A.N.P.I. Vicenza

Tag: Giuseppe Ungaretti

Poesie sulla Resistenza

La Sezione cittadina di ANPI Vicenza per il 25 aprile propone una selezioni di poesie a tematica resistenziale:

CANTO DEGLI ULTIMI PARTIGIANI

Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell’acqua della fonte
La bava degli impiccati.
Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull’erba secca del prato
I denti dei fucilati.
Mordere l’aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d’uomini
Mordere l’aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d’uomini.
Ma noi s’è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l’hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.

Franco Fortini

QUEL GIOVANE TEDESCO

Quel giovane tedesco
ferito sul Lungosenna
ai piedi d’una casa
durante l’insurrezione
che moriva solo
mentre Parigi era urla
intorno all’Hotel de Ville
e moriva senza lamenti
la fronte sul marciapiede.
Quel fascista a Torino
che sparò per due ore
e poi scese per strada
con la camicia candida
con i modi distinti
e disse andiamo pure
asciugando il sudore
con un foulard di seta.
La poesia non vale
l’incanto non ha forza
quando tornerà il tempo
uccidetemi allora.
Ho letto Lenin e Marx
non temo la rivoluzione
ma è troppo tardi per me;
almeno queste parole
servissero dopo di me
alla gioia di chi viva
senza più il nostro orgoglio.

Franco Fortini

VALDOSSOLA

E il tuo fucile sopra l’erba del pascolo.
Qui siamo giunti
Siamo gli ultimi noi
Questo silenzio che cosa.
Verranno ora
Verranno.
E il tuo fucile nell’acqua della fontane.
Ottobre vento amaro
La nuvola è sul monte
Chi parlerà per noi.
Verranno ora
Verranno
Inverno ultimo anno
Le mani cieche la fronte
E nessun grido più.
E il tuo fucile cotto la pietra di neve.
Verranno ora
Verranno.

Franco Fortini

PER UN COMPAGNO UCCISO

Eri ogni ora dentro la quieta letizia
Dell’uomo che ha vinto i tiranni;
Non temevi gli inganni della nostra malizia
Non chiedevi più niente al tuo amore.
Sono cadute in profondo le città, dalle fosse
Ci chiedono pietà tutti i perduti morti
Ma tu levi il sorriso devotamente
Da altri tempi: e noi non piangiamo per te.
Noi condurremo i passi dei nostri figli
Sopra la terra, più lieve del tuo morire
E guideremo l’amore avvenire e il canto
Dov’hai amato per noi l’ultima volta.
Lo spino apre la gemma e l’acqua apre il mattino
Dentro il turchino di marzo, al nostro paese:
io ricordo per te parole antiche d’Italia
e fissano gli amici dai vetri la sera e la neve.

Franco Fortini

ALLE FRONDE DEI SALICI

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo ?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Salvatore Quasimodo

AI QUINDICI DI PIAZZALE LORETO

Esposito, Fiorani, Fogagnolo,
Casiraghi, chi siete? Voi nomi, ombre?
Soncini, Principato, spente epigrafi,
voi, Del Riccio, Temolo, Vertemati,
Gasparini? Foglie d’un albero
di sangue, Galimberti, Ragni, voi,
Bravin, Mastrodomenico, Poletti?
O caro sangue nostro che non sporca
la terra, sangue che inizia la terra
nell’ora dei moschetti. Sulle spalle
le vostre piaghe di piombo ci umiliano :
troppo tempo passò. Ricade morte
da bocche funebri, chiedono morte
le bandiere straniere sulle porte
ancora delle vostre case. Temono
da voi la morte, credendosi vivi.
La nostra non è guardia di tristezza,
non è veglia di lacrime alle tombe:
la morte non dà ombra quando è vita.

