Per ricordare Valentino Bortoloso “Teppa” con le parole di Giorgio Dalle Molle, Ottorino Bombieri e Danilo Andriollo

Per ricordare Valentino Bortoloso il 29 Marzo 2026

Ricordo diGiorgio Dalle Molle

Caro Valentino durante la tua lunga vita hai dialogato spesso con la vita e la morte: nella campagna di Russia, nella guerra di liberazione, hai subito una condanna alla pena capitale e hai peregrinato per anni nelle carceri italiane, ma il tuo nome è indissolubilmente legato a quella notte di luglio del 1945, la notte dell’eccidio. Non ti sei mai sottratto alle responsabilità e alle conseguenze di certe scelte, ma il Valentino che ho conosciuto non può essere imprigionato in quella tragica notte.

Tanti tuoi giorni sono stati segnati da delusione e sofferenza, hai subito silenziosamente e dignitosamente attacchi velenosi e gratuiti.

Da più parti si cercava deliberatamente ogni pretesto per riaccendere polemiche, ribadire condanne, giudicare, annientare l’uomo con un accanimento talvolta disumano che sembrava rimproverarti quasi il fatto di esistere. Hai percorso con fiducia la via della riconciliazione, ma anche là hai trovato delusione e rammarico. Quanto dolore Valentino, ma tu hai dimostrato un’infinita e ostinata pazienza nel ricominciare, un coraggio di vivere contagioso. Grazie anche per questo, non solo per il tuo grande contributo alla Resistenza e alla nostra Italia.

Ricordo il giorno del conferimento della medaglia della Liberazione a Vicenza, eravamo insieme a mia mamma, anche lei decorata. Tra voi, come in altre occasioni quando vi incontravate, c’era complicità, affetto, parlavate chiamandovi con il nome di battaglia: Teppa e Piccola. Io ero sempre affascinato da questi incontri, ma restavo un po’ in disparte per non disturbarvi sapendo che potevo solo avvicinarmi con discrezione alle vostre storie per non invadere un vissuto prezioso che apparteneva solo a voi, testimoni e protagonisti di un periodo storico straordinario che noi, per quanto impegno ci mettiamo, possiamo solo tentare di capire.

Ricordo la tua gioia, il battimani di quella sala gremita, la tua commozione per sentirti finalmente accolto con rispetto e calore da quella società civile per cui avevi combattuto e sofferto. Gioia effimera purtroppo, subito cancellata dalla revoca di quel prestigioso riconoscimento, di nuovo come in un incubo: amarezza e delusione, ma anche allora hai saputo trovare la forza di rialzarti, di non cadere nelle provocazioni e caparbiamente continuare il tuo impegno defilato, ma significativo, sei sempre stato riluttante al clamore mediatico.

Avevo già conosciuto il tuo coraggio e la tua determinazione nei giorni del ricovero in Cardiologia, alla soglia dei 90 anni. La situazione era critica, tra noi medici discutevamo la possibilità di un intervento risolutivo, ma gravato da un altissimo rischio, l’alternativa era una vita tranquilla di assoluto riposo vista l’età. Il primario e altri colleghi spingevano per questa opzione molto piu’ comoda per tutti e mi sollecitavano per convincerti ad accettare:“Vai tu dal tuo amico a spiegare bene cosa c’è in gioco!”, ma non si rendevano conto di chi avevano di fronte. Ho quindi condiviso i dubbi e le difficoltà con te, analizzando le varie soluzioni possibili in un dialogo franco ed aperto.

Dopo vari colloqui la tua fiducia nella vita mi ha disarmato con queste parole:“non te vorè mia che passe i giorni in poltrona a vardare la television, go voja de tornare a caminare in montagna sul Novegno!Sarà quel che sarà”

Complice la comune passione per la montagna, sono stato pienamente d’accordo con te, molte persone della tua età si sarebbero accontentate di sopravvivere senza affrontare rischi eccessivi, ma non tu.

Quella scelta sofferta e condivisa si è poi rivelata vincente e ha donato nuova vita ai tuoi giorni. Da allora tra noi è nato un rapporto forte di amicizia e stima. Quando venivo a trovarti a casa e poi in casa di riposo, ti ho visto sempre disponibile per gli altri ospiti, sempre attento e informato sulla realtà politica e sociale, curioso e vivace, eri un affabulatore, parlavamo di tutto, anche dei tuoi anni di carcere e dell’eccidio sempre definito da teinutile e doloroso, non ho mai voluto forzare la mano, o indurti a narrare cose che ancora ti facevano soffrire. Mi hai fatto capire che talvolta ti sei sentito strumentalizzato, che tanti tuoi sogni erano stati rubati dal tempo, ma nonostante questo non avevi perso la grinta e la voglia di lottare per i tuoi ideali.

