Erante Costa (1930-2018)

Dicono che il Costa Erante portasse questo nome bizzarro in onore a una vecchia canzone che a un certo punto dice così: “i cavalieri erranti / son trascinati al nord” – immagine romanticissima dell’epopea degli anarchici cacciati dalla Svizzera, che evidentemente aveva fatto presa sul vecchio Sech, il padre, tanto da chiamare così il figliolo, in un’età in cui la gente, specie quando non molto di chiesa, si piccava di poter dare ai propri figli dei nomi fantasiosi anche se, come in questo caso, in difetto di un erre.

Se non è vera, la storia del nome di Erante è comunque ben trovata, perché nessuno più di lui sembra aver tenuto fede, in tutta la sua vita, al senso della vecchia utopia proletaria, a quell’essere contro a prescindere, in nome di un mondo di valori più veri, più belli, e più giusti. 

Così, dentro questa cornice, come nella famosa icona socialista del “Quarto Stato”, possiamo leggere tutta la vita di Erante: dalla sua partecipazione alla Resistenza, ancora ragazzino, ma già come vedetta e guardia armata, al suo impegno di mezzo secolo nel Partito, ivi inclusa l’attività pluriennale nel Consiglio comunale di Asiago, alla sua etica libertaria in una famiglia amatissima, fino al suo lavoro di operaio in un contesto cooperativo, che voleva essere tutt’uno con il suo credo politico. Questo, veniva espresso in una sola frase “Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!”, una formula incantata che Erante ripeteva di continuo, e non mancava mai di citare, alla faccia di borghesi e benpensanti, quanto voleva arrivare al dunque, alla giustizia naturale, alla necessità storica inevitabile dell’idea comunista.  Idea che appariva in quegli anni tanto più a portata di mano quando ci accadeva di sostare un attimo la domenica, con l’Unità sotto il braccio, davanti a casa sua, la vecchia casa contadina dei Sech, al centro di quella che ancora oggi in Asiago è detta “la piccola Russia”, per il gran freddo che ci fa d’inverno, ma anche per la relativa maggioranza di elettori comunisti che vi abitava, quella del mitico seggio 6, con il Partito al 35%, caso unico nel Veneto. 

Date queste premesse, al crollo, all’annichilimento totale  dell’Unione Sovietica, infatti, Erante non reagì bene: e questo gli fa onore, perché uno tutto d’un pezzo come lui non si ricicla, non cambia idea. Si rifugiò così in un mondo tutto suo, orgoglioso, fiero, ma  un po’ stralunato, un po’ eccentrico, magari con qualche bicchiere di rosso in corpo. Sua specialità erano le canzoni di una volta, quelle della vecchia epopea, fatte su tutte insieme, così: 

E quel prete che mena via mi
voi che gabia la pipa in bocca
voi che gabia la pipa in bocca
E quel prete che mena via mi
voi che sia imbriago de sgnapa 
voi che sia imbriago de sgnapa 
ciucacancòn
ciucacancòn
E mezzo disperati mezzo massacrati
dalle bombe a mano
i fascisti sparivano 
Asiaghesina dammi il tuo cuor.

Così abbiamo visto il nostro Erante, che nel cuore era sempre rimasto un giovanotto, un “ragazzo rosso”, avviarsi a poco a poco sul viale del tramonto. 

C’è chi vede nel suo disorientamento degli ultimi anni, e nella sua fine malinconica, una sorta di nemesi, una metafora del naufragio dell’idea comunista. Ma questo non è vero niente, e noi lo sappiamo: perché quando Marx scrive “Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!”  in realtà sta citando gli Atti degli Apostoli (4, 35) e un’idea della giustizia vecchia quanto il mondo e che, finché c’è l’uomo, non morirà mai.

E questo è senza alcun dubbio, l’insegnamento prezioso e durevole del nostro caro indimenticabile Erante.

Giovanni Kezich