A.N.P.I. Vicenza

Consiglio Nazionale ANPI – Relazione conclusiva

Consiglio Nazionale ANPI

Chianciano Terme – 25, 26 ottobre 2014

Conclusioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia domenica 26 ottobre 2014

In un tempo molto lontano, quando c’erano ancora i partiti – compreso il mio di quei tempi – esisteva una consuetudine. Chi doveva trarre le conclusioni di un’assemblea, a metà seduta si allontanava per andarle a preparare. Ho sempre osservato questa prassi con antipatia: mi sembrava una mancanza di rispetto per coloro che sarebbero intervenuti. È la ragione per cui ho ritenuto di assistere a tutto il dibattito, riservandomi giusto il tempo di riordinare qualche idea. Magari meno coordinata, ma più rispettosa dello svolgimento di una discussione interessante e importante, non solo per il numero ma anche per la qualità complessiva degli interventi. Si potrebbe rilevare che è emersa un po’ di insoddisfazione e che le osservazioni critiche prevalgono su quelle positive. Anzi, di positivo si è sentito ben poco, in questo dibattito. Vorrei dire, in proposito, due cose.

Una personale, anzitutto. Scherzando si potrebbe dire che c’è poco da ridere, di questi tempi e poco di cui essere soddisfatti, in Italia e fuori. A parte la considerazione personale, aggiungo che non sarebbe compito nostro giudicare i governi, non diamo i voti a quello che fanno, perché sarebbe un’assurdità. L’avete detto tutti, dobbiamo esercitare la nostra funzione critica, secondo i nostri interessi, ideali e valori, su quello che non funziona e che andrebbe modificato. Tutto qui. Ciò non significa che non saremmo lieti di prendere atto delle cose positive, ma non sarebbe un dato da diffondere il nostro “8” in pagella a chi ha preso un buon provvedimento o, tanto meno, un “4”, in caso negativo. Lo possiamo fare come singoli. Come Associazione, invece, osserviamo che c’è una situazione difficile, in Italia e nel mondo, per cercare di capire come reagire.

Ho notato, con piacere, un’adesione massiccia alla mia Relazione. Non tanto perché è umano essere soddisfatti, ma principalmente perché rivela una condivisione sostanziale sulle linee di fondo portate avanti. Tra tutti i 49 interventi ho ascoltato soltanto due voci dissonanti, non su questioni di fondo: ne parlerò più avanti. Per il resto, non un’adesione pedissequa, non un unanimismo di maniera, ma una condivisione della linea con continui arricchimenti, per contribuire a far avanzare il “discorso” complessivo. E così la Relazione iniziale andava intesa: una Relazione aperta a un dibattito che deve continuare perché – l’avete detto in tanti – il “futuro è già qui”. Il nostro è un atteggiamento in fieri che si costruisce insieme giorno dopo giorno, cercando di fare sempre più chiarezza sugli aggiustamenti da apportare al nostro “tiro” complessivo e dando spazio anche alla creatività. Le situazioni nuove impongono più fantasia, non sempre bastano i metodi tradizionali e quanto è stato sperimentato finora.

E sono venute molte idee, molte indicazioni. In generale si è convenuto sul profondo bisogno della politica di essere rigenerata. Poi si discuterà come, ma c’è necessità assoluta di tornare alla Costituzione anche su questo punto, all’articolo 49, precisamente, che indica cosa debbano essere i partiti per concorrere alla politica nazionale e non rispondere solo ai propri interessi. Larga condivisione c’è stata, poi, sulla vera e propria emergenza sociale. Di questo si tratta, senza aver paura delle parole. Milioni di disoccupati, milioni di precari, milioni di inattivi, milioni di famiglie che stentano ad arrivare alla fine del mese, fanno un’emergenza sociale. È un’emergenza il fatto che non appena piove un po’ di più il territorio frani; è un’emergenza che una parte del nostro patrimonio artistico vada impunemente in rovina, così che continuiamo a perdere anche la competizione turistica con altri Paesi, che hanno meno di noi da esibire ma quel poco lo curano benissimo. Siamo più facilitati ad andare a visitare una chiesetta nelle campagne di quei Paesi, che non i nostri tesori inestimabili che vanno in pezzi. È un’emergenza sociale anche questa, nel senso che sociali sono pure la cultura, la tradizione, i beni artistici, i patrimoni intellettuali: sono ricchezze anche queste, da conservare gelosamente.

Quando parliamo di futuro, “il futuro è già qui”, forse c’è da aggiungere una notazione. Siamo davvero pronti a considerarlo già qui oppure, al fondo, in tutti gli interventi si può notare un poco di ritardo? Forse non siamo del tutto pronti, nelle proposte e nelle indicazioni, a entrare pienamente in campo. Forse aleggia ancora un po’ l’idea, che pure stiamo cercando di combattere: cosa accadrà quando non ci saranno più i Partigiani? È un’idea che ci dobbiamo togliere dalla mente. Non possiamo rimandare tutto a quel momento: intanto perché sta diventando sempre più incombente e poi perché già oggi sappiamo che l’evento è naturale e si verificherà. Avremo sempre meno Combattenti per la libertà, fino a quando non ce ne saranno più. Abituiamoci mentalmente ad andare più in là, ad attrezzarci fin da subito per affrontare una situazione non imprevedibile e non differibile; nei confronti della quale va presa una serie di misure.

Una forte convergenza esiste, mi pare, sul tema della formazione. Sarei stato felice se si fosse raggiunta due anni fa, quando ponemmo il tema. Avremmo guadagnato tempo. Molti la scoprono oggi, però l’abbiamo lanciata due anni fa con un corso-tipo tenuto a Parma e con la diffusione di un libretto contenente le lezioni che dovevano servire come indicazione, invitando tutti gli organismi ad organizzarne altri su quella base. Non c’è stata una risposta pari alle attese, siamo in ritardo ed è bene rendersene conto ora che siamo tutti d’accordo. Oggi occorre procedere molto più velocemente che se fossimo partiti due anni fa. Da domani deve cambiare tutto, in tema di formazione. Con due anni di ritardo, la consapevolezza e il tempo non bastano più.

Dal dibattito è emerso con chiarezza che la formazione non riguarda soltanto i giovani. Tutti ne abbiamo bisogno. Personalmente, ho partecipato al Convegno “Donne e Ricostruzione”, organizzato dal Coordinamento Donne ANPI, lo scorso 11 ottobre, e alla sera mi sono sentito più arricchito, più “formato”. Dovendo, anche lì, svolgere le conclusioni ho imparato molte cose che non sapevo o che conoscevo solo superficialmente. La formazione riguarda tutti. Non possiamo dire di un’iniziativa che non ci interessa. Per conoscere a fondo la nostra società e la nostra storia deve appassionarci tutto. Bisogna sapere tutto sui punti fondamentali: sul fascismo e l’antifascismo, sulla Resistenza e la Costituzione, sul dopoguerra e sulla storia dell’ANPI. Si tratta di una verità incontestabile, che deve entrare nella testa ed essere applicata, da domani, in tutti gli organismi periferici. È una condizione unica e imprescindibile.

Per fare “formazione” e trasmetterla all’esterno non bastano, anzi, non servono, le manifestazioni, ma un continuo contatto e confronto con i tanti cittadini che non sanno, o preferiscono non sapere, o sono indifferenti. Rappresentano un potenziale da conquistare alla democrazia, se vogliamo fare davvero un passo avanti nel futuro nostro e dell’Italia. Le manifestazioni sono importanti perché servono a richiamare l’attenzione, a creare un movimento, a dare la sensazione della forza. Ma non è solo così che si riescono a convincere le persone. Insieme, occorre un lavoro continuativo e costante di persuasione. Delle riforme, anche di quella del Senato, molti non sanno niente, le hanno subite passivamente e per loro, tutto sommato, va bene anche così. Pretendiamo di convincerli con una grande manifestazione? Bisogna avvicinare questi cittadini uno ad uno: domani potrebbero essere chiamati a pronunciarsi con un “Sì” o con un “No” a questa riforma e devono comprendere qual è la posta in gioco. Per farlo, lo dobbiamo sapere noi per primi. Altrimenti cosa trasmettiamo? E siamo sicuri di sapere tutto? Nonostante gli sforzi fatti, ci sentiremmo in grado, tutti, di affrontare un contraddittorio? Lo vedete alla tv, gli interlocutori arrivano con la lezioncina preparata e la “sparano” in continuazione. E noi non possiamo limitarci a replicare con un’altra lezioncina. Siamo chiamati a contrapporre alla lezioncina di comodo, argomenti seri e convincenti. Formazione, questo significa, un impegno grande per tutta la nostra organizzazione. Vi dobbiamo far fronte immediatamente.

