Le notizie sull’eccidio di Monte Crocetta riportate di seguito sono state raccolte dal sottoscritto (ndr Andrea Mastrotto) attraverso le testimonianze dirette di mio padre Giuseppe, sopravvissuto quasi per caso alla furia omicida nazista di quel giorno, da un partigiano della “Divisione Val Leogra”, “Brigata lsmene” che all’epoca combatteva in quella zona e dal libro “Flash di vita partigiana” di Carlo Segato pubblicato dall’A.N.P.I. di Vicenza.
La mattina del 28 aprile 1945 in Vicenza città, i partigiani della “Brigata Argiuna” proseguivano gli scontri e l’opera di rastrellamento di tedeschi e fascisti fuggiaschi, disarmandoli, estendendo l’attività a tutto il territorio urbano ed extra urbano e inseguendo anche i nuclei nemici che venivano man mano segnalati dalla popolazione collaborante. Un modesto reparto composto da poco più di dieci militari tedeschi attraversando, in modo assolutamente inspiegabile, da sud verso nord il quartiere cittadino oggi identificato con la parrocchia di Santa Bertilla, uccise proditoriamente, senza essere né provocato, né inseguito, ben sette cittadini inermi facendo il “tiro al piccione” a ogni uomo trovato in strada affacciato a una porta o a una finestra, benché disarmato e con atteggiamento assolutamente pacifico.
Caddero i cittadini Giuseppe Bastesin, Alfredo Vecchi, Giuseppe Testa, Luigi Recchia, Giuseppe Scucato. Giuseppe Pinton, Guerino Mosale, che sono dignitosamente ricordati, assieme a ventidue caduti civili per il bombardamento alleato del 14 maggio 1944, con un monumento eretto in via Luciano Manara n° 33
I criminali nazisti, lasciandosi indifferenti alle spalle le loro sette vittime, proseguirono la marcia apportatrice di morte, di lutti, di tragedie per la statale del Pasubio diretti probabilmente a Schio finché, giunti all’incrocio con la “Strada del Biron”, trovarono la prima resistenza partigiana costituita dalla pattuglia comandata dal capo-partigiano Narciso Rigo “Pantera”, che venne ferito, catturato e immediatamente fucilato contro il muro del palazzo contrassegnato dal civico numero 30.
Coscienti di essere entrati in una zona sotto il controllo armato dei partigiani, abbandonarono al più presto la statale e si inoltrarono verso la cima del Monte Crocetta, probabilmente per assumere una posizione di difesa e certamente per orientarsi al fine di proseguire la ritirata. Qui giunti misero in atto un secondo massacro assolutamente ingiustificato ma dettato dagli istinti bestiali che si erano impossessati di loro fin da quando operavano a cavallo della linea Gotica con il compito specifico della Divisione “Diavoli Verdi” cui appartenevano: la “bonifica” del territorio, ammazzando e incendiando al fine di facilitare il ripiegamento dei reparti occupanti il suolo italiano senza rischi e imprevisti.”
Sul versante ovest del monte i nazisti rimasero impegnati in un breve scontro a fuoco con un piccolo gruppo di partigiani della “Brigata Ismene”, i quali subito dopo dovettero ripiegare perché ormai circondati.
I nazisti videro staccarsi dal gruppo un civile che nulla aveva a che fare con i partigiani se non quello di averli accompagnati attraverso il monte. Questi spaventato entrò nella grotta-rifugio utilizzata dagli abitanti di quella zona del monte, che si trovava vicino ad una casa contadina e dentro alla quale in quel momento si trovavano altri uomini, donne e bambini tra cui mio padre, un suo fratello e mia nonna.
I criminali nazisti trassero fuori dalla grotta tutte le persone che vi si erano raccolte e, dopo averla perquisita, scaricarono al suo interno delle raffiche di mitra per colpire eventuali persone che non avessero eseguito il loro ordine di uscire, Il civile entrato per ultimo nella grotta consapevole di essere il principale ricercato del rastrellamento rimase all’interno rimanendo ferito ad una gamba da una scarica di mitra e riuscendo successivamente a mettersi in salvo.
