25 aprile 2026 a Poleo, Schio – Orazione di Patrizia Farronato

Patrizia Farronato

Orazione di Patrizia Farronato

Secondo la Legge 260 del 1949, il 25 aprile commemora l’insurrezione generale decretata a Milano dal Comitato di liberazione Nazionale Alta Italia, per abbattere il regime fascista e cacciare le truppe tedesche occupanti, fase finale della lotta di liberazione nazionale.

Ovvietà non scontata se nelle locandine ufficiali che richiamano le celebrazioni odierne di Magrè e Poleo si fa riferimento anche al ricordo di tutti i caduti della guerra 1940-1945.

Patrizia FarronatoUna guerra imperialista d’occupazione coloniale dell’Europa, dichiarata dall’Italia fascista in parallelo all’impresa nazista, perpetrando con il proprio esercito atrocità e crimini contro l’umanità sulle popolazioni civili in Albania, Jugoslavia e Grecia.

Se sui morti va steso unanime il velo della pietà, è un’indegna manipolazione usare questo stesso velo per occultare documentate responsabilità, mentre risulta una provocatoria caduta di stile patrocinare – a ridosso del 25 aprile – narrazioni vittimistiche di eventi decontestualizzati dai processi storici, utili, analogamente, ad occultare responsabilità, sminuire il valore della lotta di liberazione equiparando i fatti di sangue e le loro vittime, per screditare nei nemici di ieri gli avversari politici di oggi, gli antifascisti, appunto.

Invece oggi Poleo ricorda i suoi martiri, una parola greca che significa innanzitutto testimoni. Testimoni del tempo che stavano attraversando, degli abusi e delle sofferenze che si erano consumate durante il Ventennio e di quelle scatenate dalla furia nazionalista del nazifascismo.

Testimoni direttamente coinvolti per necessità, per caso o per libera determinazione, tutti però capaci di lasciarsi interrogare dal proprio tempo, di chiedersi che cosa valesse la pena vivere per renderlo migliore – tra dubbi e slanci di generosità, paure ed errori, conflitti e azioni di suprema nobiltà, come la recente storiografia ha documentato -; persone perlopiù di umili origini, disposte a sporcarsi le mani – consapevoli dei rischi – anche a caro prezzo. Si può morire per questo, oppure continuare a vivere, con coerenza spesso osteggiata e incompresa – com’è successo a tanti, a troppi di loro nel II dopoguerra. 18 sono i martiri di cui desidero ricordare nomi e frammenti di vita:

