Commemorazione dei Sette Martiri di Valdagno 2026: Orazione civile di Silvano Fornasa

Commemorazione dei Sette Martiri di Valdagno

Benvenuti e buona giornata a tutti, signor Sindaco, autorità pubbliche e istituzionali, militari e religiose, esponenti delle sezioni ANPI e delle associazioni combattentistiche, parenti dei Sette Martiri, giovani e componenti tutti del complesso strumentale che ci accompagna sempre, cittadine e
cittadini.

Permettetemi anche di ricordare con particolare affetto Mario Faggion, un amico di tutti noi che ci ha lasciati improvvisamente un paio di settimane fa a 88 anni d’età. Entrato nell’ANPI nel 1976 ha dedicato all’associazione mezzo secolo della sua vita e ne fu presidente provinciale dal 2004 al 2016. Passione ed equilibrio hanno sempre caratterizzato la sua attività: tra i massimi esperti della Resistenza vicentina e veneta ci ha lasciato molti lavori, caratterizzati da ricerca accurata e vasta conoscenza dei fatti storici. Era sempre presente alle commemorazioni e proviamo tutti un po’ di spaesamento non vederlo qui tra noi questa mattina.

Oggi siamo qui per la commemorazione dei Sette Martiri di Valdagno e le parole, anche se desuete nel linguaggio di tutti i giorni, hanno un preciso significato.

Commemorare significa ricordare insieme, mantenere viva la memoria di un fatto accaduto 82 anni fa e di 7 persone che meritano appunto di non essere dimenticate, perché la loro testimonianza e il loro sacrificio hanno contribuito a fondare la repubblica italiana e fondare la democrazia nel
nostro paese.

Con un termine che potrebbe suonare retorico, li chiamiamo ancora “martiri”: presso i cristiani delle origini venivano chiamati così coloro che testimoniavano la propria fede in Cristo fino alle estreme conseguenze; in seguito il termine ha perso la sua esclusiva valenza religiosa ed è entrato nel linguaggio comune per definire chi sacrifica anche la propria vita per un ideale.

Ricordiamo subito, allora, chi furono quelli che caddero qui vicino il 3 luglio 1944:

  • Ferruccio Baù, valdagnese, classe 1908, noto come antifascista dal 27 luglio 1943, quando aveva gettato dal balcone del municipio le foto di Mussolini;
  • Virgilio Cenzi, classe 1896, militante comunista e sostenitore del movimento partigiano, lavorava come falegname alla Marzotto;
  • Antonio Bietolini, classe 1900, militante comunista. Arrestato più volte, aveva trascorso sette anni di Confino alle isole Tremiti; dal febbraio 1944 dirigeva la federazione vicentina del PCI;
  • Alfeo Guadagnin, classe 1899, socialista bassanese, presente a Valdagno per incontrarsi con l’amico Ferruccio Baù;
  • Marino Ceccon, classe 1912, comunista, operaio alla Marzotto;
  • Pasquale Giovanni Zordan, classe 1908, comunista, attivista alla Marzotto;
  • Francesco Rilievo, classe 1919, operaio alla Marzotto, privo di legami con l’attività clandestina, arrestato semplicemente perché cognato di Giovanni Zordan.

Si salvò con la fuga Raffaele Preto, nato nel 1920 a Valdagno, antifascista. Scampato alla fucilazione entrò in clandestinità come partigiano.

In seguito all’attacco partigiano ad un convoglio tedesco, avvenuto in località Ghisa, i nazisti stanziati a Valdagno ordinarono immediatamente la rappresaglia e tra l’1 e il 2 luglio 1944 fascisti valdagnesi in borghese arrestarono gli 8 uomini appena ricordati, impegnati a vario titolo nell’opposizione al nazifascismo. Portati al poligono di Tiro a segno, caddero sotto i colpi del plotone di esecuzione. Seguiranno nei giorni successivi i terribili rastrellamenti delle alte valli dell’Agno e del Chiampo.

L’accurata ricostruzione storica del prof. Maurizio Dal Lago ci dice che la feroce rappresaglia aveva un duplice scopo: colpire l’attività clandestina e terrorizzare la popolazione valdagnese; non a caso furono obbligati ad assistere all’esecuzione un rappresentante della borghesia, uno del ceto medio e un operaio.

Perché siamo qui a ricordarli dopo 82 anni, come ogni anno? Essi meritano il nostro ricordo e la nostra riconoscenza perché a vario titolo e in tempi e modi diversi si opposero al regime fascista e ai bandi della Repubblica di Salò e seppero operare la scelta giusta.

