«Il coraggio, virtù quotidiana»
Orazione ufficiale 3 ottobre 2026 a Carpanè di San Nazario (VICENZA)

Sonia Residori
Università degli Studi di Padova
Buongiorno a tutte e a tutti,
Rivolgo il mio saluto alle cittadine e ai cittadini presenti, ai rappresentanti delle associazioni partigiane e combattentistiche, ai componenti del complesso strumentale, ai signori sindaci e alle autorità dei comuni qui riuniti per commemorare i caduti di Carpanè, uccisi durante il massacro del Grappa, la cosiddetta Operazione Piave, condotta tra il 20 e il 29 settembre 1944 dalle truppe tedesche e da quelle della Repubblica sociale.
Tra la primavera e l’estate del 1944 confluirono sul Grappa renitenti alla leva, disertori della RSI, militari del regio esercito sbandati dopo l’8 settembre 1943, antifascisti, carabinieri ed ex prigionieri alleati. Le formazioni riunivano le due brigate Italia Libera, Val Piave–Archeson e Val Brenta–Campo Croce, Matteotti e Gramsci, oltre ai battaglioni territoriali Mazzini e Silvio Pellico. A sostenerle erano le missioni italiane MRS e Biplane (Icaro), organizzate dall’Intelligence britannico, la missione americana Margot Hollis e quella inglese Gela.
All’inizio di settembre 1944 si diffusero con insistenza voci su un imminente rastrellamento. Su consiglio della Missione Inglese, il Comando Unico partigiano decise di resistere invece di disperdere le formazioni. Fu un grave errore di valutazione, alimentato dalla «psicosi dello sbarco»: l’ipotesi, mai confermata dai documenti, di uno sbarco alleato nell’alto Adriatico che avrebbe reso il Grappa strategico per la liberazione del Veneto. Convinti di far parte di un piano militare più ampio, i partigiani scelsero di non ritirarsi.
All’alba del 20 settembre, un numero tra i 5 e i 7.000 tedeschi e fascisti repubblicani accerchiarono i paesi ai piedi del Grappa, da Borso a Seren, da Cavaso a Crespano e da Pederobba a Quero. Attaccarono da più direzioni, usando sistematicamente i civili come scudi umani e il lanciafiamme per distruggere casere e bestiame e per bruciare i partigiani che incontravano vivi, feriti o già morti. In due giorni ebbero la meglio sulla resistenza partigiana, composta soprattutto da giovani inesperti e privi di armi.
Il 21 settembre, alle 13, il comandante Longo ordinò: «Si salvi chi può».
Mentre molti partigiani fuggivano dal Grappa in fiamme, superando i posti di blocco e cercando rifugio, le autorità nazifasciste promisero salva la vita — o, al massimo, l’arruolamento nella contraerea, la Flak Italien — a chi si fosse consegnato. Numerosi giovani si presentarono spontaneamente, ma furono condannati a morte da tribunali militari straordinari (Standgericht), per l’intervento di delatori. Cavaso, Crespano, Onè di Fonte, Cornuda, Carpanè e Bassano divennero patiboli a cielo aperto: gli impiccati rimasero esposti per giorni e i fucilati furono abbandonati lungo le strade sotto la pioggia.
Il 26 settembre 1944, mentre a Bassano del Grappa impiccavano 31 giovani partigiani, presso la stazione di Carpanè, uomini del Corpo di sicurezza Trentino e della Kriegsmarine fucilarono 13 persone. Ma a Carpanè di San Nazario altri erano stati fucilati nei giorni precedenti, anche se tuttora è difficile determinare il numero, l’identità e l’ordine delle esecuzioni. Nel dopoguerra, ogni testimone raccontò con angoscia soltanto la parte del massacro a cui aveva assistito, mentre i corpi si accumulavano nella scarpata, nonostante i familiari furtivamente andassero a recuperare il corpo del proprio caro per tumularlo, sempre di nascosto, altrove.
Le esecuzioni cominciarono nella notte tra il 21 e il 22 settembre. Un uomo di circa quarant’anni, forse originario di Cismon e catturato in montagna, fu ucciso con una raffica di mitra presso il passaggio a livello di Carpanè. Il compagno riuscì invece a gettarsi nella roggia della centrale, mettendosi in salvo.
Il 24 settembre, nove partigiani catturati sul Grappa furono fucilati in un fossato davanti alla stazione degli ex-carabinieri. Erano sei italiani e tre ex prigionieri alleati che dopo 48 ore vennero sepolti in un campo dell’Agenzia coltivazione tabacchi, a dieci metri dalla strada. Tra loro c’era il dottor Virgilio Versa, assistente del primario di chirurgia dell’ospedale di Asolo, identificato grazie a un ricettario rimasto nella tasca dopo che gli erano stati rubati il portafoglio, l’orologio e una penna d’oro. Il medico legale accertò che a uno dei fucilati subito dopo l’esecuzione era stata rimossa con una tenaglia da fabbro l’intera protesi dentaria d’oro.