Un altro aspetto si ricollega a questo. È un punto delicato: l’avvicendamento nella direzione dei nostri organismi periferici e nazionali, con il progressivo inserimento delle nuove generazioni, quali che siano. A cominciare da me, lo dico a ragion veduta e posso parlarne liberamente. L’ho detto subito, al momento dell’elezione, che ero pronto in qualunque momento a fare un passo indietro se fosse servito a migliorare la situazione. Ne ero convinto, e lo ripeto: il mio limite naturale e obbligatorio, comunque, sarebbe il prossimo Congresso. Ma se da oggi al Congresso del 2016 emergesse una ragione fondamentale, o personale, oppure una ragione dell’ANPI, a rendere opportuno un avvicendamento, sarei pronto, senza la più piccola discussione, senza la minima difficoltà. Affermo questo perché dobbiamo porci anche il problema dei Partigiani e dei Combattenti della libertà alla testa dei nostri organismi. Alcuni è un gran bene che ci siano ancora, sono in ottime condizioni, prestanti e recano un’esperienza di saggezza fondamentale. Altri, purtroppo, non sono più così in forma.

Non si tratta di lasciarli a casa, assolutamente, per carità, ma di affrontare, insieme, la loro possibilità e la loro capacità di rimanere alla testa di un organismo. Se un Partigiano o un Combattente della libertà, avendo svolto per tutta la vita una funzione, in questo momento costituisce un blocco perché non consente un ricambio generazionale, bisogna convincerlo al cambiamento, mantenendo la sua autorevolezza, la sua presenza e la sua capacità di dare consigli; nelle sedi – e ce ne sono, credetemi – dove questo è necessario. Non allontanando nessuno – ripeto – ma discutendo e chiarendo. L’ho detto per me, per primo, affinché fosse chiaro che è un principio che vale per tutti e nessuno può affermare che ci vogliono buttare fuori, ci vogliono “rottamare”. Il primo disponibile ad essere “rottamato” è il Presidente Nazionale. Non possono esserci infingimenti da questo punto di vista, oltretutto, perché non stiamo parlando di quell’orribile parola che è “rottamazione”, ma di avvicendamento delle generazioni nella continuità. È una cosa diversa, tutti la devono percepire in questo senso.

Anche sul tema della comunicazione si è detto che abbiamo un problema e, anche qui, forse un po’ di ritardo, partendo dalla consapevolezza che abbiamo fatto tutto il possibile e l’impossibile per superarlo. Uno dei meriti principali va ad Andrea Liparoto: ha fatto e sta facendo un lavoro straordinario, proprio nel passaggio ai nuovi strumenti della tecnologia, continuando a utilizzare anche quelli tradizionali, e facendosi in quattro per consentire di avere il sistema informativo che ho descritto. Non sarà la meraviglia del mondo, però per un’Associazione come la nostra, tradizionale, antica secondo alcuni, è già un miracolo avere uno strumento moderno come la Newsletter, apprezzata da molti organismi, anche istituzionali, un giornale di riflessione, formazione e cultura generale come Patria indipendente – vedremo come trasformarlo – uniti a un sito in costante aggiornamento e miglioramento e alla presenza su Facebook e Twitter di cui abbiamo fornito i dati. Partiamo da qui. I miracoli non bastano mai e dopo uno ce ne vuole un altro: un buon “miracolista” deve saperne fare almeno due. Uno è fatto, facciamo il secondo, per migliorare ancora la nostra comunicazione.

Non solo per farla circolare di più, ma perché le esigenze cambiano continuamente e ci caricano di nuovi compiti e nuove necessità. Bisogna stare al passo. Diciamolo con franchezza: i ragazzi non amano e non praticano la carta stampata. Nascono e sono abituati a trattare con altri strumenti. Non come noi che li abbiamo appresi con fatica. Nel mio studio, ogni tanto, mi regalano qualcosa di innovativo e sono costretto a studiare, raccomandandomi, ogni tanto, di fermarsi. Non posso imparare tutto contemporaneamente, il computer, il software per la dettatura, il navigatore in auto. Lasciatemi il tempo. Per i ragazzi è tutto naturale, scrivere “cmq” al posto di “comunque”, scambiarsi “messaggini” è addirittura ovvio. Noi pretendiamo di far loro digerire una lunga articolessa? Quante volte nella redazione di Patria dobbiamo discutere perché ci mandano articoli troppo lunghi e nessuno vuole stare nelle due pagine, che per i giovani sono già troppe. E allora bisogna cercare altre strade.

Quando pensiamo alla trasformazione di Patria in uno strumento in parte on- line e in parte cartaceo per l’approfondimento, non è solo per una questione di risparmio economico, ma stiamo riflettendo anche su come raggiungere le nuove generazioni. Qualche ragazzo si è appassionato a Patria, ma pochi, forse i migliori; ma non possiamo inseguire soltanto i migliori, dobbiamo curare la massa se vogliamo che venga con noi e, soprattutto, che una volta venuta ci resti. Questo, come avete detto in tanti, è il nostro problema principale. Tante persone arrivano, poi però le perdiamo di vista, non diventano militante e a una prima ondata emotiva, non corrisponde un impegno continuativo.

La comunicazione deve servire anche a questo, è importante che avvenga. Quindi aggiorniamo il nostro sistema informativo al vertice, ma facciamolo per quanto possibile anche nelle nostre organizzazioni “periferiche” – uso il termine per distinguerle dal centro – Provinciali e Regionali. In ogni caso, di tutto quello che produciamo (questo è un imperativo categorico) non resti una sola copia nei cassetti degli organismi dirigenti. Tutto deve esser fatto circolare il più possibile, fino all’ultimo iscritto e all’ultima iscritta, fino all’ultimo cittadino che possiamo avvicinare. È un modo per farci conoscere, per far sentire la nostra voce.

Diversi hanno rimarcato e lamentato la scarsa visibilità. Anche su questo vorrei fare un po’ chiarezza. Certo, la stampa non ci prende in grandissima considerazione, se non in casi particolari, ma visibilità non è solo la stampa e non è soltanto andare in televisione. È vero, vi do atto, questo vale pure per i libri. Gli scrittori dicono che è meglio una “comparsata” in TV, per lanciare un romanzo, che centomila presentazioni e pubblicità delle Case editrici. Se si va una volta in televisione ti vedono tutti. Personalmente ci sono andato due volte, per l’ANPI, e l’edicolante mi ha riconosciuto. Però le occasioni sono poche. E a volte c’è anche un problema di dignità. Perché se dobbiamo andarci in modo non dignitoso, è meglio di no. Giurai, dopo una serata da Floris a Ballarò, che non sarei più andato, perché non era dignitoso, né per me, né per l’ANPI.

A prescindere, la visibilità si può raggiungere in molti altri modi. Intanto cercando di comprendere, questo è il punto, cos’è una notizia per la stampa. Per noi tante cose sono importantissime. La stampa invece ha una sua idea delle notizie. E dobbiamo essere in grado di captarla.

