81 ° anniversario 10 Martiri, 8 novembre 2025: Orazione civile e foto

commemorazione 10 martiri 2025

Commemorazione dei Dieci Martiri: orazione civile di Chiara Bonini

Vicenza, sabato 8 novembre 2025

Autorità, rappresentanti delle associazioni combattentistiche, studenti e insegnanti, cittadine e cittadini: vi saluto e vi ringrazio sentitamente per la vostra presenza qui, in questo luogo di memoria.

È per me un onore e una grande emozione parlarvi oggi, in rappresentanza dell’ANPI. Da quando sono entrata a fare parte di questa associazione, ho avuto modo di approfondire costantemente la storia della Resistenza, e in particolare quella del nostro territorio. Un evento che ha segnato fortemente la città di Vicenza, durante il periodo della lotta di Liberazione, è proprio quello dell’eccidio dei Dieci Martiri, che oggi commemoriamo.

Molti di voi conosceranno bene questa storia, ma è doveroso rievocarla, soprattutto a beneficio di chi è qui oggi per la prima volta. Per ricostruire i fatti che hanno portato all’eccidio e la dinamica dell’eccidio stesso, ho attinto da diverse fonti, tra cui in particolare il prezioso racconto di Gaetano Bressan, nome di battaglia “Nino”, comandante partigiano e figura centrale della Resistenza vicentina di pianura.

Dopo l’8 settembre 1943, inizia la lotta per liberare l’Italia dall’oppressione del ventennale regime fascista e dal crudele occupante nazista. Per questo, uomini e donne, animati e animate dal desiderio di costruire un Paese diverso, danno vita alla Resistenza, organizzata nei vari Comitati di Liberazione Nazionale. A Vicenza operano diverse brigate partigiane. Ciascuna è dotata di reparti scelti che costituiscono il battaglione Guastatori, deputato a compiere azioni di sabotaggio contro mezzi di comunicazione strategici per il nemico nazifascista. È ciò che avviene la notte tra l’8 e il 9 novembre 1944, quando una squadra di Guastatori fa saltare un’arcata del ponte ferroviario dei Marmi, interrompendo le linee. Non ci sono vittime, solo danni materiali. Ma per le forze occupanti è un affronto da punire in modo esemplare, al fine di instillare terrore nei partigiani e in una popolazione stremata da bombardamenti e privazioni.

La rappresaglia nazista non si fa quindi attendere. I tedeschi avevano promesso al vescovo della città, monsignor Zinato, che non avrebbero più colpito dei vicentini per rappresaglia. Il generale Von Zanthier e il tenente Fritz Herke delle SS decidono pertanto di prelevare dieci giovani dal carcere di Padova: i loro nomi sono Walter Catter, Livio Gemmo, Lino Festini, Angelo Menardi, Guido Molon, Aldo Montemezzo, Massimiliano Navarrini, Silvio Paina, Luigi Pasqualin, Renato Mastini. Si tratta di prigionieri catturati in quanto membri di brigate partigiane del padovano, renitenti alla leva o sbandati.

La mattina dell’11 novembre, i dieci vengono condotti al Ponte dei Marmi, messi in riga sulla ferrovia e stroncati dalle raffiche di mitragliatrice uno per volta, così che ognuno possa vedere la fine atroce del compagno che lo precede. I loro corpi vengono poi abbandonati alle intemperie per due giorni: un’orrenda ammonizione che dimostra un disprezzo totale della vita e della dignità umana.

Ma chi erano le vittime di questo crudele eccidio? Innanzitutto, la prima caratteristica che salta all’occhio, guardando le loro date di nascita, è la loro giovane età: 9 su 10 avevano meno di 30 anni, il più giovane ne aveva 20.

Ciò non rappresenta un fatto straordinario: a livello nazionale, circa tre quarti dei partigiani, infatti, erano nati tra il 1922 e 1925. Quando ci penso, questo dato mi colpisce nel profondo: pensare che la maggioranza dei resistenti e delle resistenti fossero sostanzialmente miei coetanei mi fa sempre un certo effetto. Questi giovani non avevano conosciuto altra società che quella fascista; eppure, ne sono stati i più decisi oppositori (e oppositrici).