Il 25 settembre furono uccisi Giuseppe Mocellin di Solagna e Luigi Ferraris, commissario prefettizio dello stesso comune. Mocellin fu colpito al petto e alla fronte, Ferraris, vestito da telefonista con una tuta azzurra, alla schiena. Entrambi caddero nel fossato della stazione di Carpanè. Dopo tre giorni sotto la pioggia, i familiari rimossero di notte le salme e le trasportarono a Solagna.
Il 26 settembre 1944, alle 15.30, presso la stazione di Carpanè, 13 uomini furono fucilati da un plotone del Corpo di sicurezza Trentino affiancato da circa venti uomini dellaKriegsmarine. I corpi rimasero sul posto per due giorni.
La sera fu uccisa anche Gianna, moglie di Angelo Valle, «una giovane signora bruna, alta, dell’apparente età di 23 anni in istato di presumibile gravidanza al terzo mese, moglie dell’ufficiale alto, biondo». Verso le 22 fu condotta nel fossato vicino al marito e colpita da una raffica di mitra alla luce dei fari di un’auto. Il suo corpo, senza vestiti, fu seppellito accanto, ma separato, a quello del marito, in una fossa profonda un metro, coperta da frasche di cipresso.
Dopo la guerra, le autorità inglesi riesumarono dal cimitero di San Nazario sedici soldati britannici uccisi in quel settembre 1944 assieme ai partigiani italiani e li trasferirono al cimitero di guerra del Commonwealth di Padova: quindici furono identificati, mentre il sedicesimo, probabilmente neozelandese, rimase ignoto.
Gli identificati erano
- i sottufficiali inglesi della Royal Horse Artillery: Arthur Geoffrey Chambers e Frank Bush;
- il soldato dell’Indian Army Miramat Shah;
- dodici militari sudafricani dell’Union Defense Force (UDF): Alexander Mather Smith; Arthur Botes; Dorien Dudley Wheelwright; Cyril Harry Horne; Brian Russel Flack; Frank Eric Chambers; Stephanus Buys; Cecil Newton King; William Gould Dunne; Cronje L.N.; William John Kinnear; Richard Sidney Kinnear
Resta incerto invece il numero degli italiani uccisi. In attesa di altri documenti, e considerando attendibili i nomi incisi sulla lapide salvo due — uno ucciso altrove e l’altro durante la ritirata tedesca —, gli italiani uccisi a Carpanè furono Antonio Bellò, Filippo Bianchin, Angelo Bosio, Luigi Ferraris, Federico Fiorese, Matteo Gheno, Gianna Gilioli, Giuseppe Mocellin, Alfredo Tosin, Angelo Valle e Virgilio Versa. Senza una verifica anagrafica, aggiungere altri nomi sarebbe arbitrario.
L’eccidio di Carpanè fu una parte del massacro del Grappa, che è uno dei più terribili avvenuti nell’Italia occupata dai tedeschi, paragonabile, per numero e identità delle vittime, solo alle Fosse Ardeatine. Però mentre il massacro delle cave romane è conosciuto in tutto il Paese se non altro per le polemiche politiche che si trascinarono nel tempo e si trascinano tuttora, quello del Grappa, all’opposto, rimane ancora oggi quasi sconosciuto: una recente mostra sulle stragi italiane citava soltanto i 31 impiccati di Bassano, ignorando che le vittime furono quasi 300 tra impiccati, fucilati, uccisi in combattimento e nei campi di concentramento in Germania.
Ringrazio il Comune di Valbrenta per avermi invitato a ricordare e commemorare le vittime di Carpanè. Ogni orazione ufficiale che mi viene affidata diventa per me un’occasione di riflessione: mi domando quale significato abbia ricordare questi morti dopo 82 anni, mentre una parte importante del mondo che conosciamo è in fiamme o sta implodendo.
Rileggendo i documenti con cui ho cercato di ricostruire l’eccidio, una parola continuava a riaffiorare: coraggio.
In guerra è spesso confuso con un eroismo astratto e associato agli antichi guerrieri omerici; è invece una virtù quotidiana, indispensabile anche in tempo di pace.
Il coraggio non consiste nell’assenza di paura, ma nella capacità di andare avanti nonostante una forte emozione attanagli il cuore. «L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno», diceva Giovanni Falcone, «è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza».
