A.N.P.I. Vicenza

Tag: 75° anniversario della Liberazione

IL CAMBIAMENTO NECESSARIO

Voglio innanzitutto ringraziare l’Anpi di Vicenza per questa iniziativa in tempi di distanziamento sociale e per avermi invitato. Mai come oggi l’anniversario della Liberazione richiama all’attualità dei valori della Resistenza. C’è un filo rosso tra la Resistenza, la Liberazione, la Costituzione repubblicana che ne è figlia, i diritti universali, l’internazionalismo e la necessità di un’Europa diversa, sociale, solidale, accogliente. Il virus è egualitario, perché può contagiare tutti, ma colpisce un mondo e una società italiana profondamente diseguali, ampliando così a dismisura le diseguaglianze create dalle politiche umane, non dalla natura. Muoiono prima di tutti i più poveri, i più fragili, i più anziani. Muore la generazione che è stata testimone diretta – quando non protagonista – della stessa lotta di Liberazione. Sono colpite soprattutto le persone e i territori che, nei decenni che ci separano dall’affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della Costituzione, sono stati “traditi” più di altri dalla loro mancata applicazione, in nome di politiche sempre più piegate al profitto, alla rendita agli interessi dei pochi più forti e più ricchi. Non so se la pandemia ci farà imparare la lezione. So che c’è una parte importante del Paese – tra questi, ne sono convinto, molti giovani – che troverà più forza per chiedere il cambiamento necessario: meno profitti, più posti di lavoro stabili e con diritti pieni; meno armi e sanità pubblica davvero universale e uguale in tutto il territorio nazionale, centrata sulla prevenzione e i servizi territoriali e domiciliari; un rapporto diverso con la natura, cambiando modello di sviluppo e di consumo, prendendo sul serio la protesta e la proposta delle ragazze e dei ragazzi di Friday for Future; redistribuire la ricchezza tra i Paesi e nei Paesi, dall’alto verso il basso, con una nuova tassazione progressiva e sui grandi patrimoni e un nuovo ruolo pubblico nelle’economia. I diritti, a partire dal lavoro, non si mercificano!
Con lo Spi Cgil stiamo facendo un’esperienza di valorizzazione del carattere europeo della lotta al fascismo, di ieri e di oggi. Con i pensionati della CGT francese e delle Comisiones Obreras spagnole da oltre due anni ci stiamo incontrando, con le associazioni partigiane e gli studenti, nei luoghi della Resistenza europea. Finora abbiamo fatto 9 incontri: a Madrid, Marsiglia, Brescia e Cevo in Val Camonica), Perpignan, Cascia (Repubblica libera), Nizza, Barcellona e Cordera dell’Ebro, Sanremo e Pigna (Repubblica libera), Malaga. Ci siamo mossi insieme per trarre dalla memoria della Resistenza e delle lotte operaie antifasciste la spinta e le ragioni per combattere il neofascismo crescente in Europa e le politiche – spesso anche istituzionali – nazionaliste, sovraniste, xenofobe e razziste. I muri e i nuovi fili spinati contro profughi e migranti sono la disumana fine del sogno europeo. Non per questo hanno lottato i nostri padri e i nostri nonni, le nostre madri e le nostre nonne. Non ci salveremo da soli. Ora e sempre Resistenza.


Leopoldo Tartaglia

IMI 101152

Giuseppe Casarotto ci ha inviato questo scritto in onore del padre Spartaco, che fu uno dei 600.000 internati militari italiani:

Vorrei ricordare mio padre Spartaco, internato nei campi di concentramento del Terzo Reich. All’indomani dell’armistizio molti soldati e ufficiali optarono per una «resistenza disarmata, ma non inerme e inefficace» e accettarono l’idea di sopportare fame, privazioni e vessazioni per mantenere intatta la propria dignità di uomini e di militari. Nei
diario mio padre annota il travaglio di quel periodo (i ricordi erano fame e freddo).
Dal diario di Spartaco Casarotto IMI 101152 (di prossima pubblicazione)
6/11/43 il NO a Salò

