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RESISTENZA E LOTTA DI LIBERAZIONE
1a parte
25 luglio e 8 settembre
Due date misero in
movimento, nel quarto anno di guerra, le forze politiche vicentine, che si
stavano ricostituendo dopo il ventennio fascista e l’andamento disastroso
delle operazioni belliche per l’Italia: il 25 luglio 1943 e l’8 settembre
dello stesso anno.
Le
dimissioni e l’arresto di Mussolini il 25 luglio furono il tentativo
della classe dirigente italiana, responsabile della guerra – il re, l’alta
nobiltà, il capo e i gerarchi del fascismo, i grandi gruppi industriali e
finanziari –, di determinare un cambiamento fittizio scaricando sul “duce”
tutte le colpe, per trovare una via d’uscita di fronte alla catastrofe
imminente e salvare così il sistema di potere. Infatti le operazioni
militari sul fronte dell’Europa orientale e dell’Africa settentrionale, nei
primi mesi del 1943, avevano segnato delle clamorose sconfitte per la
Germania nazista e l’Italia fascista. Gli scioperi del marzo 1943 nel
triangolo industriale (Piemonte, Lombardia, Liguria) avevano del resto messo
in evidenza la rottura del rapporto di fiducia e di consenso dei lavoratori
impegnati nella produzione bellica. Infine lo sbarco angloamericano in
Sicilia nella notte fra il 9 e il 10 luglio segnò il punto più alto della
crisi: la guerra era portata sul suolo patrio.
Ecco
allora il disegno di cambio della “guida”: da Mussolini a Badoglio. Ecco la
ripresa del comando delle forze armate nella mani di re Vittorio Emanuele
III°. La popolazione accolse la notizia delle dimissioni e dell’arresto di
Mussolini con entusiasmo e speranza. Manifestazioni popolari si
svolsero in tutti i centri grandi e piccoli del Paese. I partiti
antifascisti emersero dalla clandestinità, chiedendo la fine della
guerra, la liberazione dei detenuti e dei confinati per ragioni politiche,
istituzioni libere e democratiche. I simboli del fascismo – scritte,
monumenti, quadri, statue – furono presi d’assalto e demoliti. I gerarchi
fascisti di ogni livello, alto e basso, sparirono dalla circolazione.
Si
registrarono movimenti di popolo in città e nelle località del Vicentino.
A Vicenza il “comitato interpartitico antifascista”, formatosi già
prima del 25 luglio – comprendeva esponenti del Partito d’Azione: Dal Prà,
Magagnato, Perin, Pranovi; del Partito Comunista Italiano: Cerchio, Lievore,
Rossi, Giordano e Bruno Campagnolo; del Partito socialista: Faccio, Segala,
De Maria – incontrò subito il prefetto Pio Gloria, rivendicando il
ripristino delle libertà, la liberazione dei detenuti politici, la fine del
coprifuoco. Egli prese tempo, fornendo assicurazioni e promesse, in attesa
di disposizioni. Si ebbe qualche segnale nuovo: Il quotidiano “Vedetta
Fascista” diventò “Il Giornale di Vicenza” e il poeta Antonio
Barolini fu nominato direttore. Il giornale “Giustizia e Libertà” fu
diffuso apertamente; cominciò ad uscire pure un valido foglio locale, la “Voce
del Popolo”, frutto della collaborazione tra azionisti e comunisti
vicentini. Furono rinnovate le commissioni interne presso la tipografia del
quotidiano “Il Giornale di Vicenza” e alle Smalterie Venete di Bassano.
Cominciarono a rientrare dalle carceri e dal confino gli antifascisti. Dopo
17 anni, in agosto, tornò il dirigente comunista Domenico Marchioro. Assunse
la responsabilità di segretario provinciale della Federazione Comunista,
trasferita dal centro operaio di Schio a Vicenza.
Trascorsi i primi giorni di
mobilitazione e di attesa, vennero però compresi nel loro significato i
proclami del re e di Badoglio emessi il 25 luglio. Con il colpo di Stato non
si intendeva porre fine al regime autoritario ed estirpare il fascismo. Si
prendeva tempo per la questione della guerra. Con l’obiettivo di mantenere
l’ordine pubblico, in varie città le manifestazioni furono vietate e
represse nel sangue. Undici divisioni dell’esercito furono adibite al
mantenimento dell’ordine e della sicurezza. Due divisioni furono spedite in
Venezia Giulia a combattere il movimento partigiano. Mentre le ostilità
belliche proseguivano a fianco della Germania, Badoglio avviava
trattative segrete con il comando angloamericano per giungere ad una
pace separata.