Salvatore Quasimodo

AUSCHWITZ

Laggiù, ad Auschwitz, lontano dalla Vistola,
amore, lungo la pianura nordica,
in un campo di morte: fredda, funebre,
la pioggia sulla ruggine dei pali
e i grovigli di ferro dei recinti:
e non albero o uccelli nell’aria grigia
o su dal nostro pensiero, ma inerzia
e dolore che la memoria lascia
al suo silenzio senza ironia o ira.
Tu non vuoi elegie, idilli: solo
Ragioni nella nostra sorte, qui,
tu, tenera ai contrasti della mente,
incerta a una presenza
chiara della vita. E la vita è qui,
in ogni no che pare una certezza:
qui udremo piangere l’angelo il mostro
le nostre ore future
battere l’al di là, che è qui, in eterno
e in movimento, non in un’immagine
di sogni, di possibile pietà.
E qui le metamorfosi, qui i miti.
Senza nome di simboli o d’un dio,
sono cronaca, luoghi di terra,
sono Auchwitz, amore. Come subito
si mutò in fumo d’ombra
il caro corpo d’Alfeo e d’Aretusa!
Da quell’inferno aperto da una scritta
Bianca: “il lavoro vi renderà liberi”
Uscì continuo fumo
Di migliaia di donne spinte fuori
All’alba dai canili contro il muro
Del tiro a segno o soffocate urlando
Misericordia all’acqua con la bocca
Di scheletro sotto le doccie a gas.
Le troverai tu, soldato, nella tua
Storia in forme di fiumi, d’animali,
o sei tu pure cenere d’Auschwitz,
medaglia di silenzio?
Restano lunghe trecce chiuse in urne
Di vetro ancora strette da amuleti
E ombre infinite di piccole scarpe
E di sciarpe d’ebrei: sono reliquie
D’un tempo di saggezza, di sapienza
Dell’uomo che si fa misura d’armi,
sono i miti, le nostre metamorfosi.
Sulle distese dove amore e pianto
Marcirono e pietà, sotto la pioggia,
laggiù, batteva un no dentro di noi,
un no alla morte, morta ad Auschwitz,
per non ripetere, da quella buca
di cenere, la morte.

Salvatore Quasimodo

MEMORIA

Gli uomini vanno e vengono per le strade della città,
comprano libri e giornali, muovono a imprese diverse.
Hanno roseo il viso, le labbra vivide e piene.
Sollevasti il lenzuolo per guardare il suo viso.
Ti chinasti a baciarlo con un gesto consueto.
Ma era l’ultima volta. Era il viso consueto,
solo un po’ più stanco. E il vestito era quello di sempre.
E le scarpe eran quelle di sempre. E le mani erano quelle
Che spezzavano il pane e versavano il vino.
Se cammini per strada nessuno ti è accanto,se hai paura nessuno ti prende per mano.
E non è tua la strada, non è tua la città.
Non è tu a la città illuminata. La città illuminata è degli altri,
degli uomini che vanno e vengono, comprando cibi e giornali.
Puoi affacciarti un poco alla quieta finestra
E guardare in silenzio il giardino nel buio.
Allora quando piangevo c’era la sua voce serena.
Allora quando ridevi c’era il suo sorriso sommesso.
Ma il cancello che a sera s’apriva resterà chiuso per sempre.
E deserta è la tua giovinezza, spento il fuoco, vuota la casa.

Natalia Ginzburg

LA RESISTENZA E LA SUA LUCE

Così giunsi ai giorni della Resistenza
senza saperne nulla se non lo stile:
fu stile tutta luce, memorabile coscienza
di sole. Non poté mai sfiorire,
neanche per un istante, neanche quando
l’ Europa tremò nella più morta vigilia.
Fuggimmo con le masserizie su un carro
da Casarsa a un villaggio perduto
tra rogge e viti: ed era pura luce.
Mio fratello partì, in un mattino muto
di marzo, su un treno, clandestino,
la pistola in un libro: ed era pura luce.
Visse a lungo sui monti, che albeggiavano
quasi paradisiaci nel tetro azzurrino
del piano friulano: ed era pura luce.
Nella soffitta del casolare mia madre
guardava sempre perdutamente quei monti,
già conscia del destino: ed era pura luce.
Coi pochi contadini intorno
vivevo una gloriosa vita di perseguitato
dagli atroci editti: ed era pura luce.
Venne il giorno della morte
e della libertà, il mondo martoriato
si riconobbe nuovo nella luce……
Quella luce era speranza di giustizia:
non sapevo quale: la Giustizia.
La luce è sempre uguale ad altra luce.
Poi variò: da luce diventò incerta alba,
un’alba che cresceva, si allargava
sopra i campi friulani, sulle rogge.
Illuminava i braccianti che lottavano.
Così l’alba nascente fu una luce
fuori dall’eternità dello stile….
Nella storia la giustizia fu coscienza
d’una umana divisione di ricchezza,
e la speranza ebbe nuova luce.

