Orazione di Dania Temolo (nipote di Libero) del 10 agosto 2026
Saluto e ringrazio tutte le istituzioni presenti, il Comune di Milano, l’ANPI, i familiari dei Quindici, tutti voi presenti qui oggi. La vostra presenza dà forza e rende giustizia a questa memoria condivisa.
Il 10 agosto 1944, Milano conobbe uno dei suoi giorni più bui. In una città stremata dalla guerra, offesa, occupata, affamata, Piazzale Loreto divenne teatro di una violenza inaudita, pensata per spezzare la dignità di un popolo.
La morte dei 15, diversi per età, professione, uniti dalla scelta di resistere, di opporsi al regime, da un’idea di libertà, fu un messaggio di terrore. L’assassinio, la fucilazione disordinata dei 15 antifascisti prelevati molto prima dell’alba dal carcere di San Vittore. I corpi lasciati esposti per tutta la giornata, al sole d’agosto, alle mosche, la minaccia ad avvicinarsi, di mostrare un sentimento di pietà, l’obbligo di sfilare davanti, come monito alla popolazione su cosa sarebbe successo a chi si opponeva al regime.
Ma quella scena, invece di spezzare una popolazione, ha dato la forza: ha inciso a fuoco nella coscienza collettiva il prezzo della libertà e il volto concreto del coraggio.
Quando penso a mio nonno, conosciuto attraverso i racconti tardivi di mio papà Sergio, vedo un uomo con sogni semplici e testardi: il lavoro, la famiglia, una città giusta dove crescere i figli.
Scelse la Resistenza non per vocazione alla gloria, ma per responsabilità: perché la dignità degli altri, la libertà rivolta all’interesse comune, completamente all’opposto con la concezione individualistica di libertà che sembra prevalere nella società contemporanea, era anche la sua. È per queste idee che è morto.
Il suo coraggio era la decisione quotidiana di non piegarsi, di aiutare, di dire no quando il no costava molto molto caro.
I 15 volevano un mondo migliore, ci dicevano di avere fede, lo hanno scritto sui biglietti prima di morire, ci dicevano di educare i figli, erano persone normali che non volevano la guerra, la guerra rovina la mente, la offusca.
Mio papà, nei suoi interventi del 10 agosto, sottolineava la necessità di coinvolgere nelle cerimonie come questa, soprattutto quella parte di città che allora, come oggi, non ha capito, o ha finto di non capire quello che accadde negli anni terribili del nazifascismo.
E oggi, da donna e nipote, sento il dovere di ricordare il nome di chi spesso la storia ha tenuto sullo sfondo: le donne della Resistenza. Le staffette che attraversavano città e campagne con messaggi, armi, medicine; le organizzatrici dei Gruppi di Difesa della Donna; le partigiane in montagna e nelle fabbriche; le madri e le sorelle che hanno protetto, nutrito, curato, tenuto insieme famiglie e reti solidali. Senza il loro coraggio, la Resistenza avrebbe avuto meno respiro, meno gambe, meno voce. Molte non compaiono nei manuali, ma vivono nei gesti che ci hanno portato fin qui. Oggi il loro valore merita riconoscimento pieno: la libertà che onoriamo porta anche la loro firma.
La nostra presenza qui, ogni anno, è la risposta: non avete vinto. Da questa stessa piazza, lo ricordiamo, meno di un anno dopo passò il segno opposto: la liberazione, la fine dell’incubo, la restituzione dei corpi e della parola. Mio papà Sergio, quel giorno era presente, aveva quasi 15 anni,
La storia non cancella il dolore, ma gli dà un senso quando sappiamo farne memoria viva. Quando serve a non commettere gli stessi errori.
Parlare di allora significa guardare anche all’oggi. Non viviamo più sotto un’occupazione militare, ma sappiamo che la democrazia è fragile quando la si dà per scontata. Ogni volta che l’odio semplifica, che la propaganda confonde, che la verità viene relativizzata, si consuma, in piccolo, una violenza contro la nostra convivenza.
Ogni volta che ci abituiamo all’indifferenza, che accettiamo il linguaggio che disumanizza, che chiudiamo gli occhi davanti agli abusi, tradiamo una parte di quel patto nato anche qui, in questa piazza.
I Quindici non ci chiedono cose impossibili: ci chiedono gesti possibili, riconoscere l’umanità dell’altro, difendere le istituzioni quando sono giuste e pretenderne il miglioramento quando non lo sono. Partecipare. Educare in ogni luogo, nelle scuole, nelle case, sui social, al lavoro, con parole che aiutano a capire invece di ferire.
Ricordare i nomi è fondamentale: ogni nome è una storia, e ogni storia è un argine contro la perdita di lucidità. Bisogna dare spazio alle voci che in passato sono state coperte: alle donne, ai giovani, a chi non ha avuto microfoni ma ha avuto coraggio.
A mio nonno vorrei dire questo: non abbiamo dimenticato.
