Commemorazione dei caduti della “Pattuglia Ursus” a S. Valentino di Brendola, 12 luglio 2026

Commemorazione caduti Brendola

Orazione civile di Paolo Baruffa in occasione della

Commemorazione dei caduti della “Pattuglia Ursus”
S. Valentino di Brendola, 12 luglio 1944

Buongiorno a tutte e tutti i partecipanti.

Mi unisco ai saluti del rappresentante ANPI e del Vicesindaco e ringrazio la sezione di Brendola e in particolare il presidente Elio Lunardi per l’onore affidatomi in questa commemorazione.

Commemorare significa ricordare insieme. Fare memoria di fatti così lontani nel tempo, 82 anni fà esatti.

Sappiamo che cosa ricordiamo.
Sappiamo il fatto storico, ricostruito anche da Gianni Ghirardini e Mario Faggion (che oggi ricordiamo). Sappiamo i nomi delle persone qui cadute e li ricordiamo:

  • Bevilacqua Giuseppe “Brill” – classe 1925, di Selva di Trissino;
  • Aver Florindo “Cocco” – classe 1922, residente a Cornedo Vicentino;
  • Nardon Luigi “Tordo” – classe 1911 di Valdagno.

Assieme ad altri cinque partigiani facevano parte della pattuglia di Gino Ongaro “Ursus”, partita da Selva il 5 luglio 1944 per formare nuove basi partigiane sui colli Berici e per incontrare un rappresentante del CNL.

L’incontro non ebbe luogo per cui la pattuglia rimase nascosta sui colli di Brendola fino al 12 luglio. Proprio quel giorno quando stava per ritornare a Selva, subiva un’imboscata qui, a S. Valentino di Brendola, da parte dei tedeschi (avvisati da un conoscente di Ursus) .

Rimasero uccisi “Brill”, “Cocco” e “Tordo”. Rimase ferito di striscio “Palmiro”; “Tino”, pure ferito, venne catturato dai tedeschi; “Vasco” nascondendosi nella cantina della casa dove è avvenuto l’agguato, riuscì a passare inosservato. “Ursus”, ultimo a uscire fu ferito da 5 pallottole alle gambe ma raggiunse “Giro” che, rimasto illeso, riuscì a portarlo nella villa «Rossi» di Brendola – dal cui proprietario verrà poi trasportato sotto falso nome all’ospedale di Vicenza, per uscirne il 5 agosto.

“Giro” portò anche “Palmiro” presso la famiglia Camerra a S. Trinità di Montecchio Maggiore.

Si potrebbe parlare dell’eroismo di questi – e di tanti altri – caduti della lotta di Liberazione.

O delle conseguenze drammatiche di questa (e di altre) delazioni che causarono morte e dolore…delle torture inflitte dai nazifascisti in tanti episodi della lotta. Ma oltre a questo, oltre il dovere di ricordare l’episodio, che senso ha trovarci insieme oggi?

Che senso ha essere qui, così distanti dalla modernità degli algoritmi e delle IA e con un futuro incerto davanti?

Che senso ha essere qui, in questo periodo di guerre globali – e di morte?
Quelle guerre che tanto angosciavano Teresa Peghin “Wally”… e che senso ha trovarci qui, anche come europei, quando da anni abbiamo una guerra in casa, in Ucraina – e facciamo finta di nulla su tutte le altre nel mondo?

Che senso ha essere qui, in questa frazione – con un genocidio in corso a Gaza?
Ricordare la storia mentre i politici israeliani parlano di un popolo palestinese “di animali” e “che non meritano di vivere” – e usano le stesse parole dei nazisti riferite agli ebrei di allora?!

Che senso ha trovarci con le nostre bandiere e le nostre parole – quando siamo circondati, in Italia e in Europa e nel mondo, da una vera ondata nera. Politicamente nera. Ma soprattutto, disumanamente nera!?

In queste celebrazioni che noi facciamo della Resistenza, di fatti e di figure di quel tempo, noi ci illudiamo di essere qui, vivi, che celebriamo i morti. E non ci accorgiamo che sono loro, i morti, che ci convocano qui, come dinanzi a un tribunale invisibile, a render conto di quello che in questi [dieci] anni possiamo aver fatto per non essere indegni di loro, noi vivi.

Queste parole di Pietro Calamandrei sono parte fondamentale del dare un senso alla nostra presenza di oggi! In tutte le epoche storiche, ci sono sempre stati continui attacchi all’idea di uguaglianza tra gli uomini – e alle libertà dei popoli e degli individui. Ma oggi – in particolare in Italia – è in corso anche un fortissimo attacco alla Storia e alla trasmissione della sua conoscenza: i docenti vedono limitata la libertà di insegnamento; i gruppi di fascisti e para-fascisti entrano tranquillamente nelle scuole.

I manuali di storia omettono quanto più possibile sia la parola “dittatura” che “Resistenza”. E naturalmente i media si adeguano…

Ma soprattutto, negli ultimi anni è in corso un attacco feroce al senso di UMANITÀ. Si spinge all’abitudine nel vedere bambini morti affogati sulle spiagge – o uccisi dai droni. Si spinge sulla percezione di una giustizia impossibile, di una povertà che non si può battere. Si esalta l’umiliazione della persona, dell’essere umano. E i media amplificano…

Ma noi siamo qui. Siamo qui a ricordare.

Siamo qui come antifascisti perchè ciò che soprattutto va messo in evidenza del fascismo è, secondo me, il significato morale: l’insulto sistematico, adoprato come metodo di governo, alla dignità morale dell’uomo: l’umiliazione brutale ostentata come una gesta da tramandare ai posteri, dell’uomo degradato a cosa […] nel campo morale la Resistenza significò rivendicazione della ugual dignità umana di tutti gli uomini e rifiuto di tutte le tirannie che tendono a trasformare l’uomo in cosa […]

Eccolo, il senso di “essere qui” – intendo di essere qui ogni volta, ad ogni commemorazione – in queste parole di Calamandrei.

E questo senso lo allarghiamo ricordando anche le parole di Beppe Fenoglio:“Forse un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull’ultima collina, guardando la città e pensando lo stesso di lui e della sua notizia, la sera del giorno della sua morte. Ecco l’importante: che ne restasse sempre uno.”

E ancora, il senso lo troviamo nel motto

ET SI OMNES, EGO NON (“Anche se tutti [lo facessero], io no”)

che era presente sul portone della casa dei fratelli von Böselager (ufficiali tedeschi coinvolti nel fallito attentato a Hitler del 20 luglio 1944) e che venne usato anche dai giovani tedeschi della Rosa Bianca, quei ragazzi bavaresi che pagarono con la vita la loro resistenza morale al nazismo.

Allora ha senso essere qui. Continuare ad essere qui.

  • Ha senso essere antifascisti. Antifascisti nel senso etico più profondo!
  • Ha senso difendere la dignità umana – anche in ogni momento delle nostre “piccole” vite.
  • Ha senso essere presenti – anche se dovessimo essere da soli.

E con questo mostriamo a questi caduti come diamo dignità alla loro morte – e rinnoviamo le loro idee – e diamo loro ancora vita!

12 luglio 2026

Paolo Baruffa