  1. Germano Baron “Turco”: nato nel 1922, agricoltore, artigliere alpino della Julia in Russia, uscì dalla sacca del Don e rientrò in Italia. Unitosi alla Resistenza, divenne il comandante della brigata Pasubiana. Morì per un incidente nel luglio del ’45. Aveva 22 anni.
  2. Bellotto Gino “Spagnolo”: nato nel 1920, operaio, artigliere, guardia di frontiera. Unitosi alla Resistenzacol Turco, morì nell’attacco contro la caserma della Guardia Nazionale Repubblicana di Tonezza il 15 luglio 1944. Aveva 24 anni.
  3. Bressan Cirillo “Tempo”: nato nel 1920, tessitore. Morì a Tonezza il 15 febbraio 1945 in un’azioneguidata dal comandante Turco. Aveva 25 anni.
  4. Carlotto Mario “Fortuna”: nato nel 1924, morì il 16 novembre 1944 nella zona di Folgaria, sulla neve,colpito da una pattuglia di polizia. Aveva 20 anni.
  5. Casarotto Silvio “Silvio”: nato nel 1922, soldato del 71° reggimento fanteria inRussia. Rientrato in Italia si unì alla Resistenza. Morì il 19 aprile 1945 in contrà Puglia a Torrebelvicino. Aveva 22 anni
  6. Costa Albino “Mazzini”: nato nel 1923, alpino, guardia di frontiera. Unitosi alla Resistenza, vennecatturato durante il rastrellamento di Posina. Fu fucilato il 15 agosto 1944. Aveva 20 anni.
  7. Garbin Giovanni “Marte”: nato nel 1920, operaio, sottocapo cannoniere di Marina. Entrato nellaResistenza, divenne il comandante della brigata Pino. Ferito il 17 maggio 1944 ai Corobboli, morì per un incidente nel 1946. Aveva 25 anni.
  8. Marchesan Mario “Forte”: nato nel 1925, unitosi alla Resistenza morì per l’accidentale esplosione di undeposito di munizioni al forte di Campomolon il 22 febbraio 1945. Aveva 20 anni.
  9. Marzarotto Luigi “Treno”: nato nel 1920, artigliere alpino in Russia, uscito dalla sacca del Don erientrato in Italia, si unì alla Resistenza. Morì il 15 luglio 1944 nell’attacco alla caserma di Tonezza. Aveva 25 anni.
  10. Organo Luigi “Vicchi”: nato nel 1926, si unì alla Resistenza e fu catturato in Altipiano, a PortaManassi, il 20 maggio 1944. Detenuto nelle carceri di Bolzano, venne fucilato l’8 luglio 1944. Il sacerdote delle carceri, don Giuseppe Nicolli, riferì che Vicchi morì gridando “Viva l’Italia e viva i Partigiani!”. Aveva 18 anni.
  11. Penazzato Giovanni “Pompei”: nato nel 1922, soldato nel Regio esercito, poi renitente alla levarepubblichina, infine partigiano. Catturato in un’imboscata, ferito al bacino, venne tradotto nella caserma Cella di Schio. Torturato, venne fucilato alle ore 22 del 12 luglio 1944 insieme a Ismene Manea. Aveva 22 anni.12.Pettinà Mario “Mario”: contadino, partigiano; ucciso in combattimento il 29 aprile 1945, nelle ultimefasi della guerra. Aveva 23 anni.
  12. Radere Igino “Castagna”: nato nel 1923, partigiano, ucciso il 6 gennaio 1945 a S. Pietro Valdastico.Aveva 22 anni.
  13. Santacatterina Francesco “Franz”: nato nel 1926, partigiano, ferito e catturato nell’attacco allacaserma di Tonezza il 15 luglio 1944. Trasportato dai fascisti a Thiene, morì il 16 luglio. Avrebbe compiuto proprio quel giorno 18 anni.
  14. Santacatterina Igino “Ciccio”: nato nel 1926, vicecomandante partigiano della pattuglia Guastatore-Teppa, venne ucciso durante la battaglia della Strenta il 9 agosto 1944. Aveva 18 anni.
  15. Sessegolo Luciano “Staffetta”: nato nel 1931, giovane staffetta partigiana, morì a causadell’abbattimento e dell’esplosione di un aereo alleato nei pressi di Torrebelvicino il 6 febbraio 1945. Aveva 14 anni.
  16. Signore Corinno “Libero”: nato nel 1924, partigiano, venne ferito gravemente da una pallottola dirimbalzo in piazzetta Garibaldi, durante la battaglia di Schio il 29 aprile 1945. Morì il 16 luglio dello stesso anno a causa delle ferite. Aveva 20 anni.
  17. Zanella Pierino “Mercurio”: nato nel 1924, partigiano, ucciso in uno scontro a fuoco con i fascisti alBojaoro l’11 luglio 1944. Aveva 20 anni.

A loro vorrei aggiungere Valentino Bortoloso, “Teppa”, un’esistenza lunghissima, segnata da scelte difficili, fatte con generosità e coraggio a favore della patria, a favore degli altri (in Russia prima, nella Resistenza poi) ricco di un’umanità che lo spingeva a non tirarsi indietro, travolta poi dagli orrori del fascismo e della guerra la notte dell’eccidio –gesto inutile e doloroso,un tragico errore(che)non si sarebbemai dovuto compiere (…), gravissimo danno per tutto il movimento della Resistenza, per Schio e anche pernoi,ricordava – una responsabilità terribile, sofferta e pagata nella giovinezza, cercandone anche un riscatto a caro prezzo al tramonto della vita. Un’umanità sensibile e accogliente, la sua, coerente con se stessa nell’impegno attivo e schivo del dopoguerra per una società più giusta e democratica e nella scelta nobile di un silenzio che non ha lasciato spazio alla rabbia e all’odio di fronte alle umiliazioni ed agli attacchi dei nuovi fascisti che – sconfitti dalla storia – non se ne sono mai andati da questo Paese.