Il treno ha corso quasi tutta la notte. All’alba stiamo percorrendo una grande landa
fredda e incolta. Oggi fa molto freddo, ora sono le 11 e la brina non s’è ancora sciolta. Anche
ora è suonato l’allarme aereo e noi siamo sempre chiusi nel vagone da fuori. Alle 16 arriviamo nella cittadina di Meppen nei cui dintorni c’è il grande campo di concentramento e smistamento.
Da due giorni non ci danno nulla da mangiare, piove ed in queste condizioni, con lo zaino semi vuoto, dobbiamo fare più di 12 km a piedi. Sono arrivato al campo stremato, non pensavo di farcela, moltissimi sono caduti. Ci hanno subito inquadrati all’interno dei reticolati e un ufficiale tedesco, tramite un interprete, ci dice che in Italia, Mussolini è stato liberato dai tedeschi ed ha formato la Repubblica di Salò, perciò chi vuole andare in Italia a combattere viene liberato subito, trattato bene e dopo un breve periodo d’istruzione in Germania, viene mandato a casa in licenza per presentarsi poi sotto la Repubblica. Sono parole lusinghiere, ma non hanno scelto il momento adatto, nessuno si fa avanti e siamo più di mille uomini.
I tedeschi sono rimasti male, non si aspettavano questa dimostrazione, loro sono ancora convinti di vincere la guerra.
8/11/43 inizia il Lager
In questa baracca siamo circa 500, molto stretti, ma riposiamo lo stesso perchè siamo ancora molto stanchi per il viaggio; il problema è che di notte al buio, per andare alla ritirata si calpesta per forza qualcuno, allora sono grida e parolacce.
Dicono che ci lasceranno solamente una coperta, così stamattina ne ho tagliata una e mi sono fatto un sottocappotto, perchè la brutta stagione qui non sarà molto piacevole. Ci hanno fatto la rivista e a me non hanno levato molto: una tuta blu da meccanico, il telo da tenda, la borraccia e 250 kune. Siamo passati poi per la immatricolazione, a me hanno dato il n. IMI 101.152 Stalag VI° C da oggi questo sarà il mio nome.
“ Non abbiamo vissuto come i bruti.
Non ci siamo rinchiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti.
Non abbiamo mai dimenticato di essere uomini civili, uomini con un passato e un avvenire.
Ognuno si trovò improvvisamente nudo: tutto fu lasciato fuori da reticolato e ognuno si ritrovò soltanto con le cose che aveva dentro. Con la sua effettiva ricchezza o con la sua effettiva povertà.
E ognuno diede quello che aveva dentro e che poteva dare, e così naque un mondo dove ognuno era stimato per quello che valeva e dove ognuno contava per uno.
Fummo peggio che abbandonati, ma questo non bastò a renderci dei bruti: con niente ricostruimmo la nostra civiltà.Sorsero i giornali parlati, le assemblee, la chiesa, il teatro, i concerti, lo sport, l’artigianato, i servizi, gli annunci economici,la biblioteca, il centro radio, il
commercio …
Non abbiamo vissuto come bruti:costruimmo noi, con niente, la Città Democratica.
E se, ancora oggi, molti dei ritornati guardano sgomenti la vita di tutti i giorni tenendosene al margine, è perchè l’immagine che essi si erano fatti, nel Lager, della Democrazia, risulta
spaventosamente diversa da questa finta democrazia che ha per centro sempre la stessa logica degli intrighi…”
dall’introduzione “DIARIO CLANDESTINO 43-45” Guareschi G.

QUOTA NORMALE

Albert Camus in un romanzo che ho riletto in questi giorni, scrive che gli abitanti di Orano erano “incagliati a mezza via tra gli abissi e le cime, ondeggiavano più che non vivessero, abbandonati a giorni senza direzione e a sterili ricordi, ombre erranti che non avrebbero potuto prendere forza che accettando di radicarsi nella terra del loro dolore” (La peste, Bompiani, 1996, or. 1948, p. 56). Attraversando il dolore che stiamo vivendo dobbiamo imparare la lezione, secondo l’antica sintesi del pàthei màthos (la conoscenza che deriva dalla sofferenza) ed il moderno, anzi l’attuale, messaggio che ovunque risuona.