Un esempio banale. Tre giorni fa è uscita un’importantissima sentenza della Corte Costituzionale. Non so quali effetti pratici produrrà, ma è di straordinaria importanza per noi e per il mondo, sul piano del riconoscimento dei diritti umani. Quella sentenza è lunga e complessa, come sempre e non tutti possono leggerla: per riassumerla in parole semplici, afferma il principio che di fronte al calpestamento dei diritti umani, non c’è sovranità degli Stati che tenga. Quando si supera il limite e vengono lesi i diritti umani, ognuno ha diritto ad avere giustizia. Si tratta di un principio negato non più tardi di due anni fa persino dalla Corte dell’Aja perché, non condiviso in vari Paesi. Che la Corte Costituzionale italiana ora lo affermi, è di un’importanza fondamentale per il futuro del mondo, oltre che per le stragi che abbiamo dovuto subire, per l’attesa di verità e giustizia, ancora largamente presente nel nostro Paese. La stampa lo ha capito poco, perché è anche pigra. Un “clic” per fotocopiare la sentenza non costa niente, ma poi è lunga venti pagine e bisogna leggersela. Cosa abbiamo pensato? A fronte dell’importanza e delle difficoltà che ho ricordato, abbiamo deciso di far uscire per primi, in assoluto, una dichiarazione del Presidente che ha provocato due telefonate-intervista, di chiarimento, del Corriere della Sera e della Stampa. Naturalmente, con l’occasione, ho mandato la sentenza per esteso, mi sono creato un credito e l’ANPI è stata citata, poi, su entrambi i quotidiani. Perché? Quella, per loro, era davvero una notizia e noi abbiamo capito che bisognava cogliere il momento, essere tempestivi. Insomma, dovremmo riuscire a intuire quali notizie possono colpire la stampa e interessarla, altrimenti prevale la logica della notizia “rosa” che fa più effetto dei fatti importanti, ai quali noi attribuiamo importanza, ma loro no. Dobbiamo convincerci, poi, che la visibilità si ottiene anche in altre maniere. Per esempio, proponendo una visione dell’Associazione, in questo o in quell’ambiente, che contribuisca a formare un’idea diversa dell’ANPI. Altro esempio. Lo scorso anno abbiamo organizzato, come intestatari, un Convegno sull’8 settembre insieme all’Università di Padova e all’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia (INSMLI). È stato importante quel connubio e il fatto che in quella tre-giorni il Presidente dell’ANPI abbia svolto una relazione insieme agli storici. Evidentemente non per un particolare riguardo, ma perché si era verificato che l’ANPI aveva qualcosa di particolare da dire, al di là delle relazioni degli Istituti storici. Vuol dire aver creato in quell’ambiente un’idea dell’ANPI diversa da quella che ancora molti hanno, che siamo quelli delle vecchie bandiere, delle medaglie e così via.

Potrei farne molti altri, di esempi. Anche per il “Protocollo” con il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (MIUR) vale lo stesso discorso. Com’è nato il “Protocollo”? Da un lavoro di due anni, giunto quasi al suo apice con la ministra Maria Chiara Carrozza, con la quale avevamo steso due convenzioni: per un’iniziativa con gli studenti a Sant’Anna di Stazzema e per un rapporto stabile e continuativo relativo all’insegnamento dell’educazione civica e anche della storia della Resistenza nella scuola. È caduto il Governo e la ministra Carrozza, come sapete, è stata allontanata rapidamente, senza motivazione e non ha fatto in tempo a firmare i “Protocolli” che erano già pronti. Con la nuova Ministra c’è stata una lunga attesa, varie richieste di incontro, sempre senza risposta. Poi, a un certo punto, quando si approssimava l’evento a Sant’Anna la cui preparazione, nonostante tutto, anche senza firma, era andata avanti, poiché si stava avvicinando la ricorrenza da celebrare, ho fatto una di quelle cose che ogni tanto faccio quando penso sia giusto puntare i piedi per far rispettare l’ANPI. Ho inviato una lettera alla Ministra e, per conoscenza, a tutte le Organizzazioni interessate alla vicenda Sant’Anna di Stazzema, in cui comunicavo che l’Associazione si sarebbe dissociata dall’iniziativa non essendo riuscita a ottenere nemmeno un incontro con la Ministra. Questo ha provocato attenzione e un atteggiamento completamente diverso. E da lì è nata la sottoscrizione, del “Protocollo di intesa” dopo mesi di attesa, con tanto di lampi di un fotografo.

Il che vuol dire due cose. Primo: bisogna farsi rispettare, e lo facciamo molto spesso. Secondo: il risultato ottenuto ora va tradotto sul campo, concretamente, perché non è stato raggiunto tra inni e bandiere, ma con tanta fatica e difficoltà. Adesso deve diventare operativo, dobbiamo farlo diventare una attività operante per dare all’ANPI una visibilità – nella scuola, tra i ragazzi, con gli insegnanti – che non avrebbe avuto mai e non potrà mai avere, finché gli incontri nelle scuole, pur tantissimi, sono estemporanei, occasionali, dovuti al professore amico, al preside interessato o a un collegio di genitori che insiste.

Si potrebbe continuare, forse alcune cose le esaltiamo troppo poco. Avete riflettuto seriamente sul fatto di aver ottenuto – non dico il governo italiano, ma l’ANPI, insieme all’INSMLI, grazie a una serie di contatti con i Ministeri degli Esteri italiano e tedesco – che si facesse l’Atlante delle stragi nazifasciste in Italia? Una ricerca cui stanno lavorando, assiduamente, diversi ricercatori e che sarà completato entro alcuni mesi, finanziata dalla Germania: i tedeschi che sovvenzionano una ricerca patrocinata da ANPI e INSMLI, non è cosa da poco, se si considera che fino a poco tempo fa, in Germania, non si voleva sentir parlare dei Partigiani. Se si ottengono finanziamenti per “l’Atlante delle stragi” vuol dire avere acquisito, anche in questo caso, visibilità e autorevolezza. Non lo dico per vantare dei risultati, ma per indicare una strada. Ci possono essere mille occasioni per farci valere, a Roma e in “periferia”. La visibilità si acquista, prima di tutto, con le iniziative. Attenzione, non equivochiamo, sto parlando di quella visibilità che io chiamo “buona”, perché la visibilità di stampo berlusconiano, a tutti i costi, che qualche volta – ammettiamolo – alberga anche nell’animo o negli intenti di alcuni di noi, quella, non ci interessa. Anzi, non ci serve. A noi serve un vero protagonismo, nell’interesse dell’ANPI, non per lanciarsi in chissà quali avventure, magari fuori dall’Associazione, nella politica o altrove.

Cito l’ultimo esempio sul tema, perché non se ne è ancora parlato. Stiamo per sottoscrivere un’altra convenzione, pronta e all’esame del Consiglio di Amministrazione dell’INSMLI, l’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione, che coordina una serie di istituti storici a livello periferico, sul territorio. Si tratta di una convenzione per un lavoro di ricerca storiografica e di arricchimento e coordinamento degli archivi sulla storia della Resistenza. A cominciare, magari, da quello dell’ANPI, che ne ha bisogno. Se la tradurremmo in termini concreti – e stavolta non ci sono un problemi perché l’iniziativa è partita da entrambe le parti, in pieno accordo – essa offrirà una nuova possibilità per la formazione e lo sviluppo. Ne dobbiamo tener conto perché riguarda il nostro futuro ed è un’operazione che merita di essere sottolineata e sviluppata.

