Orazione di Michele Santuliana del 31/08/2026 in occasione della visita organizzata a Malga Campetto

Malga Campetto 2026

Malga Campetto, domenica 30 agosto 2026

Un caro saluto a tutte e tutti voi qui presenti oggi: alle autorità civili, agli amici della provincia di Padova, agli amici e compagni delle sezioni ANPI della Valle dell’Agno, del Chiampo, del Leogra e della provincia, alla rappresentanza della CGIL.

Malga Campetto 2026

Sono onorato di prendere oggi la parola per condividere con voi questo momento di memoria, ed è con emozione che lo faccio, ringraziando gli amici e compagni che mi hanno invitato. Con loro il pensiero va a due persone che sento il dovere di ricordare, che sono state maestri e punti di riferimento per me come per molte e molti di voi: Teresa Peghin, partigiana e madrina della brigata “Stella”, scomparsa lo scorso anno, e Mario Faggion, che ci ha lasciato lo scorso giugno.

Teresa, con la sua dolcezza e la sua forza d’animo rappresenta ciò che per me è stata la Resistenza: adesione morale, profonda, alla causa della libertà contro la tirannia, la violenza, la brutalità e la sopraffazione che il nazifascismo aveva elevato a sistema, scelta di combattere per un mondo più giusto, più umano, «più libero e lieto», come recita il testo della canzone Oltre il ponte, scritto da Italo Calvino. Per Teresa aderire alla Resistenza era stato naturale, nonostante la giovanissima età, nonostante i rischi che una giovane donna correva. E nonostante le durissime prove che questa scelta avrebbe comportato, ed effettivamente comportò.

Mario, con il suo impegno costante a raccogliere e tener viva la memoria della Resistenza, con la sua prodigiosa capacità di ricordare ogni protagonista, ogni fatto, anche il più piccolo, ogni episodio, rappresenta il maestro che, fin dal mio ingresso nell’ANPI, vent’anni fa, ha mostrato la strada da percorrere per onorare la scelta di chi, per citare ancora Calvino, non volle «piegare la testa», di chi scelse la parte giusta della storia prendendo allora «la strada dei monti».

Sono i protagonisti di questa scelta che oggi onoriamo e ricordiamo assieme a tutti i caduti delle formazioni “Garemi”, nel luogo che ne vide la nascita. Ed è bello e importante che oggi si ritrovino persone di due province diverse, nella testimonianza del profondo legame che unì Vicenza e Padova nella Resistenza, fin da quel primo gruppo che l’11 gennaio 1944, in pieno inverno, occupava l’albergo Spitz per dare vita alla prima formazione partigiana della zona, il nucleo da cui avrebbero preso origine le brigate “Garemi”.

Come ben sappiamo grazie alle ricerche storiche, una parte di loro, al comando di Giovanni Garbin “Marte”, proveniva da Schio; gli altri, saliti da Vicenza e da Padova, erano guidati da Bruno Bazzacco “Giorgio”, da Raimondo Zanella “Giani” e da Romeo Zanella “Germano”, entrambi originari di Cadoneghe.

Fra loro c’è anche un uomo che, a dispetto del proprio passato, seppe riscattarsi grazie alla lotta per la libertà, distinguendosi per capacità e condotta, fino alla tragica fine, il 17 agosto 1944. Mi riferisco a Clemente Lampioni, “Pino”, il primo commissario politico della futura brigata “Stella”.

Dallo Spitz, come sappiamo, il gruppo, a fine mese, pressato dal rischio di essere facilmente raggiunto e circondato dai nazifascisti, si trasferisce a malga Campetto, posizione che domina completamente la conca di Pizzegoro, consentendo di avvistare movimenti da lontano; inoltre la sua posizione, fra le valli dell’Agno e del Chiampo, permette al reparto, se attaccato, di sganciarsi.

Qui il gruppo, arricchitosi di nuovi elementi, diviene il distaccamento garibaldino “Fratelli Bandiera” e qui sostiene la prima dura prova: dal 16 al 18 febbraio 1944 la zona è infatti investita da un pesante rastrellamento messo in atto da circa 300 nazifascisti.

I partigiani, avvertiti per tempo, si dividono in pattuglie e operano una difesa mobile, riuscendo a sganciarsi e a fuggire in direzione ovest, senza perdite sensibili, causando al nemico una ventina di caduti. Dopo lo scontro i patrioti si rifugiano nelle contrade delle valli dell’Agno e del Chiampo, accolti e nascosti dalla popolazione, che li rifocilla e li nasconde.

Permettetemi a questo punto una riflessione su alcuni aspetti che mi hanno sempre colpito.

Anzitutto la scelta di questi primi partigiani: diversi di loro erano antifascisti che da anni lottavano, alcuni avevano provato il carcere e il confino, altri si erano avvicinati grazie all’impegno dei primi comandanti. Eppure tutti dovevano partire da zero, costruire dal niente una struttura, un gruppo, fra estreme difficoltà. Questo è straordinario a pensarci oggi.