Così si
arrivò all’8 settembre, giorno dell’armistizio, e il capo del governo
annunciò alla radio “la cessazione delle ostilità contro gli
angloamericani”, con l’invito a “reagire ad eventuali attacchi da
qualsiasi altra provenienza”. Il comando tedesco non fu colto di
sorpresa e applicò il piano già predisposto di occupare l’Italia.
Mentre
Badoglio e i suoi ministri, con il re e la casa reale, prendevano la via del
Sud, toccando prima Pescara e poi Brindisi, le sorti del nostro esercito,
superiore certamente per forze e armamento alle truppe tedesche presenti in
Italia, furono affidate alla volontà d’iniziativa e di risposta degli alti
comandi militari. C’erano disposizioni precise, contenute nella “Memoria
44 OP”, di comportamenti operativi nei confronti dei tedeschi, ma furono
applicate solo in parte e a discrezione di ciascun comando. Così fu
destinato al dissolvimento l’esercito italiano, in un clima di
disorientamento, confusione, abbandono e carenza di ordini. Non mancarono
tuttavia episodi eroici di resistenza. Ufficiali e soldati
combatterono aspramente nelle isole dell’Egeo contro i tedeschi (Cefalonia,
Corfù, Lero, ecc.), nei Balcani, in Corsica, in Sardegna, a Roma. Scontri
armati ci furono nel Triveneto a Trento, a Gorizia, a Verona, a Schio.
Centinaia di migliaia di giovani militari si misero in viaggio con ogni
mezzo per raggiungere le proprie case. Oltre seicentomila soldati
furono fatti prigionieri in Italia, Francia, Grecia, Albania e
Jugoslavia e rinchiusi nei campi di concentramento in Germania. Li
chiamarono “internati” per non rispettare le convenzioni
internazionali sui prigionieri di guerra. Subirono umiliazioni e sofferenze
inaudite. Fecero la loro resistenza in prigionia, rifiutando di
collaborare con Hitler e Mussolini, con la R.S.I., messa in piedi dai
tedeschi per ottenere il pieno dominio sull’Italia del Centro e del
Nord. Soltanto l’uno per cento dei soldati e il tre per cento degli
ufficiali accettarono di schierarsi con Hitler e con il fascismo
repubblichino.
I
tedeschi occuparono il Vicentino il 9, 10 e 11 settembre. A Vicenza
l’occupazione fu completata il giorno 11 e proprio quel giorno per mano
tedesca caddero due donne vicentine, Nerina Sasso di 21 anni e
Novelia Turato di 33, che portavano aiuto ai giovani soldati catturati e
li invitavano a porsi in salvo. La “Voce del Popolo” uscì la sera
stessa dell’otto settembre con l’appello alla lotta contro gli invasori
nazisti. Il 10 settembre un’edizione straordinaria fu dedicata ai soldati di
Boemia e d’Austria, incitandoli a sabotare la guerra. Gli antifascisti
dovettero rientrare nella clandestinità, cercando luoghi sicuri di rifugio.
Il Comitato di Liberazione Nazionale sorse a Roma il 9
settembre; a Milano, nel cuore dell’Italia occupata, fu fondato l’11
settembre dai partiti: Gruppo di Ricostruzione Liberale, Democrazia
Cristiana, Partito d’Azione, Partito Socialista e Partito Comunista. A
Vicenza il Comitato Antifascista, allargato alla Democrazia Cristiana,
diventò Comitato di Liberazione Nazionale Provinciale. Fu
creato il Comitato Militare Provinciale, diretto da Gino
Cerchio e Mario Dal Prà, affidato al comando del Col. D’Aiello, poi del
Magg. Malfatti.
Le forze
politiche della sinistra vicentina presero però a muoversi subito sotto la
direzione del Comitato Militare Provinciale Dalla Pozza (dal nome del
responsabile Romeo Dalla Pozza, esponente comunista di primo piano, in
stretto rapporto con Domenico Marchioro, i fratelli Campagnolo, Gino
Cerchio, Emilio Livore, Leonida Zanchetta e Vittorio Dorio). Il Prof. Carlo
Segato “Marco” fu nominato “addetto militare” di questo comitato, che
cominciò ad agire per dar vita a formazioni partigiane sui monti ( il
Comitato Dalla Pozza confluirà più tardi nel Comitato Militare Provinciale
ufficiale).