Sul nostro futuro. Siamo tutti d’accordo che dobbiamo occuparcene e preoccuparcene. Moltissime voci hanno riconosciuto che il futuro è già qui; in numero minore sono state le proposte su come affrontarlo, soprattutto quelle nuove. Non mi stupisce e non mi demoralizza. Qualcuno ha commentato che non sarebbe uscito di nuovo. Ma non era successo neppure al Comitato Nazionale. Ci troviamo a esplorare un terreno per la prima volta – il nostro futuro – ed è normale procedere un passo alla volta, per gradi. Ma dobbiamo riuscire a farlo con una certa celerità, non abbiamo una vita davanti, abbiamo poco tempo, ma è naturale che – in questa fase – non ci sia una riunione dalla quale escano tre idee-guida che risolvono tutto. Da qui sono usciti molteplici spunti, come nei Comitati Nazionali del 25 giugno e del 15 ottobre. Non so se siano proposte del tutto nuove, ma ci stiamo lavorando, per affinarle. Fatelo anche voi. Questo nostro futuro non può essere individuato soltanto negli organismi a livello nazionale – il Consiglio o il Comitato Nazionale – deve essere il frutto di un’elaborazione collettiva, portata avanti da tutti, da applicare, ricercando, inventando i modi migliori, ognuno con la propria esperienza. Tante delle idee che ho sentito e di cui ho rigorosamente preso nota, meritano di essere sviluppate. Qualcuno ha chiesto conferma della distribuzione della Relazione per farne materia di riflessione successiva. Assicuro che stiamo registrando tutto e, come l’anno scorso, Relazione e Conclusioni saranno trasmesse a tutti perché il dialogo continui in tutte le sedi, così come nell’Organismo nazionale. Senza inventare nuove strutture, perché quelle che abbiamo mi pare siano fruttuose; se ci riuniamo e ci sono 49 interventi significa che abbiamo fornito e trovato tanti spunti di riflessione comuni, a partire dall’idea che il futuro è già qui. E ne voglio aggiungere un’altra sulla quale mi pare serva chiarezza. Ogni tanto, qua e là, sento sussurrare una idea, non sempre proprio dichiarata apertamente, del tipo che, se finiscono i Partigiani e i Combattenti per la libertà, comincia la nuova Resistenza. No, cari compagni e compagni, non finisce e non comincia niente. La Resistenza è quella che è, e tale è destinata a rimanere, per sempre. Insisto sull’argomento perché uno dei nostri gruppi più vivaci, mi ha dato, tempo fa, del fascista, per aver espresso quel concetto. Starei un pochino più attento a questi termini: “la nuova Resistenza”, i “nuovi Partigiani”. Che significa, che bisogno c’è? Già introdurre la parola “nuova” significa creare una distinzione rispetto al passato. La Resistenza è un momento fondamentale della storia del nostro Paese, dobbiamo valorizzarla e farla conoscere il più possibile. Questa è la “Resistenza” da compiere contro chi vorrebbe annebbiarla, rivederla, negarla. Ma è sempre la stessa Resistenza, che noi difendiamo e facciamo conoscere. Se dobbiamo fare altre cose, chiamiamole col loro nome: impegno antifascista, impegno per la democrazia, impegno per la Costituzione. Ma questo uso troppo frequente di alcune parole ( Resistenza, partigiani, etc.) alla fine diventa un modo per svilire la Resistenza storica, quella che è nei nostri cuori. E lì deve restare, deve restare nella storia d’Italia, deve diventare memoria condivisa del nostro Paese. Questo è l‘impegno che dobbiamo assumere. Perché non esiste comunità che possa andare avanti, se su alcuni punti della sua storia non trova, finalmente, prima un giudizio collettivo e poi un giudizio condiviso. Siamo ancora molto lontani da quello condiviso, dovremmo cercare di arrivare almeno a una memoria collettiva.

Non andiamo a cercare chissà cosa ricorrendo ad altre fraseologie, ma teniamo presente che forse occorre un impegno maggiore su orizzonti nuovi. La memoria “attiva” e la difesa della Costituzione – e va bene –l’impegno per l’attuazione piena della Carta e dei suoi valori – e va ancora meglio – ma occorre anche più di questo. Uno dei nostri compiti fondamentali, da portare avanti con forza, è occuparci a fondo dei diritti. È una delle frontiere sulle quali il futuro ci aspetta. Non è una novità, sta scritto anche nel Documento congressuale di tre anni fa: occuparci di più dei diritti. E ricordo che mi sono battuto nella Commissione politica, perché si parlasse anche dei “diritti umani” e il testo fu approvato all’unanimità.

Ciò vuol dire un’impostazione più ampia della nostra tradizionale. I “diritti umani” sono materia più ostica e più difficile da maneggiare, in qualche modo. Soprattutto, si tratta di una linea più difficile da attuare, perché tanti diritti premono e non possiamo inseguirli tutti. Ma almeno deve essere presente la consapevolezza che la titolarità di questi diritti spetta a ciascuno di noi ed essi devono essere rispettati nel nostro Paese. Questa direzione, appunto, è indicata dalla sentenza, che ho prima ricordato, della Corte Costituzionale, secondo la quale di fronte ai diritti umani, perfino la sovranità degli Stati deve cedere il passo.

È un tema che ci impone un nuovo protagonismo: occupiamoci allora delle cose che sappiamo e, in più, dei nuovi diritti. Ma facciamolo bene, sia ben chiaro, non correndo dietro a tutte le richieste. L’esercizio effettivo dei diritti deve essere proclamato e sostenuto come qualcosa che spetta a tutti. Cosa diversa è dire che la Sezione ANPI accorre a qualsiasi sfratto o alle occupazioni delle case. Non è questo. I diritti li esercita chi li ha, noi dobbiamo sostenerli: il nostro protagonismo deve essere nel riconoscerli e nell’affermarli, non nell’inseguirli, tutti, singolarmente, altrimenti ci moriremmo dentro. E ci divideremmo, perché a volte i diritti umani pongono problemi piuttosto complessi.

Con il futuro che incalza, molti hanno detto che questo insieme di impegni non dobbiamo affrontarli da soli. Giusto. E stiamo cercando di non essere soli nelle battaglie. Va detto, francamente, che non sempre è facile, perché il problema della visibilità – non sempre quella “buona” – ce l’hanno anche gli altri. Siamo molto amici di alcune Associazioni che però, alla loro immagine, appunto, tengono molto.

Proprio sui temi delle Riforme costituzionali e della politica, ho chiesto recentemente un incontro ai principali responsabili delle altre Associazioni di solito in campo su questa materia: “Salviamo la Costituzione”, “Libertà e Giustizia”, “la Rete” e altre. Una riunione che si è tenuta fuori dalla luce dei riflettori, proprio per non favorire protagonismi ed è stata un’occasione per scambiarci le idee su come proseguire le nostre campagne. Abbiamo concordato su un’idea: fare meno manifestazioni e più incontri, colloqui, confronti; dedicare un maggior lavoro alla rigenerazione della politica, perché è da quella che dipendono molte cose, comprese le riforme. Lo considero uno sviluppo positivo, perché ognuno ha rinunciato alla propria visibilità e al proprio interesse, per scambiare finalmente delle idee. Chi ha promosso l’incontro, chi non l’ha promosso, non importa. Cosa divertente: ci siamo ritrovati a Firenze, a metà strada per tutti, in un giorno di tempesta, con una delle solite “bombe” d’acqua e la casa dove eravamo ospitati era praticamente allagata: si sono visti illustri professori e personalità del mondo culturale asciugare l’acqua per terra con stracci e asciugamani! E’ diventato e così spero sia in futuro, un momento di fratellanza e di ragionamenti seri. Bisognerà andare ancora avanti per compiere un cammino comune, pur sapendo che esistono alcuni esclusivismi da parte di altri e che qualche volta dobbiamo essere noi i protagonisti.

Come all’Eliseo. Quella manifestazione l’abbiamo organizzata noi e gli altri sono intervenuti. C’era anche Stefano Rodotà, a nome di “Libertà e Giustizia”: una presenza importante, perché con loro c’era stato un momento di frattura nei mesi precedenti. Non è mancata, all’ANPI, una discussione di quelle superflue che capitano ogni tanto, su qualche relatore che si era spinto troppo in là. Come se negli incontri in cui si invitano tante persone si potessero mettere dei paletti su chi parla e cosa dice. La manifestazione, in quel caso, resta una manifestazione dell’ANPI. In altre circostanze cediamo il privilegio dell’organizzazione ad altri e partecipiamo.