E se c’è chi oggi, fra le più alte cariche dello Stato, osa oscenamente affermare che adesso è facile giudicare negativamente il fascismo ma se fossimo vissuti allora avremmo dato un giudizio diverso, evidentemente positivo secondo chi parla, ciò è smentito dalla scelta di questi primi partigiani, che del fascismo avevano sperimentato il vero volto e non quello edulcorato e falso di chi oggi vorrebbe riabilitarlo.

L’altro aspetto su cui vorrei porre l’attenzione è il sostegno che la popolazione dei nostri paesi e delle nostre contrade diede alla Resistenza: in un periodo di guerra, di ristrettezze, di paura e di privazioni, la popolazione locale sostenne e protesse le formazioni partigiane fin dagli albori, offrendo un aiuto fondamentale, senza il quale opporsi ai nazifascisti sarebbe stato impossibile.

Anche quella delle popolazioni delle nostre valli fu dunque Resistenza, come ben racconta, fra gli altri, Eugenio Candiago nella sua Passione del Chiampo. E non a caso le rappresaglie verso la popolazione furono, anche qui, tanto feroci.

Un terzo aspetto su cui vorrei riflettere si lega a un’altra figura straordinaria che di lì a qualche settimana, ai primi di marzo, si unì al “gruppo di Malga Campetto”, e cioè il “Professore”, poi “Dante”: Luigi Pierobon.

Studente di Lettere a Padova, medaglia d’oro al valor militare alla Memoria, “Dante”, pur di formazione cattolica, entra in una formazione di ispirazione comunista distinguendosi, per le sue capacità e qualità umane, fino a divenire il primo comandante del battaglione “Stella” quando, il 17 maggio 1944, a malga Campodavanti, sempre sui monti che ci sovrastano, avviene l’inaugurazione della bandiera della I brigata d’assalto “Ateo Garemi” – XXX brigata Garibaldi.

“Dante” continuerà a distinguersi fino alla tragica fine, dopo la delazione che lo getta nelle mani dei nazifascisti, che lo fucilano il 17 agosto 1944, lo stesso giorno della morte, per impiccagione, di “Pino”.

Ecco, questo è stata la Resistenza, non un movimento meramente ideologico, chiuso, ma aperto, che rappresentò per molti la prima pagina di una libertà conquistata con la liberazione e poi sancita dalla Costituzione.

E se altrove non sono mancati i contrasti fra diverse anime della Resistenza, a volte fino a tragici epiloghi, l’esempio di quello che nacque a malga Campetto e fra queste nostre valli, fra le più difficili per la Resistenza, rappresenta l’anima più bella di un movimento che seppe ridare dignità a una patria che il fascismo aveva corrotto e trasformato, per citare Mario Rigoni Stern, partigiano dietro i reticolati dei lager, da madre a matrigna.

Questo oggi siamo chiamati a testimoniare e a difendere con fermezza e con orgoglio, contro gli eredi del fascismo e del postfascismo ormai giunti alle più alte cariche dello Stato, che di orgoglio sono sempre pronti a parlare, contro il continuo, onnipresente tentativo di riabilitare una dittatura feroce spacciandola per un regime bonario “che ha fatto anche cose buone”.

No: come ripeteva Teresa Peghin, «il fascismo non ha fatto cose buone ma è stato solo la rovina dell’Italia perché ha creato solo odio e distruzione».

Oggi tutto è in pericolo, tutto, anche i fondamenti più nobili della Repubblica nata dalla Resistenza, è messo in discussione dagli eredi del nazifascismo, in tutto il mondo e in Europa in particolare: dalla giustizia sociale, senza la quale, come amava ripetere il presidente partigiano, medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza, Sandro Pertini, «non può esserci libertà», all’uguaglianza fra cittadine e cittadini, dal lavoro, fondamento della nostra Costituzione, alla stessa memoria di chi ha combattuto per la parte giusta della storia.

Scriveva Primo Levi nel 1974: «Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti».

E noi, che siamo qui stamattina per onorare chi scelse la democrazia, l’uguaglianza, la giustizia, la pace, siamo chiamate e chiamati a lottare, non con le armi ma con il cervello, lo studio, la conoscenza, l’impegno continuo, nelle piazze come in rete, dove in particolar modo attecchisce la narrazione distorta di chi vuole deformare la storia.

Gli esempi li abbiamo, e li ho citati. E dobbiamo tornare qui, in luoghi come questo, con i giovani, per continuare a raccontarla, la storia di chi scelse la parte giusta.

Lo dobbiamo a loro, ai protagonisti di allora. Lo dobbiamo alla loro scelta.

Teresa e Mario, sempre in prima fila fino all’ultimo, ci hanno lasciato un testimone che spetta a noi tenere alto.

Diamoci da fare.

Viva le formazioni Garemi, viva la Resistenza!

Michele Santuliana