A tal proposito, una delle trasmissioni più belle e utili che abbiamo potuto ascoltare è stata quella di La lingua batte, in Radio3, intitolata “Lessico della Tenacia” (la si può riascoltare scaricando l’app di RaiPlayRadio). In essa varie persone del mondo letterario e artistico hanno potuto commentare brevemente una parola da loro scelta per questa vicenda (sono state scelte, ad esempio: Armonia, Crisi, Natura, Resistenza, Saldo; uno delle più intelligenti, a mio avviso, è stato il commento alla parola Clandestinità da parte di Vinicio Capossela). La cantante Patrizia Laquidara – che, come me, alcuni di noi conoscono – ha scelto “La giusta distanza”, osservando come questa parola – che oggi è diventata una pratica sociale obbligatoria – ci insegna ad abitare il mondo in maniera non possessiva: il virus, infatti, viene a segnalarci, diceva la cantante siculo-vicentina, la malattia della nostra possessività. Poiché non si è mai parlato di malattia tanto quanto in queste settimane dovremmo davvero chiederci – aggiungo io – quali siano le nostre malattie: psicologiche, relazionali, spirituali, sociali. Un’altra tra queste – tematizzata dalla scrittrice Silvia Avallone – che aveva scelto la parola “L’invisibile” – è la visibilità, ossia il bisogno, che talora ci prende, di essere visti, se non proprio di essere noti. Mentre, diceva la scrittrice, ciò che è necessario è proprio il rapporto con ciò che ci abita e che è invisibile, vale a dire, traduco io, la nostra interiorità. L’essere, infatti, proiettati costantemente al di fuori di noi, nell’esteriorità, se non addirittura nella materialità o, meglio, nel materialismo, è forse la malattia più grave di cui l’epoca contemporanea ha ammorbato il pianeta. Noi compresi.
Riequilibrare il dentro con il fuori è il movimento corrispettivo e necessario quanto quell’alto e basso di cui scrivevo qualche giorno fa.

Peccato che nessuno degli intervenuti abbia scelto la parola contagio, così in uso oggi. Essa deriva dal latino con-tangere, come con-tatto. La situazione che stiamo vivendo non viene a ricordarci che il nostro toccare deve essere sempre svolto con tatto, ossia con spontaneità e sincerità, con discrezione e delicatezza, ma anche con semplicità e trasparenza, con calore e forza? Allora il contatto, se vissuto e praticato così, diventa contagioso. Di bene. Di salute. Di pace.
L’assenza di strette di mano e di abbracci sembra rivelare proprio il loro grande valore, e, come tutte le cose della vita, ne scopriamo sia lo spessore che le valenze quando ci mancano. Come oggi. In particolare l’impedimento di vedere dal vivo e, soprattutto, in forma ravvicinata, i volti delle persone care – che neppure l’utilizzo delle videochiamate o di skype può sostituire completamente – ci avverte dell’importanza e della sacralità del volto, enigma e svelamento di ogni essere umano, luogo di incontro nella fraternità e di appello, conseguente, alla responsabilità.
Solo guardando il volto di chi soffre, in effetti, noi ci com-muoviamo, ossia ci muoviamo insieme, nella condivisione del dolore e nell’anelito alla liberazione, per un soccorso.
“Che bello sentire la tua voce!”, mi ha scritto una persona da Bergamo, dopo un mio messaggio vocale inviato a diversi amici. Sì, anche la voce, con il volto, non solo ci costituisce e ci caratterizza, ma anche ci permette di lanciare un ponte verso il fratello e la sorella, un ponte che superi le nostre solitudini. In particolare quelle di coloro che non vengono guardati, perché il loro volto e la loro stessa presenza ci sono d’impiccio.
Paolo Rumiz nel suo “Diario della quarantena”, in la Repubblica, qualche giorno fa, annotava: “21 marzo. Sveglia alle tre di notte. Insonnie dell’età. Leggo a letto con lampada frontale per non disturbare. Grande quiete. Forse per la prima volta sento di accettarmi completamente, con le mie magagne e la mia vitalità in declino, e di essere vicino al nocciolo di me stesso. Quanta inattesa umanità nei messaggi ricevuti finora! Molti legami ‘in sonno’ si sono riattivati, a sorpresa, e la domanda «come stai» è uscita dalla sua ripetitività rituale. Riemergono volti antichi e cari e perduti. Sì, noi siamo tutti coloro che abbiamo amato.”
La separazione è un’allucinazione, un’illusione destinata a cadere, ci aveva insegnato Carl Gustav Jung. Altro che prendere le distanze! La relazione si nutre della vicinanza, della prossimità. O non è.
Questa è la Quota media o normale della nostra esistenza. Il resto è anormale, ossia fuori della norma, fuori della sanità. Malato, appunto. Solo quando viviamo da fratelli e sorelle siamo sani, e salvi. Al di fuori siamo perduti.

“C’è una frase di Marguerite Duras che l’insistenza sulla guerra mi ha ricordato. È un paradosso e dice così: “Già si intravede la pace. È come un grande buio che cala. È l’inizio dell’oblio”. Dopo una guerra tutti si affrettano a dimenticare, ma qualcosa di simile accade con la malattia: la sofferenza ci pone in contatto con verità altrimenti offuscate, mette in ordine priorità, sembra ridare volume al presente, ma non appena la guarigione sopraggiunge queste illuminazioni evaporano”: così lo scrittore Paolo Giordano in questi giorni.
Una malattia è anche dimenticare, scordare la lezione, soprattutto. Oppure, al contrario, non imparare ad andare oltre, a ripartire, a manifestare la nostra costanza e speranza avviando qualcosa di nuovo, magari di inedito, certamente di sano.