Hai superato altre malattie legate all’età e anche il Covid. Negli ultimi tempi ti ho visto diventare piu’ fragile, il tuo eloquio sempre vivace e articolato è diventato piu’ stentato e difficoltoso, un declino lento e malinconico, i nostri incontri lasciavano piu’ spazio al silenzio, agli sguardi, quasi un preludio al distacco che i tuoi occhi talvolta velati di lacrime mi lasciavano intuire.

Grazie Valentino, conoscerti e condividere con te un piccolo tratto di strada, anzi di sentiero, e stato un privilegio.

Ricordo diOttorino Bombieri

Cari compagne e compagni,

non credo di essere all’altezza del compito, ma non posso nemmeno ignorare la mia quasi trentennale stretta, chiara e sincera amicizia con Valentino. Quindi, amico mio carissimo, non mi sottraggo al piacere dell’ultimo incontro con te. Perché oggi qui si completa l’ultima volta. Finisce la lunga serie inanellata per tanti anni, prima a casa tua, in quel di Resecco e poi alla Casa di Schio, in cui stavamo insieme. Questa di oggi è l’ultima volta che io parlo con te. Domani parlerò di te, ma non sarò in tua compagnia. Oggi io non ti scrivo, non ti commemoro e non voglio nemmeno ricordarti, desidero unicamente dialogare, come eravamo soliti fare, almeno una volta a settimana, prima a casa tua poi all’interno della struttura “La Casa”, di tutto ciò che accedeva in questo nostro travagliato paese.

A casa tua, in Via Toaldi, non ci si poneva l’uno di fronte all’altro intorno al tavolo, se prima non uscivi dalla cucina con la moca del caffè fumante. L’unica volta che ci siamo seduti prima, ci siamo dimenticati del caffè e abbiamo quasi fuso la moca. La settimana successiva sul fornello faceva bella mostra di se una nuova brillante cocumega.

Sul tavolo quasi sempre il giornale di Vicenza, un libro iniziato, una penna. Però non ti ho mai visto prendere appunti. E si parlava di tutto e di molti. Per la verità a parlare eri solo tu.

Spaziavi da ciò che accedeva nel mondo alle miserie di casa nostra. Non ti piaceva e non poteva essere diversamente, la situazione politica internazionale e nemmeno quella domestica. Mi sarebbe piaciuto sentire un tuo giudizio su quanto sta accadendo oggi sia fuori che dentro i confini di questa nostra Italia. Certamente, sarebbe stato pacato, sereno ma tranciante, come eri solito fare in presenza di questioni fuori dalla nostra portata per dar loro una risoluzione. Ma erano parole cariche di fermezza e di sensibilità, senza però non far trasparire una profonda tristezza per l’incapacità obbiettiva di dar loro almeno un indirizzo di risoluzione. Gli anni della resistenza erano sempre al centro del tuo racconto. Qualunque fosse l’abbrivio, finivi sempre per tornare LA’, lungo quei sentirei impervi, i nascondigli, la fatica, la paura, la fame.

La montagna che vi avvolgeva, vi nascondeva, vi teneva stretti come le braccia protettive di una madre. Mi raccontavi episodi, a volte ripetuti ma sempre arricchiti di nuovi particolari che calamitavano totalmente la mia attenzione. Nulla e nessuno avrebbero potuto distrarmi.

Poi decidesti di chiudere casa a Rasecco.
Io, Danilo e tanti altri tuoi compagni e amici, abbiamo cercato di dissuaderti da questo progetto. Eri in forma perfetta, solo un problemino alle gambe, autosufficiente e quasi nel pieno delle tue capacità fisiche e sopratutto mentali, perché isolarsi all’interno della “Casa”? Hai resistito un qualche tempo e poi è finita come tu desideravi.

Ma la nuova situazione non ha mutato le nostre abitudini. Io ho continuato con le mie veste settimanali, così come Ugo, e poi Danilo, Antonio, Joe, Roberto, e tanti altri ancora di cui mi sfugge il nome e mi scuso. Ci mancavi e non ti avevamo dimenticato.