Quali
furono i compiti immediati del C.M.P. e del C.L.N.P. ?
Promuovere i gruppi partigiani; procurare armi, viveri, vestiario e basi;
assistere i prigionieri alleati sfuggiti ai tedeschi; aiutare i perseguitati
per motivi religiosi, razziali e politici e i ricercati; portare conforto ai
carcerati; mantenere i collegamenti con i Comandi Alleati per i “lanci”;
stabilire un collegamento stabile con il Governo del Sud che il 23
ottobre aveva dichiarato guerra alla Germania; operare sul territorio il
controllo delle forze tedesche e repubblichine; ospitare le missioni
militari alleate; organizzare il sabotaggio della produzione bellica, delle
vie e dei mezzi di comunicazione, della rete di distribuzione dell’energia
elettrica; intervenire sulla ripartizione delle derrate alimentari.
L’organizzazione della lotta armata
Nell’opera di soccorso verso gli ebrei, i soldati e gli ufficiali
alleati e gli incarcerati si distinsero alcune personalità cattoliche di
primo piano come Torquato Fraccon, Giacomo Rumor, Giacomo Prandina e altri;
si avvalevano dell’appoggio della vasta e articolata struttura delle
associazioni e delle parrocchie. Formato alla scuola di Mons. Rodolfi,
vescovo di Vicenza dal 1911 al 1943, autorevole difensore dell’autonomia
delle organizzazioni cattoliche dalle pretese egemoniche sulla gioventù del
fascismo totalitario, nel maturare delle condizioni storiche della “crisi”
del regime, del precipitare degli eventi con l’occupazione tedesca e la
rinascita del fascismo più deteriore e vendicativo con la R.S.I., il
mondo cattolico assunse un ruolo importante nel processo di formazione della
lotta di liberazione. Soprattutto le comunità di collina e di
montagna, unite e solidali nel loro tessuto religioso, civile e sociale,
furono aperte ai nuclei di renitenti e alle prime bande di “ribelli”,
offrendo ospitalità, appoggio, asilo e fiducia.
Mentre i
cattolici si dedicavano alle iniziative di soccorso e di sostegno, la
sinistra vicentina, comunista, azionista e socialista, impegnò le sue
forze migliori nella costruzione delle formazioni partigiane per
l’avvio della lotta armata contro i nazifascisti. Puntava sulla
organizzazione politica dei partiti del C.L.N.P., sull’esperienza degli
antifascisti usciti dalle carceri e dal confino, sulla guida illuminata di
alcuni intellettuali, tra cui Toni Giuriolo, educatore di giovani e
capo dei “piccoli maestri”, sull’adesione, sulla solidarietà e aiuto
concreto dei centri operai di Schio, Valdagno, Arzignano, Bassano e Vicenza.
Dopo l’8
settembre 1943, sulle colline e sulle montagne del Vicentino si erano
ritirati, vicini alle loro contrade, migliaia di giovani. Essi
diventarono, nella grande maggioranza, renitenti all’apparire dei bandi
di chiamata alle armi della R.S.I. nel novembre 1943, nel febbraio e
nell’aprile 1944. L’incontro dei giovani renitenti con i vecchi antifascisti
e con i militanti operai e intellettuali della sinistra, saliti sui monti,
determinò in via preminente l’avvio della lotta di liberazione.
La
Resistenza si rafforzò gradualmente, compì esperienze e progressi e,
spinta dall’evolversi della situazione e dalle condizioni ambientali
favorevoli, si trasformò in lotta armata.
Nell’autunno del 1943 c’erano vari gruppi, tesi nello sforzo di aggregazione
e di ribellione. Sul Grappa si era raccolta la banda di Pierotti,
sul versante Feltrino quella di Zancanaro. Sui monti di Schio,
centro industriale dalle solide tradizioni operaie, si formarono il gruppo
del Festaro, diretto da Igino Piva “Romero”, e il gruppo del Masetto, che
raccoglieva i giovani di Torrebelvicino. Sulla dorsale dei Tretti e del
Novegno i militari sbandati erano capeggiati da “Marte”, “Turco”,
“Bixio” e “Brescia”. Sulle colline di Fara, Salcedo, Calvene, Lugo e
Zugliano si muoveva un altro gruppo, gruidato da “Loris”. A Fratta di
Valpegara, nella Valle dell’Astico, si radunò un gruppo di una
trentina di elementi. Sull’Altipiano di Asiago presero vita il gruppo
di Tresché Conca di “Spiridione”, quello di Canove e altri ancora. Sulle
pendici meridionali dell’Altopiano si costituì il gruppo di Fontanelle di
Conco. Ferruccio Manea “Tar” e il fratello Ismene, garibaldino di Spagna, si
misero alla testa di un gruppo sui monti intorno a Malo. Nell’alta
Valle del Chiampo centinaia di giovani restavano in attesa degli eventi.