A proposito di sanità, infine, attenzione al linguaggio, come ho già evidenziato: “siamo in guerra”, “coloro che sono in trincea”, ecc. Senza volerlo un linguaggio simile, dato per scontato tra l’altro nella sua evidenza, è una giustificazione, retrodata e prospettica, della guerra.
Proprio nei momenti di crisi, anche nelle piccole – che, poi, piccole non sono – vicende quotidiane, relazionali in particolare, quando vengono usate parole inadeguate o parole approssimative o parole ossessivamente reiterate, la matassa si ingarbuglia, denunciando un’incapacità di pensiero, il quale non si dimostra – pur tenendo dei condizionamenti delle emozioni ed elevando i sentimenti migliori – all’altezza della situazione da affrontare e da superare.
Di più: il pericolo di militarizzare tutta la vita, e la società stessa, è del tutto evidente. Quando si militarizza il linguaggio – che andrebbe, invece, smilitarizzato, come la cultura, la politica, l’economia, le religioni, ecc. – la china è quella.
“Cambiamo? Cosa? Come?”, si domandava opportunamente l’amico Alberto Peruffo, in occasione di uno scritto sull’inquinamento Pfas, qualche giorno fa. Cambiare il linguaggio è un’altra delle occasioni che le crisi ci offrono, sia per una comprensione effettiva del reale sia per un’assunzione di esso con categorie nuove, più aderenti alla realtà stessa.

Maurizio Mazzetto

Franco Battiato

Povera Patria

Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos’è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!
Questo paese è devastato dal dolore…
ma non vi danno un po’ di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
no cambierà, forse cambierà.
Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
vedere un uomo come un animale.
Non cambierà, non cambierà
si che cambierà, vedrai che cambierà.
Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli più di dittature
se avremo ancora un po’ da vivere…
La primavera intanto tarda ad arrivare.

Poesie sulla Resistenza

La Sezione cittadina di ANPI Vicenza per il 25 aprile propone una selezioni di poesie a tematica resistenziale:

CANTO DEGLI ULTIMI PARTIGIANI

Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell’acqua della fonte
La bava degli impiccati.
Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull’erba secca del prato
I denti dei fucilati.
Mordere l’aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d’uomini
Mordere l’aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d’uomini.
Ma noi s’è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l’hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.

Franco Fortini

QUEL GIOVANE TEDESCO

Quel giovane tedesco
ferito sul Lungosenna
ai piedi d’una casa
durante l’insurrezione
che moriva solo
mentre Parigi era urla
intorno all’Hotel de Ville
e moriva senza lamenti
la fronte sul marciapiede.
Quel fascista a Torino
che sparò per due ore
e poi scese per strada
con la camicia candida
con i modi distinti
e disse andiamo pure
asciugando il sudore
con un foulard di seta.
La poesia non vale
l’incanto non ha forza
quando tornerà il tempo
uccidetemi allora.
Ho letto Lenin e Marx
non temo la rivoluzione
ma è troppo tardi per me;
almeno queste parole
servissero dopo di me
alla gioia di chi viva
senza più il nostro orgoglio.

Franco Fortini

VALDOSSOLA

E il tuo fucile sopra l’erba del pascolo.
Qui siamo giunti
Siamo gli ultimi noi
Questo silenzio che cosa.
Verranno ora
Verranno.
E il tuo fucile nell’acqua della fontane.
Ottobre vento amaro
La nuvola è sul monte
Chi parlerà per noi.
Verranno ora
Verranno
Inverno ultimo anno
Le mani cieche la fronte
E nessun grido più.
E il tuo fucile cotto la pietra di neve.
Verranno ora
Verranno.

Franco Fortini

PER UN COMPAGNO UCCISO

Eri ogni ora dentro la quieta letizia
Dell’uomo che ha vinto i tiranni;
Non temevi gli inganni della nostra malizia
Non chiedevi più niente al tuo amore.
Sono cadute in profondo le città, dalle fosse
Ci chiedono pietà tutti i perduti morti
Ma tu levi il sorriso devotamente
Da altri tempi: e noi non piangiamo per te.
Noi condurremo i passi dei nostri figli
Sopra la terra, più lieve del tuo morire
E guideremo l’amore avvenire e il canto
Dov’hai amato per noi l’ultima volta.
Lo spino apre la gemma e l’acqua apre il mattino
Dentro il turchino di marzo, al nostro paese:
io ricordo per te parole antiche d’Italia
e fissano gli amici dai vetri la sera e la neve.