Per il 25 novembre, ad esempio, la Corte di Cassazione, l’Ordine degli avvocati di Roma e l’ANPPIA terranno un Convegno, utile e interessante, sul “Tribunale Speciale del fascismo per la Difesa dello Stato”, e sono stato invitato a svolgere una relazione. Andrò per parlare, come Presidente dell’ANPI, sul tema della “leggenda del fascismo mite”. Mi pare un tema interessante ed è importante la nostra presenza. Se in questa occasione avranno più visibilità altri perché sono gli organizzatori del Convegno non importa. Questa è la strada da seguire per stare insieme, con la sola raccomandazione di stare attenti alle discutibili compagnie. Ci sono spinte e controspinte, specialmente in materia di antifascismo, sulle quali dobbiamo evitare confusioni. Un paio di volte è capitato anche nella civile Milano, dove pure c’è un’ANPI attenta, che alcune Sezioni andassero per conto proprio, a fare inedite alleanze o a prendere posizioni che l’ANPI provinciale considerava pericolose. Questo va bandito, perché devono esserci delle regole: se il Comitato provinciale decide una linea, quella è, e le Sezioni non possono fare ciò che vogliono, altrimenti sarebbe l’anarchia. Semmai, se questo rivela un dissenso su questioni importanti, affrontiamolo politicamente, cercando di chiarirci le idee, tutti insieme. Ma soprattutto, cerchiamo di assumere noi per primi le iniziative necessarie, se non vogliamo più trovarci al rimorchio di altri e finire per dividerci al nostro interno. Insomma, cerchiamo di non perdere noi il contatto con la realtà, e – possibilmente – con le altre Associazioni, ma sempre garantendo la nostra identità e il nostro protagonismo e non facendoci mai trascinare in avventure, su terreni non condivisi.

Un tema forte e trattato da molti ha riguardato i giovani. Non sempre li capiamo e troppo spesso ne parliamo come di esseri misteriosi, esprimendo giudizi generici e non sempre positivi. Sento dire che i giovani sono indifferenti. Non è vero: ci sono gli indifferenti e ci sono i ragazzi che vanno a spalare il fango a Genova. Esistono tantissimi giovani volontari impegnati in molti ambiti. Alcuni vengono con curiosità da noi, qualche volta li deludiamo. Prima cosa, cerchiamo di capirli, seconda cosa, non impartiamo mai lezioni. Non serve, nemmeno con i nostri figli. Dai dieci anni di età in poi, si capisce che le lezioni sono inutili e servono i comportamenti, semmai, ad insegnare qualcosa.

E, soprattutto, coinvolgiamoli. In alcune scuole un paio di insegnanti hanno messo in scena uno spettacolo teatrale su un tema importante: i 15 Martiri di Piazzale Loreto. A Milano, molti non sanno perché Mussolini è stato appeso proprio lì, non sanno che in quel luogo quindici uomini – partigiani e non – sono stati fucilati e lasciati esposti al sole e alle mosche per due giorni interi. Cinquanta ragazzi di cinque scuole di Milano e provincia sono diventati protagonisti: sono andati a studiare l’episodio e persino il processo contro il capitano delle SS Theodor Saeveche, responsabile di quella tragedia. Questo è un bel modo di coinvolgere i giovani e sarebbe un esempio da seguire, anche se purtroppo, spesso mancano i fondi. Sono state fatte delle riprese dello spettacolo, ma mancano i mezzi economici per produrre un DVD da diffondere.

Uno dei progetti, cui si sta lavorando con il Ministero dell’Istruzione, è quello relativo al 70° per coinvolgere tutte le scuole e arrivare a una premiazione in occasione del 25 aprile. Si pensa di coinvolgere gli studenti con l’utilizzo dei mezzi più moderni, partendo magari dal logo ideale che immaginerebbero per contraddistinguere il 70° della Resistenza. Questo li porterebbe a studiare e a occuparsi di quel periodo storico, in piena autonomia.

Dobbiamo coinvolgere i giovani anche osando qualche inserimento negli organismi dirigenti e, soprattutto – su questo punto vorrei soffermarmi – fornendo loro chiare idealità, facilmente recepibili. Guardiamo a “Libera”, fra tutte le associazioni italiane quella che riscuote più interesse ed entusiasmo da parte dei giovani. Perché? Perché si basa su due parole d’ordine: lotta contro la mafia e lotta per la legalità. Ed è riuscita a farle sentire come materia propria da migliaia di ragazze e ragazzi che la seguono. Noi dobbiamo fare in modo che le nostre parole acquistino il valore di un’idealità attuale e praticabile. Questo è ciò che serve per realizzare il futuro. Anche se abbiamo giovani iscritti all’ANPI e a noi vicini, però l’operazione complessiva di fornire nuova idealità per cui valga la pena di impegnarsi e battersi, e crederci, non sempre è riuscita. Gli “angeli del fango” non sono stati una novità: ci ricordiamo tutti che per l’alluvione di Firenze, nel ’66, accorsero giovani da tutta Italia per spalare, liberare Firenze dall’acqua, salvare gli Uffizi, le opere d’arte, i libri. Il sentimento c’è, bisogna saperlo estrarre. Per questi ragazzi non c’è più il libretto di Mao, non esistono più i grandi valori di una volta.

Noi i valori li abbiamo, facciamoli sentire come idealità per le quali vale la pena di combattere. Questo è l’obiettivo da perseguire. Non facendo concorrenza agli altri, ovviamente, ma introducendo nuovi temi. Per questo insisto sui diritti. Può essere un tema fondamentale, se non consiste solo nell’illustrare l’esistenza dei diritti – scusate il bisticcio di parole – a cui abbiamo diritto, ma nello spiegare che i diritti devono poter essere esercitati. Ecco il punto. Sulla carta, di diritti ce ne sono mille, ma esercitabili nella realtà, molti meno. E su questo punto si può creare forte idealità.

L’altro tema è la Pace, è stato detto da molti e concordo pienamente. Anche un giovane distratto, se la guerra è alle porte, potenzialmente reagisce; dobbiamo riuscire a far toccare con mano cosa ha significato la guerra “rapida” Israele-Palestina per la città di Gaza; è stato un massacro, una strage. Bisogna lavorare non solo sull’idea dei due Stati, ma anche sulla risoluzione pacifica dei conflitti, come dice, appunto, l’articolo 11 della Costituzione. Ci sono tante guerre, tante violenze, nel mondo. Se riuscissimo a far capire quanto esse sono vicine, quanto ci riguardano direttamente, forse otterremmo un impegno più diffuso in favore della pace.

L’antifascismo: continuiamo a farne un tema di fondo delle nostre iniziative, mettiamolo ancora una volta tra i temi principali e le priorità. Perché per noi antifascismo e democrazia sono due termini talmente vicini da coincidere. Abbiamo fatto di tutto per coinvolgere le istituzioni in questa battaglia, ma non ci siamo riusciti. Ricordo ancora la nostra iniziativa, con questa finalità, a Roma, il 30 marzo: abbiamo invitato tutti, dai parlamentari, ai membri del Governo, ai Segretari di partito. Ne sono venuti due, due parlamentari del PD, hanno parlato, ma erano solo due. Questo è il quadro. Se la parola “antifascismo” è sparita, purtroppo, non solo dalle istituzioni ma anche dai partiti, che non la inseriscono più nei loro programmi elettorali, nella loro azione, allora bisogna aggirare l’ostacolo. Uno degli strumenti è il rapporto con i vostri parlamentari. Da ogni parte, in ogni luogo bisognerebbe fare un lavoro intenso, in questa direzione. Anche se succede un piccolo fatto e si ottiene che un parlamentare ne capisca la rilevanza e faccia un’interpellanza, è importante. Magari il Governo risponderà male o sommariamente, però sarà stato un modo per far arrivare quella vicenda in Parlamento. E avrete avuto un contatto con i parlamentari.