Nella Valle dell’Agno, sui monti di Castelvecchio, Marana e di
Recoaro, si riunirono operai e studenti di Valdagno, Arzignano e Vicenza,
con “Pedro”, “Giove”, “Giorgio”, “Robin”, “Asso” e Sergio Perin, sostenuti
da “Piero Stella”, Domenico Marchioro e “Marco”.
I paesi
di collina e di montagna e le centinaia di contrade sparse sui versanti
montuosi dell’Alto Vicentino accolsero, aiutarono e sostennero gli sbandati,
i renitenti e i primi gruppi di “ribelli”. Condivisero la loro vita e
la loro condizione tanti giovani contadini e montanari. Il fascismo non
aveva mai fatto breccia in questi centri, gelosi della loro autonomia e
della loro identità. E minore ascolto ancora trovò la politica della RSI,
che li chiamava a schierarsi con il tedesco invasore, nemico già della prima
guerra mondiale, aspramente combattuto e avversato nelle vicine zone di
confine. I bandi, gli appelli delle autorità, le ricerche della forza
pubblica ottennero il risultato contrario: centinaia di giovani delle
contrade entrarono nei gruppi dei “ribelli”, che assumevano ben
presto le caratteristiche e la condotta delle formazioni partigiane.
Si
cementò così l’unione fra antifascisti provati, operai delle fabbriche
maggiori orientati politicamente, militari che esprimevano una forte
coscienza di indipendenza e difesa della Patria, studenti e intellettuali
dei centri urbani e contadini-montanari della colline e dei monti vicentini.
E’ noto
che il gruppo di Fontanelle di Conco finì in modo negativo la sua
esperienza stroncato da un rastrellamento l’11 gennaio 1944, già indebolito
da una dolorosa divisione interna che si era conclusa il 30 dicembre 1943
con l’uccisione di quattro esponenti comunisti.
E’
altresì noto che il gruppo di Malga Campetto di Recoaro, diretto da
Raimondo Zanella “Giani” e da Romeo Zanella “Germano”, che riunì dal gennaio
1944 diversi quadri politici mandati lassù dalla Delegazione Triveneta
Garibaldi di Padova e tanti giovani di Schio, Valdagno, Recoaro e Vicenza,
inviati dall’organizzazione comunista in primo luogo, ma pure da quella
azionista e socialista, costituì il nucleo originario delle Formazioni
Garibaldine Garemi.
Malga
Campetto divenne uno dei primi due centri regionali di aggregazione e di
sviluppo della lotta armata contro i nazifascisti.
I
numerosi rastrellamenti del mese di marzo non influirono sulla
crescita impetuosa delle pattuglie e sulle numerose azioni militari.
Gli
scioperi del marzo 1944 a Valdagno, Schio, Arzignano, Vicenza e Bassano
e i bandi del mese di aprile, che fissavano un termine perentorio:
presentarsi o essere fucilati, alimentarono ed estesero la ribellione.
Sui monti
del Vicentino si misero in azione nella primavera e agli inizi dell’estate
la brigata Stella, la brigata Apolloni, la Brigata Vicenza
(poi Pasubio), la brigata Mazzini, la brigata Sette Comuni, la
brigata Italia Libera, la brigata Matteotti e tanti
battaglioni (Tre Stelle, Ismene, Civillina, Pretto,…).
In maggio
si formò nella pianura vicentina, nei paesi intorno a Vicenza e nella stessa
città, il battaglione Guastatori.
Si
delineava in questo modo, per gradi, lo schieramento del Gruppo Divisioni
Garemi, della Divisione Alpina Monte Ortigara, della Divisione
Vicenza e della Divisione Martiri del Grappa (con la breve
esperienza pure della Divisione Pasubio nella valle del Chiampo), che
condussero la lotta armata nel Vicentino fino alla liberazione.
Maturava
così la lotta di liberazione, che vide partecipi oltre 12.000 partigiani
e patrioti vicentini, uomini e donne, con 2.607 combattenti e civili
caduti per la democrazia, la giustizia, la libertà e la pace.