Pier Paolo Pasolini

PER I MORTI DELLA RESISTENZA

Qui
vivono per sempre
gli occhi che furono chiusi alla luce
perché tutti
li avessero aperti
per sempre
alla luce.

Giuseppe Ungaretti

PARTIGIA

Dove siete, partigia di tutte le valli,
Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?
Molti dormono in tombe decorose,
quelli che restano hanno i capelli bianchi
e raccontano ai figli dei figli
come, al tempo remoto delle certezze,
hanno rotto l’assedio dei tedeschi
là dove adesso sale la seggiovia.
Alcuni comprano e vendono terreni,
altri rosicchiano la pensione dell’Inps
o si raggrinzano negli enti locali.
In piedi, vecchi: per noi non c’e’ congedo.
Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sarà duro,
ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.
Ci guarderemo senza riconoscerci,
diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
perché nell’alba non ci sorprenda il nemico.
Quale nemico? Ognuno e’ nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non e’ mai finita.

Primo Levi

25 APRILE

La chiusa angoscia delle notti, il pianto
delle mamme annerite sulla neve
accanto ai figli uccisi, l’ululato
nel vento, nelle tenebre, dei lupi
assediati con la propria strage,
la speranza che dentro ci svegliava
oltre l’orrore le parole udite
dalla bocca fermissima dei morti
“liberate l’Italia, Curiel vuole
essere avvolto nella sua bandiera”:
tutto quel giorno ruppe nella vita
con la piena del sangue, nell’azzurro
il rosso palpitò come una gola.
E fummo vivi, insorti con il taglio
ridente della bocca, pieni gli occhi
piena la mano nel suo pugno: il cuore
d’improvviso ci apparve in mezzo al petto.

Alfonso Gatto

TU NON SAI LE COLLINE

Tu non sai le colline
dove si è sparso il sangue
Tutti quanti fuggimmo
tutti quanti gettammo
l’arma e il nome. Una donna
ci guardava fuggire.
Uno solo di noi
si fermò a pugno chiuso,
vide il cielo vuoto,
chinò il capo e morì
sotto il muro, tacendo.
Ora è un cencio di sangue
e il suo nome. Una donna
ci aspetta alle colline.

Cesare Pavese

E ALLORA NOI VILI

E allora non vili
che amavamo la sera
bisbigliante, le case,
i sentieri sul fiume,
le luci rosse e sporche
di quei luoghi, il dolore
addolcito e taciuto –
noi strappammo le mani
dalla viva catena
e tacemmo, ma il cuore
ci sussultò di sangue,
e non fu più dolcezza,
non fu più abbandonarsi
al sentiero sul fiume –
non più servi, sapemmo
di essere soli e vivi.

Davide Lajolo (“Ulisse”)

RASTRELLAMENTO

Lente vengono le donne
a piangere le fughe degli uomini
dai casolari incustoditi
e tra i capelli scarmigliati
le mani scarne inseguono
una tragedia inesausta.
I bimbi nei cortili solitari
si lamentano lentamente
come se cantassero; il cane
li ascolta dimenando la coda.
Gli uomini fuggiti nei boschi scavano le tane
nel silenzio implacabile
covano la vendetta.

Davide Lajolo (“Ulisse”)

NON PIANGERE COMPAGNO

Non piangere, compagno,
se m’hai trovato qui steso.
Vedi, non ho più peso
in me di sangue. Mi lagno
di quest’ombra che mi sale
dal ventre pallido al cuore,
inaridito fiore
d’indifferenza mortale.
Portami fuori, amico,
al sole che scalda la piazza,
al vento celeste che spazza
il mio golfo infinito.
Concedimi la pace dell’aria;
fa che io bruci ostia candida, brace
persa nel sonno della luce.
Lascia così che dorma: fermento
piano, una mite cosa
sono, un calmo e lento
cielo in me si riposa.