Salivo al tuo reparto, abitualmente nel primo pomeriggio. Ti trovavo sempre seduto con la schiena rivolta all’entrata della sala e lo sguardo oltre la grande vetrata che dà sul verde parco esterno. Sulle ginocchia una copia del giornale di Vicenza. Ti piaceva restare solo con i tuoi pensieri e non frequentare una comunità che certamente non ti eguagliava per fisicità e freschezza mentale. Eri nel posto utile ma sbagliato per ciò che eri e il tuo fisico ti permetteva di essere. Se avessi potuto ti avrei rapito.

Nel pomeriggio di un giorno qualsiasi, di un mese qualsiasi, le tue nipoti mi avvertono che non stai bene. Mi precipito alla casa. Salgo alla tua stanza. Sei nel tuo letto. Respiri con difficoltà, ti hanno applicato la mascherina dell’ossigeno, gli occhi sono chiusi e non rispondi alle sollecitazioni e agli inviti dei presenti. Sono profondamente turbato. Mi allontanoa con la morte nel cuore. Torno il giorno successivo. La situazione non è mutata anche se mi si dice che non è peggiorata, anzi …. Ti chiamo, non rispondi e nemmeno mi rivolgi lo sguardo. Prendo la tua mano destra nella mia. L’avverti e la stringi … forte per la forza di cui ancora disponi. E’ una mano calda che trasmette amore, tanto amore e attaccamento alla vita.

E’ stato il mio addio. L’addio dell’uomo veneto del profondo Polesine, per il quale e per tutti i polesani alluvionati per la tracimazione delle acque del Po, nel novembre del 1951, hai raccolto del denaro all’interno della struttura penitenziaria in cui ti trovavi, in nostro aiuto. E ti piaceva ricordare spesso il fatto, sottolineando che non pensavi che un giorno avresti avuto come amico uno “pescato nelle limacciose acque del PO”.

Questo eri tu e tantissime molte altre cose ancora e così ti conserverò nella mia memoria e nel mio cuore fino all’ultimo giorno della mia vita.

Ciao Teppa!!!

Ricordo diDanilo Andriollo

Grazie a tutte e tutti per essere qui oggi. Abbiamo ritenuto giusto organizzare un momento in ricordo di Valentino Bortoloso “Teppa”, dopo che al funerale, rispettando la volontà dei familiari, non era stato possibile intervenire. Saluto di cuore il fratello Luigi e i parenti, che ci hanno ringraziato per la nostra vicinanza a Valentino questo nostro incontro.

E’ difficile per me parlare di Valentino al passato, e penso di non essere il solo. Chi l’ha conosciuto e frequentato sa che era persona cordiale ed amabile, disponibile ed accogliente, al quale inevitabilmente ci si legava. Ho cominciato a frequentarlo 10 anni fa, in occasione della sciagurata decisione della Ministra della Difesa Pinotti di togliergli la Medaglia della Liberazione, ricevuta per la sua attività di partigiano.

Voglio ricordare che la gravità di quella decisione stava nell’aver accolto le pressioni dell’assessora regionale Donazzan e dell’allora sindaco di Schio Orsi, che di fronte a “Teppa” si sarebbero solo dovuti inchinare, ignorando le osservazioni e la documentazione portata dall’ANPI a sostegno del diritto di Valentino alla sua medaglia.

Da allora abbiamo continuato a vederci frequentemente e, da quando scelse di andare in casa di riposo, nonostante la disponibilità dei nipoti di ospitarlo, con Ionio Cattozzi andavamo a trovarlo spesso. Permettetemi di ringraziare Ionio per la vicinanza a Valentino. Tra noi dell’ANPI è stato colui che più gli è stato vicino. Ed è bello ricordare che “Teppa” era molto contento della vicinanza della sua Associazione.

Per ricordare la sua figura di partigiano riprendo la breve biografia ricavata dai Quaderni della Resistenza di Schio. Ho scelto questo testo perché corrisponde sicuramente ai suoi racconti:

Bortoloso Valentino – Di Paolo (operaio tessile) e di Cerbaro Mistica dai Corobolli. Nato a Schio il 24. 03. 1923, due fratelli e sei sorelle, allora residente a Poleo in via Lungo Gogna (ex via Casetta). Di leva nei Carabinieri nel maggio del 1942, tre mesi di corso a Torino, poi mobilitato per la Russia nell’agosto del 1942 in un apposito Btg. di Carabinieri aggregato alla Divisione “Vicenza” (Valentino ricordava sempre che aveva scelto i Carabinieri perché non era previsto che questi partissero per la guerra contro L’URSS). Il suo invece fu l’unico Btg. Dei Carabinieri ad essere inviato al fronte.