Franco Fortini

ALLE FRONDE DEI SALICI

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo ?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Salvatore Quasimodo

AI QUINDICI DI PIAZZALE LORETO

Esposito, Fiorani, Fogagnolo,
Casiraghi, chi siete? Voi nomi, ombre?
Soncini, Principato, spente epigrafi,
voi, Del Riccio, Temolo, Vertemati,
Gasparini? Foglie d’un albero
di sangue, Galimberti, Ragni, voi,
Bravin, Mastrodomenico, Poletti?
O caro sangue nostro che non sporca
la terra, sangue che inizia la terra
nell’ora dei moschetti. Sulle spalle
le vostre piaghe di piombo ci umiliano :
troppo tempo passò. Ricade morte
da bocche funebri, chiedono morte
le bandiere straniere sulle porte
ancora delle vostre case. Temono
da voi la morte, credendosi vivi.
La nostra non è guardia di tristezza,
non è veglia di lacrime alle tombe:
la morte non dà ombra quando è vita.

Salvatore Quasimodo

AUSCHWITZ

Laggiù, ad Auschwitz, lontano dalla Vistola,
amore, lungo la pianura nordica,
in un campo di morte: fredda, funebre,
la pioggia sulla ruggine dei pali
e i grovigli di ferro dei recinti:
e non albero o uccelli nell’aria grigia
o su dal nostro pensiero, ma inerzia
e dolore che la memoria lascia
al suo silenzio senza ironia o ira.
Tu non vuoi elegie, idilli: solo
Ragioni nella nostra sorte, qui,
tu, tenera ai contrasti della mente,
incerta a una presenza
chiara della vita. E la vita è qui,
in ogni no che pare una certezza:
qui udremo piangere l’angelo il mostro
le nostre ore future
battere l’al di là, che è qui, in eterno
e in movimento, non in un’immagine
di sogni, di possibile pietà.
E qui le metamorfosi, qui i miti.
Senza nome di simboli o d’un dio,
sono cronaca, luoghi di terra,
sono Auchwitz, amore. Come subito
si mutò in fumo d’ombra
il caro corpo d’Alfeo e d’Aretusa!
Da quell’inferno aperto da una scritta
Bianca: “il lavoro vi renderà liberi”
Uscì continuo fumo
Di migliaia di donne spinte fuori
All’alba dai canili contro il muro
Del tiro a segno o soffocate urlando
Misericordia all’acqua con la bocca
Di scheletro sotto le doccie a gas.
Le troverai tu, soldato, nella tua
Storia in forme di fiumi, d’animali,
o sei tu pure cenere d’Auschwitz,
medaglia di silenzio?
Restano lunghe trecce chiuse in urne
Di vetro ancora strette da amuleti
E ombre infinite di piccole scarpe
E di sciarpe d’ebrei: sono reliquie
D’un tempo di saggezza, di sapienza
Dell’uomo che si fa misura d’armi,
sono i miti, le nostre metamorfosi.
Sulle distese dove amore e pianto
Marcirono e pietà, sotto la pioggia,
laggiù, batteva un no dentro di noi,
un no alla morte, morta ad Auschwitz,
per non ripetere, da quella buca
di cenere, la morte.

Salvatore Quasimodo

MEMORIA

Gli uomini vanno e vengono per le strade della città,
comprano libri e giornali, muovono a imprese diverse.
Hanno roseo il viso, le labbra vivide e piene.
Sollevasti il lenzuolo per guardare il suo viso.
Ti chinasti a baciarlo con un gesto consueto.
Ma era l’ultima volta. Era il viso consueto,
solo un po’ più stanco. E il vestito era quello di sempre.
E le scarpe eran quelle di sempre. E le mani erano quelle
Che spezzavano il pane e versavano il vino.
Se cammini per strada nessuno ti è accanto,se hai paura nessuno ti prende per mano.
E non è tua la strada, non è tua la città.
Non è tu a la città illuminata. La città illuminata è degli altri,
degli uomini che vanno e vengono, comprando cibi e giornali.
Puoi affacciarti un poco alla quieta finestra
E guardare in silenzio il giardino nel buio.
Allora quando piangevo c’era la sua voce serena.
Allora quando ridevi c’era il suo sorriso sommesso.
Ma il cancello che a sera s’apriva resterà chiuso per sempre.
E deserta è la tua giovinezza, spento il fuoco, vuota la casa.