Giorgio Bassani

RAGAZZO PARTIGIANO

Shiva, ricordi?
Morì presto l’estate quell’anno.
E settembre venne con piogge
tristi
e falò di morte
sui colli digradanti
dolcemente
al piano
Braccati,
invano cercammo il sonno
al duro bivacco dell’alpe
nella radura
il vento gemeva
lungo nei boschi.
Ed era un’alba grigia,
ma alba era
al valico della Scagina,
dove oggi è nome
su pietra
il ragazzo che vagava ribelle
i giorni dell’ira.
Ricordi, Marcello?
L’estate morì presto quell’anno.

Bruno Anzolin

E FORSE NEPPURE

E forse neppure
Una breve sosta di odii.
Solo vieti abbandoni
Alla terra che dovremo lasciare.
La terra, nostro paese…
E’ di ieri il grido di altri
Morti sulla via del colle
In mezzo alle messi in fiore; di ieri
Il corpo sfracellato a colpi di clava
Sul margine dell’autostrada:
d’uno senza nome
che non si conta più.

David Maria Turoldo

NON PIÙ UN PROFETA CHE ANNUNZI

Non più un profeta che annunzi
Il Suo avvento a tutto il popolo;
non più la Sua bandiera
a raccogliere le mandre
dei sopravvissuti. Tutti
rassegnati alla sorte.
Ancora nel sangue l’abitudine
Di morte; ancora nel sogno
I pugni serrati. E nel giorno
La sorpresa d’essere
Vivi; e il bisogno
Delle parole violente.
Manca fra tutti un profeta di pace:
una selva di vessilli infiammati
è la piazza.
E sotto l’impaurito volo dei colombi
Il Duomo
È ritornato in pietra.

David Maria Turoldo

APRILE A SAN VITTORE

Grazie sien rese a ciechi
Iddii ridenti, che il poeta trassero
Di morte e dalla nera muda al gaio
Giorno del camerine dove cantano
I giovinetti partigiani.
Aprile
Dolce dormire, s’anche aspra s’ignora
Nelle bocche di lupo la sirena,
passa la conta, o sparano i tedeschi
sulle mura. Reclino
sul gomito piegato il mallo vergine
della capigliatura, dentro il sonno
fiducioso calati come in grembo
della madre al lontano
tempo dell’altra vita, oggi vi guardo,
miei quasi figli, fatti miei fratelli
da antica giovinezza che m’ha gonfio
il cuore all’improvviso, poi che il raggio
di miele della primavera cola
tra le sbarre, sull’impiantito stampa
riquadri luminosi, ed alle nostre
gracili vite a oscuro esito offerte
misura a lento passo eguale giorno.

Sergio Solmi

NON SA PIÙ NULLA, È ALTO SULLE ALI

Non sa più nulla, è alto sulle ali
Il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna.
Per questo qualcuno stanotte
Mi toccava la spalla mormorando
Di pregar per l’Europa
Mentre la Nuova Armada
Si presentava alla costa di Francia.
Ho risposto nel sonno: – E’ il vento,
il vento che fa musiche bizzarre.
Ma se tu fossi davvero
Il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna
Prega tu se lo puoi, io sono morto
Alla guerra e alla pace.
Questa è la musica ora:
delle tende che sbattono sui pali.
Non è musica d’angeli, è la mia
Sola musica e mi basta -.

Vittorio Sereni

ITALIANO IN GRECIA

Prima sera d’Atene, esteso addio
Dei convogli che filano ai tuoi lembi
Colmi di strazio nel lungo semibuio.
Come un cordoglio
Ho lasciato l’estate sulle curve
E mare e deserto è il domani
Senza più stagioni.
Europa Europa che mi guardi
Scendere inerme e assorto in un mio
Esile mito tra le schiere dei bruti,
sono un tuo figlio in fuga che non sa
nemico se non la propria tristezza
o qualche rediviva tenerezza
di laghi di fronde dietro i passi
perduti,
sono vestito di polvere e di sole
vado a dannarmi a insabbiarmi per anni.