Se l’Associazione Nazionale Comuni Italiani – ci siamo rivolti anche all’ANCI in occasione del Convegno all’Eliseo, ma il suo Presidente non poteva venire a Roma – non ci segue, rivolgiamoci direttamente ai sindaci. Anche a quelli democratici che dovrebbero esserci più vicini. Cerchiamo di ottenere che ogni tanto dicano di essere antifascisti e che non gradiscono la presenza nelle piazze dei fascisti e dei nazisti. Questo conta, crea un’opinione diffusa. E poi facciamo valere tutte le cose che ha detto l’amico di Imperia, citando le sentenze della Cassazione. Stiamo preparando un opuscoletto con gli atti del Convegno di Roma e alcune indicazioni pratiche per rivolgersi alle Procure. Allegheremo per esteso due sentenze importanti della Corte di Cassazione che, partendo da due punti di vista diversi (la legge Scelba del ’52 e la legge Mancino del ’93), dicono entrambe che il saluto romano è un reato. Ebbene, usiamole per andare dai Prefetti e dai Questori. Quando vi diranno che non c’è una legge che consenta di vietare le manifestazioni fasciste, rispondete che la Cassazione, massimo organismo giurisdizionale del Paese, questa legge l’ha trovata. E se insiste, rivolgetevi al parlamentare più vicino e chiedete di fare un’interpellanza contro il Prefetto: “Per una volta ‘impegnati’ e attacca il tuo Prefetto che si rifiuta di fare una cosa che la Cassazione, invece, considera pacifica”.

Sono assolutamente contrario, come è stato proposto, ad accettare l’idea che il 25 aprile – Festa nazionale – non si festeggi il 25 aprile. Per molte ragioni. Una è storica: il 25 aprile è la Festa nazionale, non si sposta. L’anno scorso, a Verona, avevano promosso per quel giorno una manifestazione per la Pace e abbiamo risposto: “Avete a disposizione 364 giorni all’anno, perché dovete farla proprio il 25 aprile?”. È Festa nazionale per legge, è il nostro 14 luglio, se volete. E le feste nazionali, sono momenti di condivisione di memoria collettiva, consacrata per legge e non si spostano.

Di più. Non è vero che per fare la manifestazione nazionale si riducono le possibilità delle celebrazioni locali. Prima di tutto perché quella nazionale si fa di pomeriggio e – questo vale almeno per tutta l’Italia centrale – si possono benissimo fare manifestazioni locali al mattino. Io stesso negli anni passati ho celebrato il 25 aprile in qualche località, poi, rapidamente, con una macchina sono arrivato a Milano e ho parlato il pomeriggio in Piazza del Duomo. Si può fare. E lo avete anche fatto. Nel 1994, in quella terribile giornata di pioggia, quando bisognava manifestare più di sempre, non si è posto il problema di spostarla al giorno dopo. E così si è fatto in tutti questi anni; facendo feste locali, anche in giorni diversi e il 25 aprile a Milano. Semmai – fatemi dire – se c’è qualcosa da spostare al giorno dopo sono le feste locali, non la Festa nazionale.

Su questo aggiungo un ultimo argomento. Abbiamo accennato all’intenzione del Governo di organizzare qualche cosa per il prossimo 25 aprile. Non sono voci che corrono, ma qualcosa di tangibile. Dalla cifra stanziata nel concorso per i contributi su ricerche e progetti per il 70°, il Governo ha chiesto lo stralcio di un milione di Euro per iniziative relative al 25 aprile. Quindi, è molto più di un intento. E noi diciamo “benissimo” a un Governo che consideri il 25 aprile Festa nazionale, naturalmente, a una condizione, che non incida sulla nostra festa tradizionale. Non è pensabile. Se noi abbiamo la manifestazione del 25 aprile, consolidata, nazionale, da anni, a Milano, città Medaglia d’Oro della Resistenza, non c’è dubbio che saranno altri a doversi adeguare; non possiamo pensare di spostare la nostra festa, proprio il 25 aprile. Del resto, tre anni fa abbiamo conciliato la festa con la venuta del Presidente della Repubblica, in un momento in cui la piazza era un po’ ribollente per vari motivi e non si voleva esporre il Presidente Napolitano a rischi di disturbi. Ebbene abbiamo programmato una manifestazione il 24 pomeriggio, alla Scala, autorevolissima, con un grande discorso del Presidente e la presenza, obbligatoria perché c’era il Capo dello Stato, di tutto il Governo e di gran parte del Parlamento. Il giorno dopo abbiamo tenuto la nostra grande manifestazione senza problemi. Si può conciliare tutto, tenendo ferma la nostra tradizione e la nostra Festa. Già non è stata cosa semplice ottenere in questa Italia che quella giornata fosse dichiarata Festa nazionale, quindi non tocchiamola e facciamo in modo di conciliare tutto: Festa nazionale, feste provinciali e del Governo.

Siete intervenuti in 49 e non posso dare una risposta a tutti, ma almeno sui punti generali bisogna soffermarsi, per andar via con qualche convincimento in più. Si è parlato poco di tesseramento. Parliamone, perché il tesseramento è politica, non una questione burocratica. È la nostra vita. Comunico intanto la decisione della Segreteria Nazionale di fissare la Giornata del tesseramento, come ogni anno, a fine novembre, nell’ultima domenica del mese, cioè il giorno 30. Siete tutti impegnati fin da ora e sono impegnati tutti i nostri organismi. La chiamiamo “Giornata del tesseramento”, dovremmo chiamarla “Giornata del proselitismo”: l’occasione cioè nella quale cerchiamo di incontrare e di parlare con tanti cittadini, montiamo gazebo, rispondiamo alle domande, forniamo materiale. Se facciamo più tessere e – consentitemi – se le manteniamo dopo, tanto meglio. Ma il punto fondamentale della “Giornata” è la grande campagna sui nostri temi. Quest’anno non può che essere basata sulle parole d’ordine della rigenerazione e rinnovamento della politica, delle riforme costituzionali, secondo lo spirito della Costituzione, dell’emergenza sociale e dei compiti che attendono il Paese, di fronte alle chiare indicazioni costituzionali, dall’articolo 1 in avanti. Democrazia vuol dire rafforzare il Parlamento, non il Governo. Vuol dire non svuotare la rappresentanza dei cittadini, ma dar loro la parola il più possibile. Partecipazione e democrazia: intorno a questo deve ruotare la “Giornata” del 30 novembre. Forse farà freddo, ma dobbiamo esserci ugualmente. Se vogliamo chiamarci “i nuovi Partigiani”, facciamo come i Partigiani di allora, che del freddo non avevano paura, anche perché non avevano rimedio. Lo dovevano prendere, il freddo quando non c’era riparo. Quali che siano le previsioni meteorologiche, quali che siano le evenienze, il 30 novembre siamo tutti impegnati nella Giornata del tesseramento. Distribuiremo materiale per farci conoscere e per rappresentare le nostre posizioni in questo particolare momento del Paese. Un primo, grande appuntamento, nell’impegno a fare del futuro il nostro presente, e viceversa. Poche parole ancora per quanto riguarda il MIUR. A ragion veduta ho raccontato com’è nato questo accordo, perché non voglio fomentare troppe illusioni. Il “Protocollo” vivrà in quanto riusciremo a portarlo avanti. A cominciare dal vertice. E disperdo subito un equivoco. Qualcuno ha chiesto i nomi dei tre incaricati. Non c’è nessun problema a dire chi sono. Ma si tratta di un Comitato tecnico, con il compito di attuare le decisioni assunte concordemente con il Ministero. I vostri punti di riferimento non sono quei tre, rappresenti dell’ANPI che sommergereste di richieste, bensì la Segreteria Nazionale e i vostri Comitati provinciali. In ciascuno di questi organismi dovete far vivere il “Protocollo” che avete a disposizione. Una volta capite le finalità, i contenuti e gli obiettivi, fatelo valere. Provvederemo a informarvi su tutto, man mano che saranno compiuti passi in avanti, anche sulla composizione degli organismi. Per inciso, dateci fiducia che, se andiamo a nominare tre persone, le sceglieremo tra quelle che pensiamo idonee a quel lavoro, senza chiedere il consenso di nessun Presidente, anche perché non è una rappresentanza locale. La questione è che devono essere persone che sappiano sostenere al Ministero, con altri tre che sanno tutto sulla scuola, il nostro modo di insegnare il civismo e la storia della Resistenza. Questo è tutto. Non abbiamo chiesto permessi e non ne chiederemo, almeno per queste cose, perché si tratta soltanto di una valutazione in ordine alla importanza della cosa da affrontare. Il “Protocollo” è importantissimo e va fatto vivere: a Roma, in tutte le città, in qualunque sede. Sta a tutti noi farlo diventare veramente uno strumento per il nostro futuro.

