La contrarietà dell’Anpi a “Italia America friendship festival”

no festival

Il Comune di Vicenza, del quale abbiamo apprezzato la reintroduzione della “clausola antifascista”, la recente riattivazione del Patto di fratellanza con la città di Betlemme firmato ad Assisi nel 2018 nonché l’approvazione di una mozione consiliare per il riconoscimento dello Stato di Palestina nonchè la riattivazione della Casa per la Pace, è promotore dell’ “Italia America Friendship Festival” previsto per il 12, 13 e 14 settembre 2025.

Tra i promotori figurano anche la National Italian AmericanFoundation (NIAF), l’U.S. Mission Italy cioè l’apparato diplomatico degli Stati Uniti in Italia (ambasciata e consolati) e l’Ente Vicentini nel mondo.

Iniziative analoghe, con la medesima denominazione, sono organizzate in altre località (Aviano in Italia e poi in Germania, Corea e Giappone), nelle quali sono dislocate basi militari statunitensi, a dimostrazione di come esse sono pensate e pianificate con finalità propagandistiche, di supporto culturale e ricerca di consenso al dispositivo bellico statunitense su scala globale.

Ci troviamo di fronte ad una proposta incomprensibile, inopportuna e sbagliata rispetto alla quale l’ANPI provinciale esprime la propria contrarietà.

Il Festival non può essere derubricato ad “iniziativa meramente culturale” quando in tutta evidenza è stato creato e programmato per celebrare i 70 anni della controversa presenza militare statunitense in città, a significare una contiguità geopolitica, una prossimità culturale e una affinità valoriale che una parte assai consistente di cittadini vicentini contesta o addirittura rigetta.

Avrebbe avuto più senso celebrare gli 80 anni della Liberazione, dato che la città è insignita di una medaglia d’oro al valor militare per il ruolo esercitato durante la Resistenza al nazifascismo, con la programmazione di un festival ricco di iniziative, innovativo nei contenuti, concordato con l’associazionismo antifascista e partigiano, rivolto prevalentemente alle giovani generazioni e magari gestito dal Comune tramite un assessore o consigliere comunale a ciò delegato, in luogo di una iniziativa a sostegno e legittimazione di quella che da molti è percepita come una occupazione militare di una potenza straniera.

Sono molte le motivazioni a sostegno di una valutazione negativa della decisione di programmare il Festival.

Noi sottolineamo tre aspetti.