Natalia Ginzburg

LA RESISTENZA E LA SUA LUCE

Così giunsi ai giorni della Resistenza
senza saperne nulla se non lo stile:
fu stile tutta luce, memorabile coscienza
di sole. Non poté mai sfiorire,
neanche per un istante, neanche quando
l’ Europa tremò nella più morta vigilia.
Fuggimmo con le masserizie su un carro
da Casarsa a un villaggio perduto
tra rogge e viti: ed era pura luce.
Mio fratello partì, in un mattino muto
di marzo, su un treno, clandestino,
la pistola in un libro: ed era pura luce.
Visse a lungo sui monti, che albeggiavano
quasi paradisiaci nel tetro azzurrino
del piano friulano: ed era pura luce.
Nella soffitta del casolare mia madre
guardava sempre perdutamente quei monti,
già conscia del destino: ed era pura luce.
Coi pochi contadini intorno
vivevo una gloriosa vita di perseguitato
dagli atroci editti: ed era pura luce.
Venne il giorno della morte
e della libertà, il mondo martoriato
si riconobbe nuovo nella luce……
Quella luce era speranza di giustizia:
non sapevo quale: la Giustizia.
La luce è sempre uguale ad altra luce.
Poi variò: da luce diventò incerta alba,
un’alba che cresceva, si allargava
sopra i campi friulani, sulle rogge.
Illuminava i braccianti che lottavano.
Così l’alba nascente fu una luce
fuori dall’eternità dello stile….
Nella storia la giustizia fu coscienza
d’una umana divisione di ricchezza,
e la speranza ebbe nuova luce.

Pier Paolo Pasolini

PER I MORTI DELLA RESISTENZA

Qui
vivono per sempre
gli occhi che furono chiusi alla luce
perché tutti
li avessero aperti
per sempre
alla luce.

Giuseppe Ungaretti

PARTIGIA

Dove siete, partigia di tutte le valli,
Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?
Molti dormono in tombe decorose,
quelli che restano hanno i capelli bianchi
e raccontano ai figli dei figli
come, al tempo remoto delle certezze,
hanno rotto l’assedio dei tedeschi
là dove adesso sale la seggiovia.
Alcuni comprano e vendono terreni,
altri rosicchiano la pensione dell’Inps
o si raggrinzano negli enti locali.
In piedi, vecchi: per noi non c’e’ congedo.
Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sarà duro,
ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.
Ci guarderemo senza riconoscerci,
diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
perché nell’alba non ci sorprenda il nemico.
Quale nemico? Ognuno e’ nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non e’ mai finita.

Primo Levi

25 APRILE

La chiusa angoscia delle notti, il pianto
delle mamme annerite sulla neve
accanto ai figli uccisi, l’ululato
nel vento, nelle tenebre, dei lupi
assediati con la propria strage,
la speranza che dentro ci svegliava
oltre l’orrore le parole udite
dalla bocca fermissima dei morti
“liberate l’Italia, Curiel vuole
essere avvolto nella sua bandiera”:
tutto quel giorno ruppe nella vita
con la piena del sangue, nell’azzurro
il rosso palpitò come una gola.
E fummo vivi, insorti con il taglio
ridente della bocca, pieni gli occhi
piena la mano nel suo pugno: il cuore
d’improvviso ci apparve in mezzo al petto.

Alfonso Gatto

TU NON SAI LE COLLINE

Tu non sai le colline
dove si è sparso il sangue
Tutti quanti fuggimmo
tutti quanti gettammo
l’arma e il nome. Una donna
ci guardava fuggire.
Uno solo di noi
si fermò a pugno chiuso,
vide il cielo vuoto,
chinò il capo e morì
sotto il muro, tacendo.
Ora è un cencio di sangue
e il suo nome. Una donna
ci aspetta alle colline.

Cesare Pavese

E ALLORA NOI VILI

E allora non vili
che amavamo la sera
bisbigliante, le case,
i sentieri sul fiume,
le luci rosse e sporche
di quei luoghi, il dolore
addolcito e taciuto –
noi strappammo le mani
dalla viva catena
e tacemmo, ma il cuore
ci sussultò di sangue,
e non fu più dolcezza,
non fu più abbandonarsi
al sentiero sul fiume –
non più servi, sapemmo
di essere soli e vivi.

Davide Lajolo (“Ulisse”)

RASTRELLAMENTO

Lente vengono le donne
a piangere le fughe degli uomini
dai casolari incustoditi
e tra i capelli scarmigliati
le mani scarne inseguono
una tragedia inesausta.
I bimbi nei cortili solitari
si lamentano lentamente
come se cantassero; il cane
li ascolta dimenando la coda.
Gli uomini fuggiti nei boschi scavano le tane
nel silenzio implacabile
covano la vendetta.