Qualche parola per il dissenso manifestato da un compagno sul nostro comunicato per la manifestazione della CGIL. L’ho trovato davvero singolare, perché credo che ognuno di voi sappia leggere. La lettura di quel documento è inequivocabile, se non ci si vuole impiccare alle parole, se non si è stabilito in partenza che bisogna utilizzare il termine “aderire”. Quando si è scritto che “condividiamo gli scopi e gli obiettivi”, che quei princìpi vanno affermati sempre e comunque perché sono princìpi costituzionali, quando si è concluso che “ci auguriamo il massimo successo di questa manifestazione”, vivaddio, chi sa leggere senza preconcetti ha capito che siamo lì. L’ANPI condivide, partecipa, fa altre cose, ma lascia che ognuno faccia il suo compito. Neppure alla CGIL è passato nemmeno per la testa, non dico di chiederci l’adesione, ma di aspettarsela. La CGIL, all’ultimo suo Congresso di Rimini, quest’anno, ha invitato un solo esterno a partecipare alla discussione. Uno solo ed era il Presidente Nazionale dell’ANPI. A quell’importante Congresso, in cui si discuteva, sono andato – le cronache lo registrano – applauditissimo, condivisissimo, a portare la voce dell’ANPI sottolineando quali fossero i problemi delle riforme, della democrazia, di fronte ai quali il Sindacato non può restare assente. Questi sono i nostri rapporti. E non ci è interessato se alla manifestazione dell’Eliseo la CGIL abbia “aderito” o no; non ha pronunciato la parola “aderire”, ha semplicemente mandato la sua delegazione e per noi bastava. Talvolta tra organizzazioni che si comprendono basta una telefonata e basta un comunicato – per chi vuole leggerlo come deve essere letto – con il suo significato di piena condivisione e piena soddisfazione per il successo. Oltretutto avevo scritto sulla Newsletter – ma evidentemente non tutti la leggono – che “il cuore del Presidente batte là, ovunque si parli del lavoro e dei problemi del lavoro”. Se non basta e ci si attacca alle parole, mi dispiace. Condivido quanto è stato detto sul fatto che l’ANPI non deve essere “tuttologa”. E condivido in pieno l’idea che bisogna avere una marcia in più per le questioni internazionali, molto difficili e complesse. Non sempre è facile dire una parola precisa, senza che insorgano obiezioni da una parte o dall’altra.

Una fotografia apparsa nei primi momenti della vicenda Ucraina su Patria indipendente ha provocato una mezza tempesta. Involontaria. Ma la foto è apparsa un mese dopo, mentre la situazione si era evoluta in maniera diversa. La situazione internazionale è complessa e non è facile esprimersi. Alcuni compagni sono molto rapidi nei giudizi: “Ha ragione Putin”, oppure “Gli ucraini sono tutti fascisti e nazisti”. L’ANPI non può permetterselo, deve avere una posizione che riconosca il diritto all’autonomia, all’indipendenza e alla libertà dei popoli. No al nazismo e No anche alle smanie espansionistiche, se ci sono, da qualunque parte provengano. Quando il Papa ha invitato a Roma Abu Mazen e Shimon Peres, e tanti altri, chiedendo di pregare insieme per la Pace, ricordo di aver scritto del coraggio del Pontefice di riunire in preghiera persone che si stavano sparando l’una contro l’altra. Lo ritenevo un buon segno e avevo detto che dubitavo che sarebbe stato raccolto. Infatti poco dopo Benjamin Netanyahu ha risposto nel modo che sapete. Era comunque un fatto importante. Ebbene ho trovato subito un lettore che mi ha contestato: chiedendomi se ricordassi cosa avevano fatto i Papi durante il fascismo. Ecco, non devono essere queste le nostre reazioni; se un Papa fa un gesto importante, noi lo sottolineiamo e lo dobbiamo sottolineare.

Quella di fare uno sforzo per trovare posizioni chiare sulle situazioni internazionali, senza però entrare nel merito di questioni troppo complicate, è un’indicazione che penso di raccogliere. È un dovere e faremo il possibile. Del resto quando abbiamo aderito –dopo qualche tempo- alla Federazione Internazionale dei Resistenti (FIR), che intanto era diventata anche “e degli Antifascisti” – lo abbiamo fatto, perché riteniamo utile l’idea che si crei davvero questo raccordo, non solo tra i veterani, come dicono in altri Paesi, e gli antifascisti, ma fra tutti coloro che si riconoscono nell’idea di democrazia. Tanto più in un’Europa con tanti segnali di guerra, di autoritarismi crescenti, di spostamenti a destra, una destra non soltanto conservatrice, ma “nera”. È importante esista questa organizzazione internazionale e noi vogliamo valorizzarle e rafforzarla sempre di più. Ha fatto bene il compagno di Gorizia a ricordare l’incontro che facemmo con gli slavi e con altri, proprio su questo tema: accoglieremo questa indicazione e faremo di più.

Non credo, invece, occorra raccogliere quella di fare di più per i Coordinatori regionali. Se ne parlerà, semmai, nel Congresso. Credo molto nei Coordinatori regionali e li abbiamo riuniti recentemente proprio per fare un quadro della situazione. E lo faremo più spesso, per raccogliere le loro esperienze; ma non abbiamo motivo di creare altri organismi e andare al di là di quello che ha stabilito l’ultimo Congresso. È importante però che il Coordinamento – inteso nel senso letterale della parola – sia efficiente e in grado di intervenire là dove c’è bisogno di coordinare e là dove c’è bisogno di esercitare una funzione di stimolo, senza invadenze. Questo è il compito dei Coordinatori, importante e crediamo debba essere portato avanti.

Sul Coordinamento Donne ANPI. Lo ha già detto Marisa Ombra e lo voglio ribadire: credo fermamente nel Coordinamento femminile. Qualcuno ha obiettato che allora dovremmo fare anche il Coordinamento dei giovani. Le donne hanno una specificità di temi nei quali è giusto abbiano una loro “autonomia” – sottolineo – relativa, nel senso che non abbiamo fatto del Coordinamento un organismo autonomo rispetto all’ANPI, che possa fare quello che vuole. Ha sue rappresentanze anche nella Segreteria e ad ogni sua iniziativa vede sempre la partecipazione del Presidente Nazionale. E questo non perché ce ne sia bisogno, ma per sottolineare, con la sua presenza, che quella iniziativa è un’iniziativa nostra, dell’ANPI, di tutti, senza distinzioni. Se cerchiamo di valorizzare il passato, lo facciamo in funzione del presente; se ci interessa ricostruire il cammino di evoluzione delle donne, è perché questo serve sia per comprendere il contributo delle Partigiane, delle Resistenti, delle donne nella Ricostruzione, ma anche per capire se i problemi di allora oggi sono giunti a un approdo, oppure se c’è bisogno ancora di un rilancio, di uno sviluppo. Per questo il Coordinamento donne ANPI, e lo raccomando a tutti gli organismi provinciali, deve essere sostenuto e appoggiato in ogni forma, lasciando autonomia, senza interferenze, facendo in modo che ogni iniziativa sia di tutti e, soprattutto, frequentata da tutti, senza che gli uomini la ritengano una problematica riguardante solo le donne. L’altra metà del cielo – a dir poco, se non l’hanno già superata – coinvolge anche noi, bisogna valorizzarla perché è la nostra vita. Non è la loro vita, è la nostra! E purtroppo i fatti positivi e, ancor peggio, i fatti tragici dimostrano che siamo ancora troppo lontani dagli obiettivi che vorremmo perseguiti in un Paese civile.