  1. LA MILITARIZZAZIONE E LA VOCAZIONE ALLA PACE DI VICENZA
    La militarizzazione della città – intesa come moltiplicazione di dispositivi bellici, materiali, immateriali e di persone dedicate ad espletare funzioni militari – è inaccettabile.
    I partigiani furono costretti ad impiegare la violenza quale dura necessità al fine di eliminare il nazifascismo dalla società italiana e lottarono affinché la guerra fosse estirpata completamente dal
    mondo e bandita dal genere umano. Per questo l’ANPI ricorda la necessità che i conflitti siano risolti
    attraverso i percorsi diplomatici e le strategie negoziali e rammenta l’inderogabile vincolo costituzionale dell’art. 11 della Costituzione secondo il quale:
    “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
    Lo Statuto del Comune di Vicenza all’art. 2 stabilisce che:
    il Comune, in conformità ai principi costituzionali ed alle norme internazionali che riconoscono i diritti innati delle persone umane, sancisce il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e promuove la cooperazione fra i popoli, riconosce nella pace un diritto fondamentale della persona e dei popoli. A tal fine il Comune incoraggia la conoscenza reciproca dei popoli e delle rispettive culture e promuove una cultura della pace e dei diritti umani mediante iniziative culturali e di ricerca, di educazione e di informazione e con il sostegno alle associazioni, che promuovono la solidarietà con le persone e con le popolazioni più povere”.
    L’espansione della presenza militare in città produce effetti negativi sul piano concreto e pratico: consumo del territorio; impatto ambientale per emissioni, scarichi, rifiuti; consumo di risorse energetiche e materie prime; drenaggio di risorse economiche nella direzione degli apparati bellici; conseguenze sulla salute pubblica; effetti sulla congestione viabilistica; impatto urbanistico ed architettonico su una città UNESCO. Ma la militarizzazione soprattutto contraddice valori profondamente radicati nel popolo vicentino quali la solidarietà, il dialogo e la nonviolenza, con il rischio di normalizzare la guerra e concretizzare una pedagogia negativa, ingenerando nei giovani una sorta di consuetudine con la violenza bellica e la sua preparazione.
    La grande partecipazione al movimento “No Dal Molin” ha dimostrato come i vicentini abbiano saputo ribellarsi a decisioni sbagliate e imposte e siano riusciti ad attivare una mobilitazione popolare estremamente significativa nella direzione del primato della pace, del diritto di scelta e del rifiuto dell’arbitrio.
    Organizzare un festival che finisce per celebrare una ingombrante presenza militare in città collide con la vocazione alla pace di Vicenza e con i sentimenti dei cittadini vicentini. Ci riferiamo oltretutto ad uno Stato straniero che ubbidisce ai propri interessi di grande potenza imperiale sovente in dispregio dei diritti dei popoli, dei valori di uguaglianza, libertà e fraternità che fanno parte del patrimonio ideale dell’Europa dalla Rivoluzione francese in poi.
    I soldati statunitensi in città non si sono mai integrati nel tessuto vitale della comunità vicentina e sono sempre stati considerati e si sono posti come un corpo estraneo al pulsare della vita cittadina. La prevalenza assoluta dell’aspetto militare ha alterato le relazioni tra le due comunità impedendo l’attivazione di circuiti virtuosi di natura culturale e sociale. Per questo celebrare un’amicizia che non c’è sottende l’intendimento di occultare il carattere impositivo dell’allocazione delle basi statunitensi in città riconducibile ad un Trattato tra Italia e U.S.A. del 1954.
  2. IL GENOCIDIO A GAZA E IL SUPPORTO USA
    Nella striscia di Gaza si sta consumando un vero e proprio genocidio nel silenzio complice del mondo e nella sostanziale e colpevole passività dell’Unione Europea. La risposta dello Stato di Israele alle stragi terroristiche di Hamas del 7 ottobre si è sostanziata in un criminale progetto di annientamento del popolo palestinese di Gaza sottoposto ad una abietta politica di punizione collettiva concretizzata in immani e pianificate stragi di civili, in operazioni gigantesche di pulizia etnica, nell’utilizzo della fame come arma di guerra, nella distruzione di tutte le infrastrutture civili, nello sgretolamento dei2sistemi sanitari al fine di rendere inabitabile Gaza e costringere la sua popolazione ad andarsene. La moltiplicazione degli insediamenti coloniali, la dichiarata volontà di non consentire in via assoluta la creazione di uno Stato palestinese, l’irrigidimento dell’occupazione della Cisgiordania completano un quadro apocalittico in cui lo Stato israeliano dominato da forze e persone razziste e suprematiste persegue scientemente l’annichilimento dei palestinesi.
    Tutto ciò in palese violazione del diritto e della legalità internazionali.