Trascorse tutto l’inverno in linea in Russia e dei 700-800 Carabinieri tornarono soltanto in 50-60. Al momento della ritirata i Tedeschi partirono senza avviso e vi fu un “si salvi chi può”; c’erano morti, feriti, dispersi, tifo petecchiale in circolazione. Per un mese e mezzo vagarono per la Russia in tre compiendo 800 km. a piedi, fino a quando vennero concentrati a Gommel e con una tradotta riportati in Italia in aprile-maggio del 1943 (uno morì durante il viaggio di tifo petecchiale). Valentino finì a Bologna, venne smobilitato per il fronte ed inviato a Venezia alla Legione Carabinieri per il normale servizio d’ordine. Qui si trovava all’8 settembre 1943 e, per ordine dei Comandi, si mise in borghese e si rifugiò con altri in famiglie private per alcuni giorni in attesa degli sviluppi della situazione. Non vi furono deportazioni in Germania e così riprese il servizio fino al gennaio 1944; ricorda che i Fascisti guardavano male i Carabinieri perché “reali”.

Furono proposti per formare un reparto speciale di “Cacciatori delle Alpi” contro i ribelli ed allora in caserma vi furono riunioni e discussioni, finché si decise di andarsene via tutti portando con sé la pistola, 2 bombe a mano Balilla e munizioni; questo avvenne ai primi di febbraio del 1944. Valentino si rifugiò a Lonigo presso parenti e rientrò a Schio nel marzo-aprile mettendosi in contatto con le prime pattuglie. Nella prima quindicina di maggio sale con altri in Asiago e poi torna a Poleo unendosi a Guastatore, Quirino, Morvan, Bob, Pelloni, un milanese ed altri per 4-5 giorni, dopo di che sale a S. Caterina con Bixio. Dopo, Bortoloso Valentino si reca in campagna a Sanvito ma poco dopo, per il pericolo di rastrellamento e per alcuni incidenti avvenuti, sale sul Novegno dove viene costituito un gruppo: 1 – Franceschini Bruno (Guastatore) 2 – Bortoloso Valentino (Teppa) 3 – Milan Gildo (Patàn) 4 – Duso Angelino (Golgota) 5 – Santacaterina Gino (Ciccio) 6 – Dalla Costa Giuseppe (Macario) 7 – Dalla Costa Tranquillo (Tranquillo), suo fratello 8 – Santacaterina Aldo (Quirino) 9 – Bortoloso Luigi (Gino) 10 – il “Barba” di Casalena 11 – Manea Arciso (Morvan) 12 l’inglese “Checco”. A quel tempo Valerio Caroti (Giulio) e Bruno Redondi (Brescia) – comandante e vicecomandante della Brigata val Leogra – volevano dare il comando della pattuglia a “Teppa” ma questi si sentiva troppo giovane e con poca esperienza, per cui il comando fu assunto da “Guastatore”. Di qui la denominazione di “Pattuglia di Guastatore e Teppa”. La sorella di Teppa, Caterina Bortoloso detta “Nella”, operò come staffetta nel Btg.ne Ramina Bedin assieme all’amica Maria Bortoloso.

Fin qui il racconto dei Quaderni. Sappiamo inoltre che Valentino partecipò ad importanti azioni: dai recuperi di armi ai sabotaggi; dalla liberazione di Antonio Canova “Tuoni” dall’ospedale “Baratto” alla battaglia finale per la liberazione della città del 29 aprile 1945. Gli venne riconosciuta la qualifica di partigiano combattente con il ruolo prima di “Ispettore di Battaglione” e poi di Brigata. Delle attività svolte nella Resistenza ne parlano ampiamente i “Quaderni della Resistenza di Schio” ed egli stesso ne ha scritto in un suo racconto dal titolo “Dalla montagna alla prigione” oltre ad averne parlato in diverse interviste fino a quella più recente, fatta da Laura Gnocchi e contenuta nel sito “Noi Partigiani”.

Di Valentino, della sua lunga vita, del suo ruolo nella Resistenza, dei suoi anni in carcere e della sua attività sociale e politica potremo sapere di più nel prossimo periodo. Usciranno infatti una raccolta di racconti, lettere e temi, scritti e svolti durante la carcerazione con altre annotazioni biografiche, curata da Ugo De Grandis, che ha ricevuto da “Teppa” l’autorizzazione a pubblicare i suoi “Quaderni del carcere”, i cui originali sono custoditi alla Fondazione “Nordera – Busetto “ di Santorso, ed una biografia scritta da Sarah Morgan che avrebbe voluto essere qui ma non ha potuto lasciare Londra per impegni familiari.   