La memoria di questi giovani e gli ideali per cui sacrificarono le loro vite riverberarono con forza nei 139 articoli della Costituzione, dove Padri e Madri costituenti tracciavano un’altra Italia, liberata dalle devastazioni della guerra e dalle nefandezze del regime fascista che l’aveva scatenata. Tra le righe della Costituzione vergarono un’Italia al contrario, rispetto a quella che avevano patito, cioè radicalmente antifascista.

Ne rivela il senso  Carlo Rosselli, teorico del socialismo liberale, fondatore del movimento “Giustizia e libertà”, combattente in Spagna ed ucciso in Francia assieme al fratello Nello nel 1937 da sicari inviati dal regime fascista, che scriveva:«Siamo antifascisti non tanto e non solo perché siamo contro quel complesso di fenomeni che chiamiamofascismo; ma perché siamo per qualche cosa che il fascismo nega ed offende, e violentemente impedisce diconseguire. Siamo antifascisti perché in questa epoca di feroce oppressione di classe e di oscuramento deivalori umani, ci ostiniamo a volere una società libera e giusta, una società umana che distrugga le divisionidi classe e di razza e metta la ricchezza, accentrata nelle mani di pochi, al servizio di tutti. Siamo antifascistiperché nell’uomo riconosciamo il valore supremo, la ragione e la misura di tutte le cose, e non tolleriamoche lo si umilii a strumento di Stati, di Chiese, di Sette, fosse pure allo scopo di farlo un giorno più ricco efelice. Siamo antifascisti perché la nostra patria non si misura a frontiere e cannoni, ma coincide col nostromondo morale e con la patria di tutti gli uomini liberi»(“Giustizia e Libertà”, 18 maggio 1934)

Antifascismo, dunque, innanzitutto come postura antropologica ed atteggiamento spirituale di inviolabile rispetto per ogni essere umano, come orizzonte politico attraversato da relazioni sociali rette da equità, giustizia e solidarietà, come comunità di cittadini liberi ed uguali, estranea al feticismo fascista delle frontiere, fondamento della pacifica collaborazione tra i popoli.In queste righe Rosselli traccia anche la descrizione di una realtà fin troppo simile a quella di oggi, dove lo scenario internazionale è in balia di imperialismi coloniali autocratici e guerrafondai, di fondamentalismi religiosi, di intollerabili crimini contro l’umanità perpetrati tra l’indifferenza o la complicità del mondo occidentale(ultimo sfregio, l’opposizione degli ex alleati nazifascisti di un tempo, Italia e Germania,all’interruzione dell’Accordo di Associazione UE-Israele contro il regime genocida di Tel Aviv, richiestadalla maggioranza dei Paesi del continente e da oltre un milione di cittadini europei), mentre è in atto lo svuotamento delle sue democrazie, (ennesimo sberleffo alle procedure ed al dettato costituzionalel’approvazione fulminea e blindata ieri dell’ennesimo, immondo, decreto sicurezza)l’annichilimento del diritto internazionale e delle sue Istituzioni, una corsa al riarmo che lascia presagire scenari ancora più foschi

Nel nostro Paese, il vento autoritario del sovranismo ha catturato il consenso di categorie impoverite da decennali politiche neoliberiste, ha avvelenato le relazioni sociali con narrazioni rancorose contro facili capri espiatori, ha ampliato precarietà e disuguaglianze, garantendo impunità e privilegi a clientele di potenti ed arricchiti, sta perseguendo con leggi securitarie – non prive di crudeltà e ridicolo – migranti e carcerati, minori allo sbando e operai in lotta a difesa del proprio lavoro, attivisti ambientali e sociali, oppositori politici…

Così, dopo lo stravolgimento della costituzione materiale del Paese – che ha sostituito alla sicurezza dei diritti per tutti un diritto alla sicurezza utile solo a chi occupa il potere – si è tentato un nuovo, inquietante attacco a quella formale,che continua ad osteggiare e ad impaurire i nemici della democrazia.

Eppure, l’energia vitale e lo slancio generoso, che la generazione dei ventenni degli anni Quaranta ha impresso nella nostra storia patria, pare si siano riversate su quella di oggi, che già aveva riempito le piazze a difesa della vita e dell’autodeterminazione del popolo palestinese. Un’onda lunga che ha scombinato piani, rotto equilibri e creato inquietudine nelle stanze del Palazzo. Di nuovo, il 22-23 marzo di quest’anno, soprattutto i pronipoti di quella generazione che stiamo ricordando con riconoscenza hanno affermato con forza il divieto a mettere le mani sulla Costituzione antifascista, stravolgendone le Istituzioni. Un NO chiaro, come lo fu alle riforme sul premierato di Berlusconi nel 2006 e di Renzi nel 2016.