    Questa immane tragedia umanitaria non sarebbe possibile senza l’attivo, coerente, permanente sostegno USA allo Stato d’Israele, un sostegno che è politico, diplomatico, militare, logistico, tecnologico, un sostegno peraltro rivendicato con convinzione e apertamente dal presidente Donald Trump.
    L’ANPI ha sempre e fin dall’inizio condannato nettamente e senza indugio alcuno l’invasione russa dell’Ucraina e la politica imperialista di Putin, ma non è accettabile l’implementazione di un doppio standard per il quale le politiche criminali e genocidarie dello Stato d’Israele non siano sanzionate e il decisivo appoggio USA al suo principale alleato non sia oggetto di una totale e convinta condanna.
    In un contesto così drammatico riteniamo quasi surreale programmare un Festival di amicizia italo- americana – quasi si possa prescindere dalle responsabilità USA nel genocidio dei palestinesi – da parte di un Comune che invece dovrebbe sostenere iniziative di boicottaggio e di interdizione (il Comune di Bari ha chiesto e ottenuto che Fiera del Levante escluda Israele dalle manifestazioni fieristiche, il Comune di Padova ha deciso il monitoraggio delle attività commerciali israeliane e del transito di materiale bellico nel territorio comunale e la sospensione di accordi con aziende legate agli insediamenti illegali nei territori occupati) coerentemente con quanto già deliberato in specifiche precedenti mozioni consiliari.
    In questa fase delle relazioni internazionali con gli USA governati da una personalità tendenzialmente autocratica come Trump e impegnati attivamente a fianco di Israele, il Festival – nella sua apparente asetticità, ma nel suo reale significato politico – rappresenta un colpo ai valori fondativi della nostra comunità.
  3. DAL FESTIVAL ITALIA-USA AL FESTIVAL DELLA PACE
    Molti Comuni sono meritoriamente impegnati ad organizzare annualmente festival su varie tematiche, in genere indirizzate a promuovere la dignità e i diritti della persona umana e ad alimentare riflessioni sul suo destino e sulla sua responsabilità in riferimento ad un ampio ventaglio di aspetti.
    Per i Comuni sono occasioni “alte” di gestione di importanti eventi culturali con ricadute sui sistemi turistici e di definizione di un ruolo che vada oltre la semplice amministrazione dell’esistente e intercetti nodi, problemi e criticità della vita delle persone e del mondo contemporaneo.
    Gli eventi comprendono mostre e installazioni artistiche, dibattiti e talk con esperti, proiezione di film, spettacoli teatrali, eventi musicali, laboratori, attività multimediali etc. Ecco allora che a Trento si svolge il “Festival dell’economia”, a Mestre il “Festival della politica”, a Modena, Carpi e Sassuoloil “Festival della filosofia”, a Milano e Rovigo il “Festival dei diritti umani”, a Ferrara il “Festival di Internazionale”, a Brescia il “Festival della pace”, in molte località il “Festival della solidarietà”, a Vicenza il “Festival biblico”.
    In questo panorama così ricco e stimolante che vede i Comuni conquistare una inedita soggettività culturale, l’organizzazione a Vicenza del Festival di amicizia tra Italia e America risulta non solo completamente disallineata rispetto a quanto programmato altrove ma anche inopportuna in una fase storico-politica caratterizzata da squilibri nelle relazioni internazionali, aggressioni belliche, genocidi, terrorismi, violazione dei diritti umani, crescenti disuguaglianze globali, incapacità di3affrontare la questione climatica a livello planetario. Una fase in cui la parola “guerra” anziché generare repulsione e condanna assoluta è impiegata con disinvoltura al fine di indicare un possibile strumento per la soluzione ai conflitti quasi dimenticando il tributo di sangue e le enormi sofferenze che ogni guerra comporta.
    La storia di Vicenza, città di pace e di solidarietà, e la portata delle sfide planetarie avrebbero visto sicuramente più coerente un “Festival della pace, del diritto internazionale e dell’amicizia tra i popoli”, per riunire tante persone che nel mondo sono operatori e costruttori di pace, avvalendosi della competenza di qualificati esperti, aprendosi al contributo e alle proposte degli innumerevoli gruppi impegnati in città sul terreno della pace e della solidarietà internazionale, trasformando Vicenza da città militarizzata, piegata alle logiche della forza e della potenza, in città libera, proiettata verso un futuro di kantiana “pace perpetua”, governato dal diritto e dalla legalità, presieduto dall’operatività di rinnovate e autorevoli organizzazioni internazionali e guidato dai valori di una globale giustizia sociale e ambientale. Vicenza – città antifascista e democratica, accogliente e tollerante, operosa e dinamica, imprenditiva e solidale – merita politiche pubbliche fortemente ispirate ai valori di pace e di coesione sociale in sintonia con la propria biografia collettiva.

LA SEGRETERIA PROVINCIALE ANPI