Il 22 settembre, terminati i combattimenti, Angelo Valle e Angelo Bosio furono catturati dai legionari della Tagliamento sul Col Moschin, mentre cercavano di mettersi in salvo con Gianna Giglioli, moglie di Valle. Per giustificare la loro presenza sul Grappa, dichiararono di essere stati presi in ostaggio dai ribelli.
Tuttavia, quando gli ufficiali della Tagliamento li invitarono alla loro mensa, rifiutarono con fermezza. Avrebbero potuto salvarsi aderendo alla causa fascista-repubblicana: sarebbe bastato sedersi e mangiare con gli uomini che avevano bruciato con il lanciafiamme i loro compagni della Matteotti e usato i civili come scudi umani. Rifiutarono.
Il loro rifiuto non nasceva dall’incoscienza: erano pienamente consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni.
Furono quindi condotti nell’ex caserma dei carabinieri regi di Carpanè e rinchiusi nel sotterraneo, dove si trovava già un gruppo di ex prigionieri britannici catturato poco prima. Il sottotenente Bosio fu condannato alla fucilazione dopo essere stato identificato da una spia prezzolata.
Primo Bianchin, partigiano della brigataItalia Libera Campo Crocee suo compagno di cella, raccontò nella deposizione giudiziaria il ritorno di Bosio dopo il confronto con la spia:
«Era abbattutissimo e diceva: “Per me è finita, perché sono stato riconosciuto[da una spia che mi ha contestato di avermi visto]a Campo Croce, armato, precisando anche particolari sulla mia attività”. Poi si rasserenò e si preparò alla morte. Gli fu negato ogni conforto religioso».
Il coraggio e la coerenza spingono l’individuo ad operare secondo i valori in cui crede, nonostante le pressioni contrarie: il coraggio, infatti, dà la forza d’animo di agire, la coerenza esprime la fedeltà al proprio credere interiore.
Nel tragico pomeriggio del 26 settembre 1944, al passaggio a livello di Carpanè, un tenente medico italiano fermò il dottor Marino Michieli e gli chiese di assistere all’esecuzione per certificare poi la morte dei condannati.
Michieli raccontò che si era rifiutato con il pretesto che doveva visitare un malato urgente. Allora l’ufficiale gli ordinò di tornare dopo l’esecuzione per redigere il certificato.
Il dottor Michieli si rifugiò in una casa vicina e osservò dalla finestra sfilare «13 persone legate con le mani dietro la schiena in colonna due per due. Precedevano due ufficiali, il primo alto, biondo, senza giubba e con i pantaloni verdi grigio, pare di Reggio Emilia; il secondo a destra, bruno, di statura media in maglietta; era il sottotenente Bosio di Padova[…]L’esecuzione avvenne sul fossato del passaggio a livello di Carpanè. La sparatoria si protrasse per buoni dieci minuti».
Cinque o sei soldati inglesi condannati indossavano giacca e pantaloni khaki da guerra e stivali neri, ma non il copricapo. Dopo l’esecuzione, «agenti delle S.S. germaniche strapparono ai cadaveri dei soldati inglesi le loro camicie, le giacche e gli stivali».
Valle e Bosio precedevano i condannati a testa alta, probabilmente con lo stomaco stretto dalla paura, ma sostenuti da una forza d’animo eccezionale.
È questo che mi ha colpito: il coraggio non è l’assenza di paura, ma la consapevolezza che c’è qualcosa di più importante della paura stessa: la dignità, la coerenza e il rispetto per sé stessi e per i propri compagni.
Il coraggio è un atteggiamento che in tempo di pace non deve essere accantonato, ma deve trasformarsi in virtù quotidiana, una virtù indispensabile nella vita di tutti i giorni.
Se il coraggio in guerra è guidato dall’istinto di sopravvivenza, il coraggio quotidiano richiede una scelta consapevole e costante e non porta con sé medaglie, applausi o riconoscimenti pubblici.
Significa avere la capacità di difendere le proprie idee contro i prevaricatori e stare dalla parte dei più deboli, a prescindere; significa onestà intellettuale, ovvero mantenere fede ai propri principi etici a scapito della convenienza personale; significa ricominciare da capo dopo essere caduti.
Ricordare il sacrificio di questi giovani, le virtù morali che hanno ispirato l’agire di questi partigiani, è uno dei modi doverosi per celebrare i valori della Resistenza, ma è anche un modo per ricordarci di rimanere ogni giorno uomini e donne capaci di custodire la nostra umanità, rifiutando l’indifferenza e scegliendo da che parte stare di fronte alle ingiustizie.
Vi ringrazio.
Prof.ssa Sonia Residori