Sappiamo che sulla sua vita, fino alla fine, ha pesato la partecipazione all’Eccidio di Schio. Per le sue responsabilità venne condannato e scontò 10 anni di carcere, pagando così il suo debito con la giustizia. Durante gli anni trascorsi in carcere ha studiato e partecipato alle attività sociali concesse ai detenuti: noi amiamo dire che in questo modo ha dato concreta applicazione all’articolo 27 della Costituzione che recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Ha potuto usufruire di un’amnistia ed è poi rientrato a Schio, ricoprendo incarichi di primo piano nel suo partito, il Partito Comunista Italiano, nell’ANPI, nella CGIL e nell’ARCI. E’ stato per molti anni protagonista della vita democratica, sociale e civile di Schio e della Provincia, anche in questo caso seguendo i principi costituzionali contenuti all’art. 2 e, come abbiamo sottolineato più volte, si è comportato da cittadino esemplare per oltre 70 anni. Voglio sottolineare “cittadino esemplare”.

A metà anni ’80 si è ritirato da ogni incarico per evitare che la sua presenza venisse strumentalizzata contro le Associazioni che dirigeva o alla cui attività collaborava. L’ha fatto perché proprio in quel periodo è stata nuovamente avviata una campagna contro i partigiani autori dell’Eccidio di Schio. Da quel momento ha deciso di non prendere più parola pubblicamente, salvo un’intervista del 2003 nella quale ribadiva che, al contrario di ciò che i fascisti di Schio sostenevano; nonostante documenti e atti processuali, Germano Baron “Turco” non era presente nel carcere di Schio la notte tra il 6 e il 7 luglio. Rispettò fino alla fine quel suo impegno a non parlare per non innescare polemiche. Penso però che ciò che lo ferì di più fosse sapere che anche tra i suoi compagni ci fosse chi non credeva alla sua versione dei fatti. In quell’intervista del 1985, alla domanda del giornalista “Cosa pensa a quarant’anni di distanza di quegli avvenimenti” rispose: “Fu un errore, un tragico errore. Certo non si sarebbe mai dovuta compiere un’azione simile che, oltretutto, è stata di gravissimo danno per tutto il movimento della Resistenza, per Schio e anche per noi”. Più avanti, quando il giornalista gli chiese: “Perché foste trascinati ad entrare in carcere?” rispose: “ Il ‘clima’ era piuttosto caldo: dopo la Liberazione avevamo scoperto un partigiano sepolto vivo; molti soffrivano ancora per le angheria subite; i processi contro i responsabili fascisti non si facevano; poi ci fu il racconto di chi tornò dai campi di sterminio; ed infine la minaccia del Governatore inglese di liberare i fascisti se non c’erano denunce precise. Ma le denunce erano state fatte, e molte erano sparite”.

Valentino ha sempre respinto con nettezza ed onestà storica le posizioni delle portatrici e dei portatori di odio che, per basse finalità politiche e propagandistiche, continuano ad agitare la triste vicenda dell’Eccidio, da lui definita, in occasione del 90° compleanno “inutile e dolorosa”.

Per questo si risentiva, giustamente e legittimamente, quando veniva attaccato da personaggi o personagge che lo chiamavano in causa con affermazioni inaccettabili. Ed era difficile dovergli dire che i nostri legali ritenevano che, nella Repubblica democratica e antifascista per la quale egli aveva combattuto, un’eventuale denuncia di diffamazione rischiava di venire archiviata o di approdare ad un’assoluzione che lo avrebbe amareggiato ulteriormente.

Sottolineo inoltre che è sempre stato protagonista e partecipe molto riservato delle vicende che hanno riguardato discussioni, confronti e anche polemiche relative all’Eccidio e a ciò che ha comportato in città negli ultimi trent’anni, compresa la scelta di posare una lapide alla Biblioteca comunale il cui testo egli condivise quando fu chiaro che c’era stato “un prima e un dopo”.

Detto in breve del Valentino partigiano, durante la guerra di Liberazione e per tutta la sua vita, permettetemi di esprimere brevissimi pensieri sul Valentino uomo e compagno come io l’ho conosciuto frequentandolo.