La tua assenza è diventata responsabilità. Nelle scelte piccole di ogni giorno, una firma, un voto, una mano tesa, una verità detta con calma: proviamo a essere degni di voi. Non sempre ci si riesce, ma continuiamo a provarci: è così che la paura non decide chi siamo.
Milano ha fatto di Piazzale Loreto un luogo di memoria, ma la memoria vera è quella che cammina, che continua. È nelle nostre città quando rifiutano l’odio; nei nostri quartieri quando nessuno è lasciato solo; nella politica quando torna ad essere servizio; nell’informazione quando fa una ricerca onesta dei fatti.
Cammina ogni volta che riconosciamo il contributo di tutte e tutti, senza gerarchie di valore.
Oggi, davanti a questi nomi, ricominciamo da tre parole semplici e impegnative: verità, dignità, responsabilità. La verità contro le menzogne che deformano. La dignità contro ogni disumanizzazione. La responsabilità che trasforma il ricordo in impegno costante.
Un grazie ancora a tutte le persone presenti, per custodire e rinnovare questo patto civile. Che la luce di quel 25 aprile, nato anche da questo 10 agosto, continui a guidarci. Che i Quindici, insieme alle donne e agli uomini che li sostennero, ci trovino, ogni anno, più liberi e più giusti.
Ai Quindici, alle loro famiglie: grazie. Non vi abbiamo dimenticati. E non vi dimenticheremo.
Mi permetto uno speciale ringraziamento all’Anpi di Arzignano città natale di mio nonno Libero, e a tutti i parenti. Il 31 ottobre 2024 giorno del compleanno di mio nonno ad Arzignano è stata dedicata una piazza, sono serviti 80 anni per avere questo risultato, ma anche grazie a loro è stato/diventato possibile.
Dania Temolo
BIOGRAFIA tratta da
Anpi Nazionale e Anpi Milano
Libero Temolo nacque ad Arzignano (VI) il 31/10/1906 da Vittorio Temolo (fornaio molto noto per le idee democratiche) ed Anna Bevilagna. Negli anni Trenta si trasferì a Milano dove il giovane trovò lavoro prima come assicuratore e poi come operaio alla Pirelli.
Nella fabbrica, dove presto i suoi compagni avevano preso ad apprezzarlo per la sua dirittura morale, aveva ripreso i contatti con l’organizzazione comunista clandestina.
Durante l’occupazione tedesca Temolo si era impegnato nell’organizzazione delle Squadre di Azione Patriottica sino a che, certamente per una delazione, i fascisti erano andati a prelevarlo nella fabbrica.
Era l’aprile del 1944.
Rinchiuso nel carcere di San Vittore, Temolo vi rimase mesi senza un’imputazione precisa e senza processo.
All’alba del 10 agosto, i secondini si presentarono alla sua cella e gli fecero indossare una tuta blu da operaio, che recava nel taschino il suo nome e cognome.
La stessa tuta fu consegnata ad altri quattordici detenuti di San Vittore, tutti rinchiusi perché sospettati di far parte, a vario titolo, della Resistenza.
Ai morituri fu dato ad intendere che sarebbero stati trasferiti in un campo di lavoro in Germania. Ma la loro sorte era già segnata.
Theodor Emil Saevecke, comandante della polizia nazista di sicurezza a Milano (soltanto verso la fine degli anni Novanta sarebbe stato processato e condannato all’ergastolo in contumacia per le stragi compiute in Italia), aveva intimato ai repubblichini di fucilare quindici italiani, come risposta ad un’azione compiuta il giorno prima dai GAP in Viale Abruzzi a Milano, nonostante nessun militare tedesco fosse stato coinvolto.
Con un camion i detenuti furono trasportati in piazzale Loreto e fatti scendere dal mezzo.
Temolo e un suo compagno socialista della Pirelli (Eraldo Soncini), che dovevano aver intuito quel che stava per succedere, tentarono contemporaneamente la fuga in due opposte direzioni.
Temolo fu subito abbattuto da una raffica di mitra; Soncini, raggiunto nel sottoscala di una casa vicina, fu eliminato sul posto; gli altri tredici furono falciati dai proiettili dei tedeschi e dei militi fascisti della “Muti”.
A pochi metri dal luogo dell’eccidio (i corpi delle vittime rimasero sul selciato di piazzale Loreto sino a pomeriggio inoltrato, per “dare una lezione ai milanesi”), sorge oggi un sobrio monumento che reca i nomi dei Caduti.
A Libero Temolo, il Comune di Milano ha dedicato una via nella zona della Bicocca dove allora sorgeva la Pirelli (sul tetto della fabbrica, il giorno dell’eccidio campeggiò la scritta “Libero Temolo”).
Una lapide, con la foto dell’operaio antifascista, si trova in via Casoretto e reca inciso:“Libero Temolo / nel martirio / chiuse la vita breve di anni / densa di opere / per il culto della libertà”.