Vittorio Sereni

LA PARTIGIANA NUDA

Dal Santo do batude longhe, fonde,
rompe la note carga de paura,
e da Palasso Giusti ghe risponde
un sigo spasimado de creatura.
Al fredo, drio dei scuri,
i padovani i scolta l’agonia dei partigiani.
El magio´r Carita` l’e` straco morto
de tira`r ostie e de fraca`r pestade:
coi oci sbiessi soto ’l ciufo storto
el se varda le onge insaguinade.
El buta ’n’altra simpamina in boca,
el se stravaca in te ’na gran poltrona
e po’l fissa la porta. A ci ghe toca?
La porta se spalanca : vie`n ’na dona.
Partigiana te si la me mama,
Partigiana te si me sorela,
Partigiana te mori con mi:
me insenocio davanti de ti.
Ela l’e` magra, tuta quanta oci,
coi labri streti sensa piu` colo´r,
ela l’e` drita anca se i senoci
trema`r la sente e sbatociarghe ’l cor.
« O partigiana se parlerai subito a casa tu tornerai »
« Son operaia sio´r capita`n e no so gnente dei partigia`n »
« O partigiana se tacerai per la Germania tu partirai »
« Son operaia sio`r capita`n e no so gnente dei partigia`n »
« O partigiana te spogliaro` e nuda cruda te frustaro` »
« El fassa pura quel che ghe par, son partigiana no voi parla`r »
Partigiana te si la me mama,
Partigiana te si me sorela,
Partigiana te mori con mi:
me insenocio davanti de ti.
Spai`si i oci nela facia bianca
la scruta intorno quela bruta gente:
fiapa la boca, sul sofa`, la Franca
la se impitura i labri, indifarente;
longo, desnosela` come Pinocio,
Trentanove el la fissa pie´n de voia
e Squilloni, sbronsado, el struca d’ocio
nel viso scuro e ransigna` da boia.
El carcerie´r Beneli, bagolo´n,
el scorla le manete, spirita`,
e dindona Goneli el so testo´n,
cargo de forsa e de stupidita`.
Ma Coradeschi, lustro e delicato,
el se co`moda a pia`n i bafetini
po’l lissa i cavei, morbidi e fini,
cola man bianca che a` copa` Renato.
Ghe se strossa el respiro nela gola:
l’e` piena de sassini quela stansa;
ela l’e` sola, tuta quanta sola,
sensa riparo, sensa piu` speransa,
e quando man de piombo le se vansa
par spoiarla, ghe vie`n la pele d’oca;
con un sguisso de schifo la se scansa:
« Me spoio da par mi, lu no’l me toca ».
Facia brusa, oci sbate, cor tontona,
trema i dei che desliga e desbotona:
so la co`tola, via la blusa slisa,
ghe resta le mudande e la camisa.
Camisa da solda` de vecia lana,
mudande tacona` de tela grossa…
Ride la Franca dala boca rossa:
«E` proprio molto chic la partigiana ».
Carita` el rusa: « Avanti verginella ».
El respiro dei masci se fa grosso.
Mentre la cava quel che la g’a` indosso
ela la pensa: « Almanco fusse bela …»
Ecola nuda, tuta quanta nuda,
che la querse la pansa cole mane.
Ride la Franca dala lengua cruda:
« Non si lavano mai le partigiane? »
Corpo che no conosse la caressa
e de cipria e de unguento e de parfumo,
pe`le che la s’a` fato mora e spessa
nel sudo´r, nela po´lvar e nel fumo.
Sgoba operaia, che te perdi el posto!
Cori stafeta, che se no i te ciapa!
ru`mega l’ansia che franfugna el sono
e intanto la belessa la te scapa.
La testa la ghe gira, ’na nebieta
ghe cala sora l’ocio spalancado:
l’e` tornada ’na pora buteleta
che l’orco nele sgrinfe l’a` ciapado.
No la sa dove l’e` … forsi la sogna …
la sava`ria con vose de creatura:
« Dame el vestito, mama, g’o` vergogna,
mama g’o` fredo, mama g’o` paura …»
Po’ la ride, coi brassi a pingolo´n
e co’ na facia stralossa`, de mata:
tuti quanti la varda e nissun fiata,
s’a` fato un gran silensio nel salon.
Su da tera la tol le so strassete,
la le spo´lvara a pia`n, la se le mete,
ogni tanto un sangioto… un gran scorlon
e gh’e` come un incanto nel salon.

Egidio Meneghetti

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