Stay hungry, stay foolish !”

Le sue parole: “Il tempo a vostra disposizione è limitato, non sprecatelo vivendo una vita che va bene per altri ma non vi appartiene. Non lasciatevi condizionare, non lasciate che il rumore delle opinioni altrui copra la voce che avete dentro. Ma soprattutto abbiate il coraggio di seguire quello che avete nel cuore, lasciatevi guidare dall’intuito. Non smettete mai di avere fame, non smettete mai di essere folli”.
Belle parole, un energico invito all’azione, allo slancio, all’impegno …
Ma …
che fanno in realtà le grandi compagnie, sia di prodotti high tech sia del manifatturiero più tradizionale?
Joseph Stigliz, premio Nobel per l’economia del 2001, riassume così la situazione: «La guerra moderna, fortemente tecnologica, mira ad eliminare il contatto umano: sganciare bombe da un’altezza di 15.000 metri permette di non sentire quello che si fa. La gestione economica moderna è simile: dalla lussuosa suite di un albergo si possono imporre con assoluta imperturbabilità politiche che distruggeranno la vita di molte persone, ma la cosa lascia tutti piuttosto indifferenti, perché nessuno le conosce.»

Proprio mercoledì 11/01/2017, il giornalista economico del Sole24ore, Claudio Gatti, illustrava le manovre finanziarie delle grandi società degli Stati Uniti, che hanno permesso negli anni di spostare “la concentrazione nelle mani di pochissimi di una ricchezza un tempo distribuita tra colletti bianchi e blu, dirigenti, azionisti, indotto e comunità circostanti.”
Egli dice: “Per capire il fenomeno, basta guardare a cosa è successo con uno dei più grandi gioielli della corona “corporate” americana, Apple. Nel mondo della new economy, la società che fu di Steve Jobs ha preso il posto avuto da quella fondata da Henry Ford nella vecchia economia industriale. Con una differenza: Apple è allo stesso tempo più redditizia e meno generosa nella condivisione dei profitti di quanto non sia stata Ford.
Negli anni 30 Ford impiegava più di 100mila persone in un singolo stabilimento, quello di River Rouge, in Michigan. In America Apple invece produce molto poco. Per via delle pressioni al ribasso della globalizzazione, l’azienda di Cupertino preferisce far svolgere quel compito a Foxconn, il gigante taiwanese dell’outsourcing hi-tech che solo nel suo centro produttivo di Shenzhen, nel sud della Cina, occupa 140mila persone. Ovviamente pagate una frazione del compenso degli operai della Ford. “
Che cosa ci resta da fare allora contro lo strapotere della finanza e del denaro?

Movimenti di piazza, come Occupy Wall Street servono a denunciare pubblicamente le problematiche, ma è solo con l’azione concertata dei governi democratici, spinti e sostenuti dai loro elettori, che possiamo pensare di venire a capo di queste situazioni.
Questa azione comune deve essere quindi fortemente voluta e pensata, incanalando in modo opportuno le energie positive di tutti noi, smettendo di pensare con egoismo a ciò che possediamo, smettendo di considerare “i foresti” come una minaccia, smettendo di rinchiuderci nelle nostre stanzette, comunicando con gli altri solo attraverso i media, senza guardare nessuno in faccia, senza guardare nessuno negli occhi.
Oggi qui dobbiamo impegnarci davvero, giovani e adulti, in una azione corale, uno accanto all’altro, di persona, per migliorare le prospettive del futuro, onorando così la memoria di chi, come Dino Carta, ci ha regalato il suo futuro per la nostra libertà.
Cari compagni, sì, compagni.

 

Marina Petroni

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