25 ottobre 2026, Raga Alta di Schio: Ricordo di Pietro Barbieri e dei partigiani caduti

Pietro Barbieri 2026

Orazione civile di Erika Markonato

25 ottobre 2026

Pietro Barbieri 2026

Il mio nonno materno era nato nel 1925, nel mezzo dell’epoca fascista. Nel 1939, quando scoppiò la guerra, era soltanto un ragazzo. Quando arrivarono i rastrellamenti e la chiamata alle armi, si rifiutò di arruolarsi.

Nonno Paolino non sapeva uccidere nemmeno una mosca, letteralmente. Lui coltivava, faceva crescere le piante, raccoglieva funghi e castagne nel bosco. Mi ha sempre detto di aver paura della violenza. Non avrebbe mai potuto combattere.

Ha trascorso gli inverni nascosto nei boschi, tra alberi e sentieri che conosceva a occhi chiusi. Cercava solo di sopravvivere e di non dover uccidere.

Quando da bambina mi lamentavo di avere fame, lui mi rispondeva sempre con uno dei suoi detti: «La tua non è fame, è appetito». Con gli anni ho poi capito cosa intendesse dire.

Il fascismo ha fatto anche questo alla nostra gente: ha distrutto la quotidianità, i rapporti di contrada e fraterni. Ha reso la violenza una normalità per una generazione intera.

C’è stato chi, come Pietro Barbieri e i partigiani, ha imbracciato le armi per restituire la libertà a un Paese distrutto dal ventennio, e c’era chi tentava di salvare la propria umanità dalla barbarie. La democrazia nasce sia da chi ha lottato, sia da chi, terrorizzato dalla violenza, auspicava la pace.

Ecco perché, se mi chiedo che cosa sia il fascismo oggi, la risposta più lampante che mi do è che il fascismo oggi è la cultura della violenza.

Tutto è sdoganato. Il fascismo oggi è polarizzazione estrema, odio sistematico, incapacità di ascoltare; è la convinzione che, se si è più potenti, si abbia il diritto di prevaricare sull’altro. È l’idea che esista solo un «noi contro loro» e che non possano esserci altre sfumature o altre posizioni.

È un linguaggio d’odio che nei dibattiti e sui social ha sempre la meglio, calpestando spesso la dignità delle persone e lasciando indietro chi è più fragile o senza protezione.

Questa violenza verbale e relazionale si coniuga con la convinzione che la forza, la punizione e la repressione siano le sole risposte ai problemi complessi della società.

Lo vediamo chiaramente in questi giorni. Di fronte alle fragilità di molti giovani, di fronte a un disagio giovanile profondo che grida bisogno di ascolto, di punti di riferimento, di opportunità e di futuro, assistiamo a una risposta istituzionale che lascia sgomenti.

Il ministro Nordio ha dichiarato: «Una serie di arresti massicci nei confronti dei minori non era mai avvenuta, vi sono dei momenti in cui è necessario spedire dietro le sbarre questi minori violenti».

Spedire dietro le sbarre. Anche nella scelta delle parole possiamo rintracciare la violenza.

Ma c’è di più: si cercano accordi per ricavare spazi per i minori all’interno delle carceri per adulti, in barba alla Convenzione dell’ONU sui diritti dell’infanzia, la quale stabilisce invece la netta separazione delle punizioni.

Parliamo di un sistema carcerario che in Italia vede un tasso di sovraffollamento al 140%. Negli istituti penali per minorenni si contano oggi 557 persone detenute, a fronte di una capienza stimata che va dai 516 ai 550 posti.

Dietro questi numeri ci sono precise responsabilità da parte del governo in carica: tra il 2023 e il 2024, dopo il decreto Caivano, la presenza giornaliera media dei minorenni detenuti è aumentata del 30,9%.

Con questo decreto si è messo in discussione uno dei principi fondamentali della giustizia minorile e della pedagogia, ovvero quello di riconoscere che un adolescente non è un adulto in miniatura. Un principio che impone di tenere conto della sua fase di crescita, dell’età e della concreta possibilità di cambiamento attraverso percorsi personalizzati.

Di fronte al disagio giovanile dovremmo provare ad ascoltare le istanze dei giovani, chiederci se come società ci stiamo davvero impegnando al massimo per offrire loro possibilità di crescita, sbocchi lavorativi adeguati agli studi e un salario dignitoso.

Lo scrittore ed educatore Michele Arena, che da anni si occupa di adolescenti, scrive:

«Quando non si hanno poteri normativi o di voto, quando non si è considerati esseri umani completi o cittadini, quando ci viene riconosciuta meno credibilità solo per la nostra età, diventa più facile incontrare tutte quelle altre forme di violenza e oppressione».

Una società che risponde alla sofferenza o all’orientamento smarrito dei suoi giovani con le sbarre anziché con la scuola, con i tagli al sociale e con l’abbandono dei quartieri, è una società che ha già fallito.

È una società fascista, che non ha il coraggio di affrontare la complessità del presente. Dovremmo imparare a sorvegliare il nostro potere adulto, a riconoscere che è sistemico e che rischia di avere il preciso obiettivo di «ostacolare il dialogo e le alleanze tra persone di generazioni diverse».

La scorciatoia autoritaria è la più antica di sempre: nascondere la polvere sotto il tappeto, rinchiudere il problema per non doverlo capire né curare.