Davide Lajolo (“Ulisse”)

NON PIANGERE COMPAGNO

Non piangere, compagno,
se m’hai trovato qui steso.
Vedi, non ho più peso
in me di sangue. Mi lagno
di quest’ombra che mi sale
dal ventre pallido al cuore,
inaridito fiore
d’indifferenza mortale.
Portami fuori, amico,
al sole che scalda la piazza,
al vento celeste che spazza
il mio golfo infinito.
Concedimi la pace dell’aria;
fa che io bruci ostia candida, brace
persa nel sonno della luce.
Lascia così che dorma: fermento
piano, una mite cosa
sono, un calmo e lento
cielo in me si riposa.

Giorgio Bassani

RAGAZZO PARTIGIANO

Shiva, ricordi?
Morì presto l’estate quell’anno.
E settembre venne con piogge
tristi
e falò di morte
sui colli digradanti
dolcemente
al piano
Braccati,
invano cercammo il sonno
al duro bivacco dell’alpe
nella radura
il vento gemeva
lungo nei boschi.
Ed era un’alba grigia,
ma alba era
al valico della Scagina,
dove oggi è nome
su pietra
il ragazzo che vagava ribelle
i giorni dell’ira.
Ricordi, Marcello?
L’estate morì presto quell’anno.

Bruno Anzolin

E FORSE NEPPURE

E forse neppure
Una breve sosta di odii.
Solo vieti abbandoni
Alla terra che dovremo lasciare.
La terra, nostro paese…
E’ di ieri il grido di altri
Morti sulla via del colle
In mezzo alle messi in fiore; di ieri
Il corpo sfracellato a colpi di clava
Sul margine dell’autostrada:
d’uno senza nome
che non si conta più.

David Maria Turoldo

NON PIÙ UN PROFETA CHE ANNUNZI

Non più un profeta che annunzi
Il Suo avvento a tutto il popolo;
non più la Sua bandiera
a raccogliere le mandre
dei sopravvissuti. Tutti
rassegnati alla sorte.
Ancora nel sangue l’abitudine
Di morte; ancora nel sogno
I pugni serrati. E nel giorno
La sorpresa d’essere
Vivi; e il bisogno
Delle parole violente.
Manca fra tutti un profeta di pace:
una selva di vessilli infiammati
è la piazza.
E sotto l’impaurito volo dei colombi
Il Duomo
È ritornato in pietra.

David Maria Turoldo

APRILE A SAN VITTORE

Grazie sien rese a ciechi
Iddii ridenti, che il poeta trassero
Di morte e dalla nera muda al gaio
Giorno del camerine dove cantano
I giovinetti partigiani.
Aprile
Dolce dormire, s’anche aspra s’ignora
Nelle bocche di lupo la sirena,
passa la conta, o sparano i tedeschi
sulle mura. Reclino
sul gomito piegato il mallo vergine
della capigliatura, dentro il sonno
fiducioso calati come in grembo
della madre al lontano
tempo dell’altra vita, oggi vi guardo,
miei quasi figli, fatti miei fratelli
da antica giovinezza che m’ha gonfio
il cuore all’improvviso, poi che il raggio
di miele della primavera cola
tra le sbarre, sull’impiantito stampa
riquadri luminosi, ed alle nostre
gracili vite a oscuro esito offerte
misura a lento passo eguale giorno.

Sergio Solmi

NON SA PIÙ NULLA, È ALTO SULLE ALI

Non sa più nulla, è alto sulle ali
Il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna.
Per questo qualcuno stanotte
Mi toccava la spalla mormorando
Di pregar per l’Europa
Mentre la Nuova Armada
Si presentava alla costa di Francia.
Ho risposto nel sonno: – E’ il vento,
il vento che fa musiche bizzarre.
Ma se tu fossi davvero
Il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna
Prega tu se lo puoi, io sono morto
Alla guerra e alla pace.
Questa è la musica ora:
delle tende che sbattono sui pali.
Non è musica d’angeli, è la mia
Sola musica e mi basta -.

Vittorio Sereni

ITALIANO IN GRECIA

Prima sera d’Atene, esteso addio
Dei convogli che filano ai tuoi lembi
Colmi di strazio nel lungo semibuio.
Come un cordoglio
Ho lasciato l’estate sulle curve
E mare e deserto è il domani
Senza più stagioni.
Europa Europa che mi guardi
Scendere inerme e assorto in un mio
Esile mito tra le schiere dei bruti,
sono un tuo figlio in fuga che non sa
nemico se non la propria tristezza
o qualche rediviva tenerezza
di laghi di fronde dietro i passi
perduti,
sono vestito di polvere e di sole
vado a dannarmi a insabbiarmi per anni.