Racconta il partigiano Domenico Marchesotti:

«Venivamo da un regime dove il giovane era obbligato a fare il balilla, l’avanguardista … Doveva andare, e se parlava, un calcio nel sedere! E lì, invece, [nell’esperienza del partigianato, intende] maturava un’esperienza in cui ti confrontavi, dicevi la tua, dibattevi, partecipavi, a diciannove anni diventavi comandante, se eri capace. Questa roba qui è stata la più grande differenza: capire la democrazia e il rapporto con gli altri».

Altrettanto importante da ricordare, per quanto riguarda i dieci martiri, è il fatto che quattro di loro appartenevano alla comunità sinta. Irene Rui, raccogliendo la testimonianza della moglie di Renato Mastini, ne ha ricostruito la storia. Walter Catter, Silvio Paina e Renato Mastini erano circensi di professione, mentre Lino Festini era musicista-teatrante. Tutti e quattro erano patrioti attivi nel padovano, e compievano missioni di sabotaggio. Il 22 ottobre del ’44, i quattro partigiani sono catturati nel campo dove vivevano con le famiglie, massacrati di botte e rinchiusi in carcere, dove subiscono atroci torture.

Nonostante le brutalità a cui sono sottoposti, non rivelano mai i nomi dei compagni.

Perché sottolineare l’appartenenza dei quattro partigiani all’etnia sinta, ci si potrebbe chiedere? Perché per molto tempo non si sapeva nemmeno che tre di questi quattro fossero sinti, e ciò che non viene conosciuto e ricordato è destinato ad essere cancellato. E cancellare il ricordo del contributo dei sinti alla Resistenza, non solo qui ma anche in altre zone d’Italia, significa anche dimenticare come tale comunità sia stata particolarmente perseguitata e oppressa dal regime fascista.

Dal 1940 in poi, infatti, vengono emanate disposizioni per il rastrellamento, l’internamento o l’espulsione di rom e sinti in Italia.

Si legge infatti: “quegli stranieri [che quindi, al pari degli ebrei, non vengono considerati appartenenti alla cosiddetta “razza italiana”] devono essere respinti e allontanati dal territorio del regno, sia perché essi commettono talvolta delitti gravi [ecco l’elemento di pregiudizio sociale, che permane ancora oggi], sia per possibilità che vi siano elementi capaci di esplicare attività antinazionale”.

Secondo le stime, 500.000 rom e sinti vengono uccisi nei campi di concentramento nazisti.

Ma i sinti non sono l’unica minoranza etnica a partecipare alla Resistenza.

Penso ad esempio alla Banda Mario, attiva nelle Marche, che includeva partigiani di origine africana. Essi erano stati deportati nel nostro Paese dalle colonie italiane, di cui troppo spesso dimentichiamo l’esistenza, per essere esposti in uno “zoo umano”. Dopo essere fuggiti dalla detenzione, decidono di contribuire alla lotta resistenziale per amore della libertà e per ribellarsi ad un regime responsabile dell’asservimento e dello sfruttamento delle loro terre e della loro gente.

E a proposito di minoranze e di individualità oppresse dal fascismo, penso anche all’importante contributo dei femminielli alle Quattro Giornate di Napoli nel settembre 1943. Definiti come uomini omosessuali abbigliati e truccati da donna, la loro identità ed espressione di genere erano in netto contrasto con il modello di “maschio virile” imposto dal regime. Abituati a fronteggiare soprusi e violenze, i femminielli imbracciano i fucili, erigono barricate e assieme al resto dei napoletani liberano la città da nazisti e fascisti.

Non si può parlare di soggettività oppresse e resistenti, infine, senza considerare le donne. Anche per loro il fascismo – che va a braccetto con patriarcato e misoginia – significa repressione e discriminazione, e anche in questo caso per lungo tempo il loro contributo alla Resistenza è stato taciuto e sottostimato. Eppure, la partecipazione femminile alla lotta di Liberazione ha un valore profondamente sovversivo e innovatore. Nel manifesto dei Gruppi di difesa della donna, infatti, troviamo già chiare rivendicazioni di parità economica, giuridica e politica. Le donne della Resistenza vogliono abbattere i pregiudizi che le vorrebbero deboli e inaffidabili, “rivendicando l’uguaglianza senza negare la differenza”.

Perché mi sono soffermata così tanto sulle varie soggettività storicamente subalterne e sulla loro partecipazione alla lotta di Resistenza? Perché il messaggio che vorrei trasmettervi oggi è l’importanza dell’intersezionalità.