Ciò che urge oggi, dunque, è attualizzare un’altra lezione della Resistenza: contrastare il senso d’impotenza e la rassegnazione di individui isolati in una società frantumata, abbandonati ad un improbabile “si salvi chi può”; combattere i fumi tossici che dalle poltrone del Palazzo invadono le relazioni, impregnandole di sfiducia, paure, cinismo; costruire legami finalmente tra diversi, rinsaldando un tessuto sociale e politico che favorisca il riappropriarsi individuale di umanità e la concreta restituzione dal basso di troppi diritti negati, perché oggi la speranza sta in questa prassi di cui possiamo essere reciprocamente testimoni, proprio mentre sembra che la barbarie abbia il sopravvento.

Dunque, GRAZIE! a tutti coloro che non desistono dalla propria umanità e sfidano l’ironia dell’ appellativo “buonista” dove l’indifferenza detta le regole delle relazioni: nei gesti quotidiani di altruismo; nel far bene e con onestà il proprio lavoro; nella volontaria assunzione di responsabilità verso categorie ai margini, frequentemente invise; nell’attivismo che soccorre vite scartate sul mare o nelle rotte terrestri; nelle pratiche di solidarietà con i propri compagni di lavoro; nella disobbedienza civile a favore di profughi, migranti, senza casa; nella vigilanza contro il ritorno del fascismo ed i disegni eversivi della nostra Costituzione, nell’impegno per attuarne la democrazia; nelle manifestazioni contro il genocidio in Palestina, il riarmo e la guerra; nelle Flottiglie internazionali per rompere l’assedio a Gaza e a Cuba; nelle tante lotte per rivendicare dignità e diritti rubati…

Gesti individuali e azioni collettive che riflettono quell’I careche don Lorenzo Milani  aveva tracciato sulle mura della scuola di Barbiana contro il “me ne frego” fascista: ho a cuore, mi interessa la realtà nella quale vivo, il mondo che sta turbinosamente cambiando; voglio comprenderlo, voglio esserci insieme ad altri; voglio dare il mio contributo perché figli e nipoti vivano in un mondo migliore di quello in cui siamo implicati.

Stiamo attraversando tempi difficili e inquietanti, ma gravidi di radicali cambiamenti, affidati anche a scelte che ci sfidano a rompere l’ineluttabilità di logiche che sembrano incontrovertibili, le stesse che, consemplicità e generosità, hanno accettato di affrontare senza sconti partigiani e partigiane della Resistenza e i Testimoni di Poleo.

Per questo, concludo con le parole scritte dal carcere da Dietrich Bonhoeffer, teologo protestante, impiccato il 9 aprile 1945 nel campo di concentramento di Flossemburg, in Germania, per aver partecipato al complotto che avrebbe dovuto uccidere Hitler:L’essenza dell’ottimismo non è guardare al di là della situazione presente, ma è una forza vitale, la forza disperare quando altri si rassegnano, la forza di tener alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forzadi sopportare gli insuccessi, una forza che non lascia mai il futuro agli avversari, ma lo rivendica per sé.Esiste certamente anche un ottimismo stupido, vile, che deve essere bandito. Ma nessuno deve disprezzarel’ottimismo inteso come volontà di futuro, anche quando dovesse condurre cento volte all’errore; perché essoè la salute della vita, che non deve essere compromessa da chi è malato.Ci sono uomini che ritengono poco serio, e cristiani che ritengono poco pio, sperare in un futuro terrenomigliore e prepararsi ad esso. Essi credono che il senso dei presenti accadimenti sia il caos, il disordine, lacatastrofe, e si sottraggono – nella rassegnazione o in una pia fuga dal mondo – alla responsabilità per lacontinuazione della vita, per la ricostruzione, per le generazioni future.Può darsi che domani spunti l’alba dell’ultimo giorno: allora, non prima, noi interromperemo volentieri illavoro per un futuro migliore.(Resistenza e resaPaoline 1988, pp.72-73)

Patrizia Farronato

Schio – Poleo, 25 aprile 2026