Vittorio Sereni

LA PARTIGIANA NUDA

Dal Santo do batude longhe, fonde,
rompe la note carga de paura,
e da Palasso Giusti ghe risponde
un sigo spasimado de creatura.
Al fredo, drio dei scuri,
i padovani i scolta l’agonia dei partigiani.
El magio´r Carita` l’e` straco morto
de tira`r ostie e de fraca`r pestade:
coi oci sbiessi soto ’l ciufo storto
el se varda le onge insaguinade.
El buta ’n’altra simpamina in boca,
el se stravaca in te ’na gran poltrona
e po’l fissa la porta. A ci ghe toca?
La porta se spalanca : vie`n ’na dona.
Partigiana te si la me mama,
Partigiana te si me sorela,
Partigiana te mori con mi:
me insenocio davanti de ti.
Ela l’e` magra, tuta quanta oci,
coi labri streti sensa piu` colo´r,
ela l’e` drita anca se i senoci
trema`r la sente e sbatociarghe ’l cor.
« O partigiana se parlerai subito a casa tu tornerai »
« Son operaia sio´r capita`n e no so gnente dei partigia`n »
« O partigiana se tacerai per la Germania tu partirai »
« Son operaia sio`r capita`n e no so gnente dei partigia`n »
« O partigiana te spogliaro` e nuda cruda te frustaro` »
« El fassa pura quel che ghe par, son partigiana no voi parla`r »
Partigiana te si la me mama,
Partigiana te si me sorela,
Partigiana te mori con mi:
me insenocio davanti de ti.
Spai`si i oci nela facia bianca
la scruta intorno quela bruta gente:
fiapa la boca, sul sofa`, la Franca
la se impitura i labri, indifarente;
longo, desnosela` come Pinocio,
Trentanove el la fissa pie´n de voia
e Squilloni, sbronsado, el struca d’ocio
nel viso scuro e ransigna` da boia.
El carcerie´r Beneli, bagolo´n,
el scorla le manete, spirita`,
e dindona Goneli el so testo´n,
cargo de forsa e de stupidita`.
Ma Coradeschi, lustro e delicato,
el se co`moda a pia`n i bafetini
po’l lissa i cavei, morbidi e fini,
cola man bianca che a` copa` Renato.
Ghe se strossa el respiro nela gola:
l’e` piena de sassini quela stansa;
ela l’e` sola, tuta quanta sola,
sensa riparo, sensa piu` speransa,
e quando man de piombo le se vansa
par spoiarla, ghe vie`n la pele d’oca;
con un sguisso de schifo la se scansa:
« Me spoio da par mi, lu no’l me toca ».
Facia brusa, oci sbate, cor tontona,
trema i dei che desliga e desbotona:
so la co`tola, via la blusa slisa,
ghe resta le mudande e la camisa.
Camisa da solda` de vecia lana,
mudande tacona` de tela grossa…
Ride la Franca dala boca rossa:
«E` proprio molto chic la partigiana ».
Carita` el rusa: « Avanti verginella ».
El respiro dei masci se fa grosso.
Mentre la cava quel che la g’a` indosso
ela la pensa: « Almanco fusse bela …»
Ecola nuda, tuta quanta nuda,
che la querse la pansa cole mane.
Ride la Franca dala lengua cruda:
« Non si lavano mai le partigiane? »
Corpo che no conosse la caressa
e de cipria e de unguento e de parfumo,
pe`le che la s’a` fato mora e spessa
nel sudo´r, nela po´lvar e nel fumo.
Sgoba operaia, che te perdi el posto!
Cori stafeta, che se no i te ciapa!
ru`mega l’ansia che franfugna el sono
e intanto la belessa la te scapa.
La testa la ghe gira, ’na nebieta
ghe cala sora l’ocio spalancado:
l’e` tornada ’na pora buteleta
che l’orco nele sgrinfe l’a` ciapado.
No la sa dove l’e` … forsi la sogna …
la sava`ria con vose de creatura:
« Dame el vestito, mama, g’o` vergogna,
mama g’o` fredo, mama g’o` paura …»
Po’ la ride, coi brassi a pingolo´n
e co’ na facia stralossa`, de mata:
tuti quanti la varda e nissun fiata,
s’a` fato un gran silensio nel salon.
Su da tera la tol le so strassete,
la le spo´lvara a pia`n, la se le mete,
ogni tanto un sangioto… un gran scorlon
e gh’e` come un incanto nel salon.

Egidio Meneghetti

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