Il fascismo di ieri mandava i giovani al fronte o al muro; la tentazione repressiva di oggi li vuole rinchiudere quando diventano scomodi o problematici, o quando cominciano ad alzare la testa e a dire la loro.

Lo vediamo quando guardiamo a ciò che accade anche nella nostra città, nel centro di Schio. Nessuno di noi vuole ignorare o sminuire il disagio giovanile: ci sono episodi di microcriminalità e preoccupa il fenomeno delle cosiddette «baby gang».

Ma noi, come adulti, che alternative stiamo offrendo loro?

L’amministrazione sta affrontando la questione esclusivamente con una spinta securitaria: ordinanze per chiudere i negozi dopo le 20, aumento delle telecamere, soldi del bilancio comunale spesi per finanziare la vigilanza privata, al fine di presidiare il centro storico fino all’una di notte.

Si continua a perpetrare violenza su violenza, senza invertire la rotta. Perché, invece, non si prova a coinvolgere questi ragazzi nella vita di comunità? Perché non offriamo delle reali alternative alla microcriminalità?

Ricordiamo che a Schio il declino dei servizi della Neuropsichiatria infantile è sconcertante. Questo accade in un’epoca nella quale il disagio psichico dei bambini e degli adolescenti sta diventando una vera e propria epidemia.

Già dalle scuole medie, in molte classi, ci sono ragazzi che soffrono di depressione o che sono vittime della nuova patologia del ritiro sociale. Queste fragilità sempre più devastanti non trovano più servizi all’altezza, capaci di dare risposte strutturate.

Lasciamo soli i minori più fragili e le loro famiglie, condannando chi non può permettersi il ricorso al settore privato.

Nell’Alto Vicentino, giusto per dare i numeri del disastro, solo dieci anni fa avevamo cinque, a volte sei medici nella Neuropsichiatria infantile. Oggi, in un territorio di 180 mila abitanti, ne abbiamo zero. ZERO. È un dato drammatico.

Come si traduce questa carenza nella vita concreta delle persone che soffrono e delle loro famiglie?

Si traduce nel fatto che per avere una valutazione clinica possono volerci anche due anni. Mancano psicologi, logopedisti e altre figure riabilitative. Spesso i pensionamenti vengono coperti con contratti a termine o con l’esternalizzazione alle cooperative, creando un turn-over che è tristemente sinonimo di scarsa continuità e qualità.

La differenza tra una cultura democratica e una deriva autoritaria sta tutta nel come si risponde a questa sfida.

Possiamo continuare a rispondere con la repressione, oppure possiamo creare un presidio sociale e umano del territorio, portando gli educatori di strada nelle piazze per intercettare i ragazzi prima che cadano nel margine.

Possiamo continuare a credere che la risposta sia, ancora una volta, la detenzione, oppure possiamo investire nei centri giovanili, nelle scuole, nello sport accessibile a tutti, nel sostegno alle famiglie in difficoltà.

Possiamo continuare a riempire il centro storico di camionette, oppure possiamo restituire il centro storico alla vita di tutti, illuminandolo di comunità.

Quando ce la prendiamo con i giovani, ricordiamoci sempre che la Resistenza è stata un fenomeno per lo più giovanile.

C’è infine una forma di indifferenza che mi spaventa molto e che sta logorando la nostra democrazia dal di dentro: l’astensionismo.

Oggi assistiamo a sale elettorali sempre più vuote, a file di cittadini che rinunciano a votare, sia alle elezioni nazionali che a quelle comunali.

Pensiamoci per un attimo: mio nonno nei boschi, i fratelli Barbieri sulle nostre montagne e milioni di italiani sotto la dittatura non avevano il diritto di scegliere.

Quel diritto era stato loro strappato. C’è chi ha pagato con il gelo e chi con la propria vita per far sì che noi oggi potessimo mettere una semplice croce su un foglio di carta.

Rinunciare al voto non è una protesta silenziosa. L’astensione è una delega in bianco.

Quando non andiamo a votare, non stiamo punendo la politica: stiamo solo lasciando che siano altri a decidere al posto nostro. Lasciamo che siano altri a scegliere come saranno le nostre scuole, come verrà gestita la nostra città, che futuro avranno i nostri figli.

Votare non è solo un diritto conquistato a caro prezzo: è il primo, fondamentale atto di resistenza e di cura quotidiana della nostra comunità.

Mio nonno è sopravvissuto a quegli inverni nei boschi perché qualcuno lo ha aiutato, perché la solidarietà civile non si era spenta. È andato a votare fino al compimento dei 92 anni e non vi avrebbe rinunciato per niente al mondo.

I fratelli Barbieri e i partigiani scledensi hanno dato la vita per lasciarci una Schio partecipe, capace di educare, di proteggere e di scegliere il proprio futuro. Non una città rassegnata o impaurita.

La misura della qualità di una democrazia si conta da quante persone sanno ancora fare la propria parte nelle piazze e nelle urne.

Teniamolo a mente.

Onorare i fratelli Barbieri oggi significa rifiutare la rassegnazione, offrire alternative all’immobilismo, pretendere il cambiamento ed essere protagonisti in prima persona della nostra storia.

Grazie.

Erica Marconato
Consigliera comunale per Coalizione Civica Schio