Significa che tutte le lotte sono connesse, che non si può lasciare indietro nessuno.

Il fascismo è per sua natura intrinsecamente un’ideologia violenta e discriminatoria verso ogni tipo di alterità, verso la varietà del genere umano.

Pertanto, essere antifascisti e antifasciste oggi significa inevitabilmente anche schierarsi a sostegno degli oppressi, degli emarginati, di coloro che hanno meno potere.

“No man is an island”, “Nessun uomo è un’isola”, recita un famoso componimento del poeta inglese John Donne.

“Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.
Ogni morte d’uomo mi diminuisce,
perché io partecipo all’Umanità.”

E se davvero vogliamo dirci umani, se davvero non siamo isole in mezzo al mare ma viviamo in una collettività, non possiamo rimanere indifferenti davanti agli orrori del mondo di oggi. Penso alle atroci guerre che si consumano in diverse parti del mondo. Penso al dramma del popolo palestinese, perseguitato da decenni di criminali politiche coloniali, e da più di due anni sottoposto ad un genocidio da parte dello Stato di Israele, come ribadito anche recentemente da una Commissione d’inchiesta dell’ONU.

Davanti a queste atrocità, moltissime persone in Italia e nel mondo hanno dimostrato che no, nessun essere umano è un’isola. Le manifestazioni a sostegno della Palestina, a Vicenza e nel resto del Paese, hanno mobilitato un grandissimo numero di partecipanti. Qui nella nostra città, poi, è stata anche messa in piedi la pregevole iniziativa dell’Acampada a sostegno della Global Sumud Flottilla e della Palestina. Un presidio pacifico che ha unito una comunità di persone provenienti da diverse realtà e ha lanciato un forte messaggio di solidarietà.

Tutte queste mobilitazioni rappresentano un bel segnale di risveglio morale e di partecipazione consapevole, in un’epoca di atomizzazione, depoliticizzazione e individualismo sfrenato.

Viviamo un periodo in cui la nostra democrazia, quella democrazia voluta dai e dalle resistenti e costruita da padri e madri costituenti, non gode di buona salute.

Penso all’astensionismo elettorale ormai endemico, penso alle minacce alla libertà di espressione e di manifestazione, agli attacchi a stampa e magistratura da parte di coloro che detengono il potere, ai sempre più frequenti episodi di apologia del fascismo. Eppure, in questo clima che spesso ci spaventa o ci indigna, noi possiamo fare sentire la nostra voce. E le recenti mobilitazioni l’hanno dimostrato.

E allora continuiamo così, sulla strada tracciata da partigiani e partigiane, che chiedevano pace e giustizia, libertà e liberazione da qualsiasi forma di odio razziale e persecuzione politica. Costruiamo connessioni e comunità dove portare avanti le nostre istanze, e continuiamo a dare linfa vitale agli spazi che già esistono. Penso ad esempio alla sezione ANPI della quale faccio parte, la sezione giovanile “Battaglione Amelia”, composta da ragazzi e ragazze per cui l’antifascismo è la stella polare. Le nostre porte sono sempre aperte per chi, come voi studenti e studentesse, volesse conoscerci e darci una mano.

Quasi un anno fa, abbiamo fatto visita a Teresa Peghin, la partigiana “Wally”, madrina della Brigata Stella, che ci ha lasciato a marzo di quest’anno, e che ricordiamo con immenso affetto.

La prima cosa che Teresa ci ha detto appena noi ragazzi e ragazze del Battaglione Amelia ci siamo seduti intorno al tavolo è stata:

“Voi siete la nostra speranza”.

Sono parole che non dimenticherò mai. Personalmente, la sento come una grande responsabilità.

Saremo capaci di raccogliere la sua eredità?
La nostra generazione saprà essere all’altezza delle sue aspettative?
Io voglio a mia volta sperare di sì.

“Ci si salva e si va avanti se si agisce insieme, e non solo uno per uno.” diceva Enrico Berlinguer, una grande figura politica della nostra Repubblica.

E quindi agiamo insieme, riuniamoci, organizziamoci, partecipiamo. Facciamolo in memoria di coloro che, come i Dieci Martiri, hanno versato il loro sangue per un’Italia nuova, libera, antifascista.

Viva la Resistenza, ora e sempre.

Grazie.

Chiara Bonini