All’esterno, perquisite le singole persone e nulla assolutamente essendo risultato a loro carico, i nazisti, per spirito di volgare criminalità, decisero ugualmente di mettere uomini e bambini al muro per fucilarli.
“Ne seguirono scene di drammatica umanità e intensa commozione. Le mogli e le figlie presenti alla scena cercarono di spiegare ai nazisti che i loro cari erano innocenti e che non erano in nessun modo implicati nei fatti armati di quel giorno. Senza risultato.
Le donne furono respinte con accanimento in un angolo mentre i criminali spianavano i mitra. Un attimo dopo le scariche dei mitra si abbatterono sui poveretti: vecchi, uomini e bambini, fulminandoli, tra le grida e le varie disperate invocazioni e le maledizioni al nemico delle povere donne: madri, mogli e figlie le quali avevano assistito in lacrime impotenti, alla strage.”
Mio padre, undici anni all’epoca dei fatti, ed un suo fratello riuscirono fortunatamente, in un attimo di distrazione dei nazisti, a nascondersi nel gruppo delle donne che erano state separate dagli uomini e a salvarsi. Non ebbero la loro stessa fortuna i loro giovani compagni di giochi.
“A pochi metri dalla grotta-rifugio antiaereo dove avvenne l’eccidio, in un angolo della proprietà contrassegnata col numero civico 95 di via Falzarego, è stato eretto un monumento a perenne ricordo del barbaro evento. Sono impressi nel marmo nome ed età delle vittime; alla lettura c’é da inorridire”.
La vittima più giovane, Alfredo Biasi, compagno di giochi di mio padre, aveva 13 anni mentre il più anziano, Angelo Sartoni, di anni ne aveva 81…
“Il sinistro rumore delle ripetute raffiche dei fucili mitragliatori, amplificato dall’eco prodotta dagli avvallamenti del Monte Crocetta, attirò la vigile attenzione di una pattuglia partigiana, che si trovava al lato opposto del monte, e particolarmente quella del comandante partigiano Pasquale Pantanella, che raggiunse la località dell’eccidio in tempo per agganciare la formazione nazista. Purtroppo per lui, venne inaspettatamente accerchiato, disarmato e catturato, frustrando cosi il suo generoso. patriottico e irriflessivo intervento.
I tedeschi ne fecero un ostaggio per procedere indisturbati il loro cammino verso nord, ma giunti in località Motta di Costabissara, ritenendo di aver raggiunta una zona franca e di non aver bisogno oltre di protezione, lo misero al muro e lo fucilarono. L’eroico giovane partigiano è ricordato con una lapide marmorea collocata a ridosso della proprietà con il numero civico 113 della statale del Pasubio.“
Alla fine di quel sanguinoso 28 Aprile 1945 Vicenza viene liberata dalle Forze Partigiane in Collaborazione con le Forze Alleate.
I partigiani all’entrata in città degli alleati avevano già occupato la Prefettura e la Questura e furono determinanti per la cattura di altri 450 tedeschi e fascisti.
Ritengo sia corretto collocare la memoria di quei giorni in un contesto che riaffermi con forza il valore di una guerra Partigiana di Liberazione che attraverso la Resistenza si è conclusa con la caduta della dittatura fascista e la cacciata dell’invasore tedesco e all’interno del quale trovino la giusta commemorazione tutti quei caduti innocenti: uomini, donne, vecchi bambini e tutti quei combattenti partigiani trucidati dalle barbarie nazi-fasciste.
Purtroppo da qualche tempo stiamo assistendo da più parti ad un tentativo di alterazione nei confronti di quei principi e valori di giustizia e libertà che hanno motivato e reso vincente la guerra Partigiana di Liberazione: tutto questo si manifesta in modo strumentale e fazioso attraverso quello che viene definito “revisionismo storico”, il quale si pone come obiettivo lo svuotamento di significato e di importanza di uno dei momenti fondamentali della nostra storia.
Io penso invece che sia più opportuno lottare per continuare a proteggere questo patrimonio di principi e di valori che attinge nell’antifascismo la sua forza predominante perché venga trasmessa per intero ai nostri figli come simbolo della lotta di ieri e dell’impegno di oggi per costruire un mondo migliore.
ORA E SEMPRE, RESISTENZA!
Andrea Mastrotto