Ho accennato prima a due interventi dissenzienti e li ho lasciati alla fine. Si tratta di due interventi dissenzienti non sulla linea, ma su questioni che mi hanno colpito non poco. Uno perché, in un dibattito alto, che tentava di aprire nuove strade, ha sentito il bisogno di riportare alla ribalta una vicenda che ha diviso, su opinioni diverse, riparlando di un Convegno a Cadoneghe e di un titolo imprudente – lo abbiamo riconosciuto in una riunione regionale in Veneto, ma non era affatto sbagliato, secondo me – nel senso che si calava in un ambiente non disposto a recepirlo. Continuare a insistere sul fatto che “quel titolo significava mettere fascisti, Partigiani, comunisti tutti allo stesso livello” è un non senso, soprattutto in un dibattito di grande respiro come questo. E non mi è parso accettabile che questa fosse l’occasione per attaccare frontalmente la compagna Floriana Pizzetto per la partecipazione a quell’iniziativa, in quanto Presidente della Commissione di Garanzia. No, questo non può essere consentito, la compagna Rizetto è una compagna, a pieno titolo, membro del Comitato Nazionale, che prima di tutto merita rispetto, che si è guadagnato sul campo lavorando intensamente, apprezzata dalla generalità di noi. Soprattutto non può attaccarla chi se l’è trovata di fronte proprio nella sua veste, imparziale, di Presidente della Commissione di Garanzia. Questo ha tanto il sapore di un piatto freddo di vendetta, servito qui. E ciò non è tipico dell’ANPI: noi non consumiamo vendette, e non le serviamo, né fredde, né calde. Ci rispettiamo tutti, fino all’ultimo compagno. E quell’affondo non l’ho digerito, anche perché lo avevo spiegato nella Relazione: sulla questione che ha suscitato discussioni e controversie, l’ANPI Nazionale si sente impegnata a fornire un chiarimento con un Seminario nazionale. Stiamo attendendo alla sua preparazione e lo faremo significativamente, spero, nel mese di febbraio, cioè nel mese della Giornata del ricordo. Stiamo cercando di riunire un gruppo di storici seri e non schierati, in grado di farci fare un passo avanti rispetto ai documenti che pure abbiamo, che i nostri compagni di Gorizia hanno prodotto, a suo tempo e che hanno presentato anche a quell’incontro in un libretto. Sono tutti tentativi di avvicinamento serio alla verità storica, con un’avvertenza in più. Se c’è un problema degli esuli istriani, drammatico, gravissimo per tantissimi di loro, è giusto lasciarlo in mano ai fascisti, o dobbiamo fare il possibile perché questo non avvenga? Poi verificheremo se le forme sono adeguate oppure no, ma dobbiamo adoperarci per evitare che se ne impossessino le destre, anche perché abbiamo riscontrato che nell’associazione che riunisce gli esuli ci sono anche alcuni iscritti all’ANPI. Dobbiamo cercare di combattere le tendenze fasciste che sono nell’Associazione, per non regalare ai fascisti tutto il dramma degli esuli istriani, sul quale dobbiamo fare luce con obiettività, per raggiungere certezze storiche, conoscendo le responsabilità di questo o di quello, di tutti, storicamente accertate. Questo è il compito che ci siamo proposti con quel Seminario. Se non basterà continueremo a perseguire l’obiettivo fino in fondo, col contributo determinante dei compagni di quelle aree che hanno studiato e conoscono il tema e ci aiuteranno a fare chiarezza in questo senso.

L’altro rilievo, francamente, è addirittura banale e mi spinge a raccontare l’antefatto. È stato detto qui, per concludere un intervento: “Il Presidente mi richiama e io vado avanti”, un uscita veramente sgradevole. Chi ha pronunciato quella frase, se aveva un’altra intenzione, farebbe bene a smentire questa interpretazione, che appare logica a chi parla l’italiano. È come dire, in parole meno garbate che il Presidente mi ha richiamato e io me ne infischio. Allora bisogna che ci intendiamo. Il Presidente di un Comitato provinciale ci chiede una deroga alle regole per la partecipazione a questa Assemblea. Non lo ha fatto solo lui ma anche altri, e cioè poter portare, oltre al Presidente, o persona designata, e al Segretario, come dice la regola stabilita dal Congresso, un’altra persona, a suo piacimento. È stato risposto di no e quello vale per tutti. Questo è un organismo statutario, non dimentichiamolo, non l’occasione per un happening o un incontro occasionale fra compagni e amici. È un incontro formale, nel quale non si vota ma si possono approvare documenti da mandare al Comitato Nazionale. E in cui si forma, consultivamente, in qualche modo, la volontà complessiva dell’Associazione. Allora partecipa al Consiglio chi ha diritto di partecipare. La risposta al rifiuto è stata: “Aderisco a un’altra morale che è la morale partigiana”. Il Presidente non richiama, non ho mai richiamato nessuno, diversi di voi avranno ricevuto mie lettere, sempre di chiarimento, di spiegazioni. La morale partigiana – cari compagni – non c’entra niente, c’entrano le regole. La risposta era stata: “Allora, obbedisco al Presidente Partigiano”. Per poi venire qui, davanti all’Assemblea e dire: “Il Presidente mi richiama (e non è vero) e io tiro avanti”. E anche questo non è consentito perché, come tutti, è obbligato a seguire delle regole.

Ho raccontato questa episodio, perché abbiamo parlato di regole; tutti devono convincersi che le regole esistono e sono la vita della nostra Associazione. Non si tratta di burocrazia. C’è qui un compagno che ha scritto un documento, recentemente, nel quale una frase conteneva, secondo me, un giudizio errato sulle nostre posizioni sulle riforme. Gli ho scritto una lettera amichevole, spiegando che il suo giudizio era sbagliato, perché il nostro atteggiamento è in linea con le nostre finalità, con lo Statuto. Questo compagno è intervenuto, anche molto bene, con mia piena approvazione, non ha accennato a quell’episodio, perché lo ha considerato un chiarimento tra lui e me. È venuto, ha parlato, non si è lamentato, come è giusto che avvenga in un’Associazione in cui ci si rispetta e dove il Presidente fa il possibile per non lasciare nulla di intentato, affinché ci sia chiarezza fra tutti. È questo il modo di stare nell’ANPI, ed è fondamentale, per il presente e per il nostro futuro.

Concludiamo questa giornata e mezza di impegno, appassionato e fervido. Vorrei ne uscissimo rinforzati. Non prendiamo decisioni, non abbiamo la competenza, non è questo l’organismo, ma abbiamo scambiato idee e il confronto delle idee fa fare sempre un passo in avanti. Dobbiamo, soprattutto, avere la convinzione che veniamo da lontano ma che intendiamo anche andare lontano, e possiamo andare tanto più lontano quanto più crediamo in noi stessi, nella nostra forza. La nostra forza è imponente, è la forza di decine di migliaia di iscritti, tutti volontari, che si adoperano non per il proprio interesse, o per futuri compensi, o per dei posti di potere, ma si adoperano per il bene dell’ANPI, ritenendolo, per una buona parte, coincidente col bene di tutti e col futuro nostro e del nostro Paese. Dobbiamo crederci, perché se noi crediamo in questa forza e ci impegniamo a farla valere, se ci impegniamo a portarla avanti, rinnovandoci continuamente, coinvolgendo sempre di più i cittadini e i giovani, allora non abbiamo paura del futuro.

Il futuro è fra noi. È un futuro possibile. Possediamo tutte le qualità per rendere il nostro contributo determinante per il futuro dell’ANPI e dell’Italia.

E che sia finalmente un futuro migliore.

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