Ci sono aspetti della lotta di liberazione – e questo della “scelta giusta” è tra i principali – che vengono colti con rara efficacia dagli scrittori di narrativa, ovviamente quelli bravi. C’è un celebre passo ne Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, dove il comandante partigiano Kim deve spiegare ai compagni la differenza tra loro e gli altri, tra partigiani e fascisti:

“Qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là si ribadisce la catena (…).
C’è
che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra.
Da noi, niente va perduto, nessun
gesto, nessuno sparo, m’intendi?, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostrifigli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi.
L’altra è la
parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fannostoria, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altriventi o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere (…) noi per redimercene, loroper restarne schiavi”.

Ho ricordato poc’anzi che i 7 martiri di Valdagno con il loro sacrificio hanno contribuito a fondare la repubblica democratica italiana. Meno di un mese fa abbiamo celebrato l’80° anniversario del Referendum che determinò la nascita della Repubblica Italiana. Sappiamo che la storia non si fa con i se, ma è opinione concorde fra gli storici che senza la presenza dei partiti del CLN al referendum del 2 giugno 1946 avrebbe vinto la monarchia, e con essa le sue colpe storiche, i suoi
tragici compromessi, la sua firma in calce alle infami leggi razziali e il suo tradimento ai danni del popolo italiano, perpetrato l’indomani dell’8 settembre 1943.

Vedete, i Sette Martiri hanno dimostrato il loro antifascismo con il sacrificio della vita, il nostro antifascismo oggi è molto semplicemente tenere vivo quel patto tra forze democratiche, ribadire con ostinazione gli ideali contenuti nella nostra costituzione e accelerare la loro attuazione: pacifica convivenza tra i popoli, libertà di pensiero e di azione, diritto al lavoro, alla salute e allo studio, rimuovere tutti gli impedimenti che ostacolano l’esercizio di questi diritti.

Dobbiamo però stare attenti a cogliere il vero messaggio di chi ha testimoniato con la vita l’opposizione alla dittatura, evitando quello che gli storici chiamano il “paradigma vittimista” dove il partigiano martire diventa solo una vittima immolata, mentre invece va visto come il vero attore della storia, specchio di un impegno quotidiano che tutti noi dobbiamo assumerci nella società in cui viviamo, in tutti gli ambiti: mondo del lavoro e della scuola, istituzioni sociali e politiche,
associazionismo e volontariato.

E questo tanto più oggi, quando assistiamo da un lato alla difficoltà e addirittura al rifiuto da parte anche di alte cariche dello Stato di dichiararsi antifascisti o addirittura di festeggiare il 25 aprile della Liberazione, dall’altro alla marea montante di manifestazioni da parte di gruppi che non fanno alcun mistero della loro matrice neofascista e dei loro messaggi violenti e razzisti. Allargando poi lo sguardo all’intero mondo vediamo aumentare in modo esponenziale le aggressioni condotte in palese violazione del diritto internazionale e l’uso della forza come soluzione dei conflitti, vediamo la pace e la democrazia a rischio in troppe parti del pianeta.

Le sfide che ci attendono sono impegnative e per trovare forza e motivazioni serve quindi trovarci costantemente nei “luoghi della memoria” resistenziale, dei quali il nostro territorio è disseminato. Ma non vi nascondo che spesso sono allarmato. Accenno solamente al problema che si presenta a mio avviso con maggiore urgenza. Sulla Resistenza e sull’immediato dopoguerra la documentazione raccolta è ormai molto consistente, sterminata, e altrettanto gli studi storici e i prodotti per la comunicazione, sia quelli caratterizzati da rigore storico e di analisi che quelli di carattere divulgativo; ma la trasmissione verso chi è meno attento, se non indifferente e soprattutto verso la popolazione scolastica stenta a trovare tempi e modi adeguati.

Le iniziative non mancano: Valdagno in questo senso risponde bene. Docenti sensibili hanno proposto di recente un originale laboratorio di ricerca sulla Resistenza sfociata in una mostra molto ben curata, itinerante, approdata di recente nella biblioteca civica. Da 5 anni, l’impegno concomitante di Amministrazione comunale, ANPI, Scuole di ogni ordine e grado e Gruppo Storico rende possibile in occasione del 25 aprile tutta una serie di iniziative che coinvolgono la popolazione scolastica. Ma non è sufficiente e non dappertutto è così.

Le direttive ministeriali e i manuali scolastici non aiutano molto, anzi. Per quanto concerne i programmi scolastici, l’Istituto Nazionale Ferruccio Parri, vale a dire la rete degli Istituti per la storia della resistenza e dell’età contemporanea ha espresso preoccupazione nei riguardi delle nuove Indicazioni Nazionali del Ministero dell’Istruzione e del Merito, ravvisando una visione nazionalista della storia, dove si privilegiano fatti e figure eroiche funzionali a un racconto edificante
della nazione, a scapito di un’analisi critica dei processi storici.