Abbiamo visto che è stato un partigiano coraggioso e determinato. Il suo comandante Valerio Caroti “Giulio” aveva pronta la domanda per l’assegnazione a “Teppa” della Medaglia d’argento al valor militare, per il suo coraggio e la sua disciplina nel corso della Resistenza. Dei momenti belli o tristi che ha vissuto in quel periodo straordinario della sua vita, aveva impresso nella memoria soprattutto il ricordo dei suoi compagni caduti e spesso si commuoveva, ricordandoli.

Ha deciso di tacere per quarant’anni ed ha mantenuto fede a questo impegno fino all’ultimo. Ha sopportato attacchi e offese, che mai ha ricambiato. Si arrabbiava ma non ha mai pronunciato parole d’odio come abbiamo visto esprimere nei suoi confronti anche nei giorni della sua morte. Spero che questa sua forza d’animo, che gli ha permesso di resistere di fronte ad attacchi che si ripetevano periodicamente, sia di esempio per tutte e tutti noi.

Valentino è stato uomo gentile e cortese. Temeva sempre di arrecare disturbo. Quando ha capito che il suo cuore cominciava a perdere colpi ha deciso di farsi ricoverare a “La Casa” per non disturbare nessuno, appunto. Anche in quell’occasione, come in tutta la sua vita, ha deciso da solo. Per questo sono offensive le parole che abbiamo letto quand’è morto. C’è stato chi ha tentato di far passare l’idea che Valentino avrebbe subìto pressioni nel decidere di interrompere i suoi rapporti con la figlia del Commissario Prefettizio ucciso nell’Eccidio. Ricorderete che nel 2017 Anna Vescovi e Valentino Bortoloso si incontrarono dal Vescovo in nome della pace e della misericordia. Tutti i passaggi che portarono a quell’avvenimento e quelli successivi sono stati decisi e gestiti direttamente da Valentino che, non dimentichiamolo, è stato lucido e vigile fino alla fine. Sostenere che qualcuno abbia potuto forzare le sue scelte è offensivo nei confronti di “Teppa”, in primo luogo, e nei confronti stessi di chi questa tesi la sostiene, che dimostra di non aver compreso carattere e caratteristiche di Valentino.

Egli ha sempre rivendicato e difeso la propria libertà di pensare, scegliere, decidere autonomamente. Per questo trovarci qui non significa ergerci a portatori, continuatori o, tanto meno, veri interpreti di Valentino e dei suoi pensieri. Noi gli abbiamo sempre portato rispetto e continueremo a farlo, a maggior ragione ora che non c’è più, in segno di affetto per lui e per i suoi familiari.

Egli era amante della vita e della compagnia. Ospitava spesso e molto volentieri le persone che si recavano a trovarlo: sia singoli o singole che in compagnia. Fino a quando è rimasto nella sua casa accoglieva chi arrivava con i suoi piatti di pasta, con il sugo preparato con i suoi pomodori, il suo vino bianco e i suoi caffè, accompagnati da grappa, gerolimino (che una signora gli portava ogni anno, naturalmente preparato con l’unica vera ricetta), nocino o altri liquori di erbe da lui preparati.

La sua ospitalità e la sua disponibilità ad accogliere era sempre confermata quando scriveva alle persone. Sia in occasione di inviti che di momenti di tensione o rottura, egli concludeva le sue lettere o brevi messaggi con le parole: “la mia porta è sempre aperta”.

Valentino amava le donne, osservandole con un senso di ammirazione per la loro intelligenza e bellezza, sempre però in modo rispettoso, come confermato da una sua ex compagna di lavoro l’ultima volta che l’ho visto, pochi giorni prima della sua morte. Mi viene da pensare che in questo modo esprimesse il bisogno di riprendere, almeno idealmente, ciò che aveva perduto in quei 10 anni in carcere: tra i suoi 22 e 32.

Ricordo poi che all’inizio di ogni anno, quando ci incontravamo chiedeva le tessere e si presentava con la quota di iscrizione all’ANPI e al Partito, che negli ultimi anni era il Partito Democratico.

Di Valentino conserverò sempre il ricordo di un uomo dotato di grande fascino, lucido, appassionato, socievole, dolce, che è sempre riuscito a conservare quanto gli poteva essere utile per vivere bene con gli altri, innanzitutto, e con se stesso.

Il modo migliore per ricordare Valentino è continuare nel nostro impegno antifascista e per la difesa e applicazione della Costituzione, condiviso da buona parte di italiane e italiani.