In occasione dell’80° anniversario della Liberazione, lo scorso anno è uscito un libro molto interessante: Resistenza: la guerra partigiana in Italia (1943-45) di Filippo Focardi e Santo Peli. C’è un saggio illuminante su come vengono presentati questi cruciali 20 mesi della storia d’Italia nei manuali scolastici destinati ai Licei e agli Istituti Superiori. Il giudizio non è molto lusinghiero: risulta che, in nome della semplificazione, spesso mancano approfondimento e attenzione alla storiografia più accurata; addirittura più della metà non parlano esplicitamente della una diretta filiazione della Costituzione Italiana dalla lotta di Liberazione e quasi mai si accenna al divieto di ricostituzione del partito fascista.

Questo non vuol dire cedere alla rassegnazione, ma voglio essere sincero, avviandomi alla conclusione: rappresentanti delle istituzioni pubbliche, associazioni, responsabili della scuola, se non ci avvieremo in tempi rapidissimi ad affrontare con successo il deficit di comunicazione cui accennavo poc’anzi, le cose sono destinate a peggiorare, perché se perdiamo la memoria di chi ha contribuito con grandi sacrifici e con la loro vita all’affermazione degli ideali fondativi della vita democratica, della giustizia sociale e della convivenza pacifica, e in particolar modo se non riusciamo ad arrivare alle nuove generazioni in modo efficace e convincente, non saremo in grado di porre un freno alle tensioni sempre più evidenti, rimediare all’assenza di dialogo, un dialogo oggi spesso sostituito da
cinismo e prepotenza, e arginare l’aumento delle disuguaglianze tra popoli e tra ceti sociali.

Un paio di mesi fa, rivolgendomi agli studenti delle Scuole Superiori valdagnesi, ricordavo ai giovani la necessità di studiare per conoscere meglio questo periodo cruciale della storia d’Italia, non perché – come si amava ripetere con molta ingenuità e scarso spirito critico – “la storia è maestra di vita”, ma perché studiare il passato serve a conoscere e analizzare il presente, con le sue contraddizioni, le grandi sfide che si presentano ogni giorno più ardue.
La lettura dei passi più memorabili degli scrittori iconici della Resistenza, Calvino e Pavese, Vittorini e Primo Levi, Beppe Fenoglio e Gigi Meneghello sono utilissimi e vanno incentivati: in quelle pagine si respira la precarietà delle scelte, che poi è la stessa delle loro e delle nostre vite.

A questo riguardo – e concludo veramente – voglio segnalare ai giovani studenti e ai docenti eventualmente presenti un libro uscito di recente, a mio avviso molto interessante: Sentieri partigiani di Paolo Malaguti. L’autore, che esercita anche il mestiere di insegnante, si pone il problema di come far apprendere ai giovani d’oggi un periodo storico complesso com’è quello della Resistenza italiana. Ci mette in guardia innanzitutto dall’uso, nelle ricorrenze e nelle celebrazioni, di un linguaggio troppo lontano da quello dei giovani.

L’insegnamento della Resistenza italiana deve essere poi – scrive Malaguti – un laboratorio civile e pedagogico che sollecita una lettura storica più larga, capace di scavare anche tra le contraddizioni e le criticità che hanno caratterizzato il movimento di liberazione dal nazifascismo, senza per questo offuscare minimamente il fatto indiscutibile che la guerra partigiana fu l’atto fondativo della nostra repubblica fondata sulla Costituzione. Se la Resistenza viene riletta senza retorica, insegna ai giovani a prendere posizione, altrimenti le criticità e le contraddizioni verranno sfruttate da chi ne farà un uso strumentale teso a svilire se non a negare il valore della Resistenza.

Come soluzione Malaguti adotta il termine “pedagogia della resistenza” dove l’insegnante non si accontenta del già detto e del già scritto ma accetta il dissenso e provoca stimoli e critiche. La scuola deve incoraggiare negli alunni il pensiero divergente, stimolare la capacità di prendere posizione, di non accettare passivamente ciò che arriva dal mondo esterno, di esercitare cittadinanza attiva.

In questo senso la scuola e in genere la società dovrebbe insegnare a essere “resistenti”.

 Viva la Resistenza e vivano gli ideali trasmessi dai suoi protagonisti e dai Sette Martiri di Valdagno.

Valdagno, 28 giugno 2026

Silvano Fornasa