Settembre
2004
Mario
Faggion.
2° Parte
RESISTENZA E
LIBERAZIONE
Nel numero scorso del “il PATRIOTA”
- settembre 2004 - abbiamo pubblicato una guida per la ricostruzione
storica della Resistenza e della Lotta di Liberazione curata da Mario
Faggion, che illustrava i fatti salienti legati alla caduta del fascismo
(25 luglio 1943), all’armistizio (8 settembre 1943), sino alla
organizzazione della lotta partigiana.
Ora, sempre a cura di Mario Faggion, se ne
propone la seconda ed ultima parte. Lo scopo è di fornire, nel 60°
anniversario della Liberazione (25 aprile 1945 = 2005), una traccia
storica di quegli avvenimenti utile in particolar modo alle scuole, e
a tutti coloro che hanno a cuore la conservazione della memoria e
vogliono conoscere ed approfondire i fatti, che hanno riscattato l’Italia e
da cui ha avuto origine la nuova convivenza civile degli italiani, fondata
sulla giustizia e la libertà, sulla democrazia e la pace.
La lotta armata nella primavera / estate
1944.
La primavera del 1944, dopo i
mesi invernali di operosa preparazione, impresse al movimento partigiano
vicentino un rapido processo di aggregazione. La scelta della lotta armata
contro i tedeschi e i fascisti della R.S.I. si estese dalla città ai centri
maggiori e investì soprattutto le colline e le montagne della nostra
Provincia. Si affermò con caratteristiche differenti da zona a zona, secondo
l’orientamento politico e culturale dei gruppi dirigenti delle bande
partigiane e la loro stessa composizione, ma l’impegno coinvolse un grande
numero di combattenti e ampi strati di popolazione.
L’unione fra gli antifascisti
di provata esperienza, i nuclei operai delle grandi fabbriche con una più
marcata formazione politica, giovani ufficiali con una chiara coscienza
della dignità e dell’indipendenza della Patria, studenti e intellettuali dei
centri urbani e tanti contadini e montanari, gelosi difensori della propria
identità e autonomia, alimentò il dispiegarsi delle formazioni della
Resistenza. Lo scontro con i nazifascisti divenne quotidiano.
I tedeschi avevano posto
forti presidi militari a Vicenza capoluogo e in tutti i paesi della
Provincia. Dai centri mandamentali, dove avevano concentrato le forze
più consistenti, esercitavano il controllo sulla popolazione, sulle
industrie e sull’attività agricola dell’intero territorio circostante e dei
paesi vicini.
La Provincia di Vicenza,
ricca di fabbriche essenziali per la produzione bellica (Schio, Valdagno,
Arzignano, Vicenza, Montecchio Maggiore, Bassano) e di campagne fertili,
era molto importante per la Germania. La stessa posizione geografica, a
confine con Trento e Belluno (con Bolzano e l’Alto Adige costituivano l’Alpenvorland,
regione annessa al grande Reich) e le vie di comunicazione con il Trentino
(Piccole Dolomiti, Val Leogra, Astico, Altopiano, Val Brenta) costituivano
fattori di estremo interesse e di valore strategico. Kesselring,
comandante supremo delle truppe tedesche operanti in Italia e nel sud-ovest
europeo, nel settembre 1944 portò il comando proprio ai piedi delle
Piccole Dolomiti, alle Fonti Centrali di Recoaro.
La stessa R.S.I.
(Repubblica Sociale Italiana), dopo la liberazione di Roma, spostò
“pezzi” consistenti dei suoi apparati e ministeri nel Vicentino: a
Valdagno il comando generale di polizia del Ministero degli Interni,
l’archivio dell’Ovra, il gruppo Gamma; a Tonezza la scuola
allievi ufficiali della G.N.R.(Guardia Nazionale Repubblicana); a Thiene
la Xª Mas; a Montecchio Maggiore la
marina; a Longa di Schiavon la scuola delle SS italiane.
In luglio, per ordine del
generale Wolff, capo delle SS e comandante di polizia in Italia, il capitano
Büschmeyer, del 263° Battaglione Russo, venne nominato comandante di
sicurezza del Settore Vicenza-Nord, comprendente Recoaro, Valdagno, Schio,
Arzignano, Piovene Rocchette, Arsiero, Marano Vicentino, Thiene, Marostica,
Bassano del Grappa e Asiago, con il compito di reprimere il movimento
partigiano e di guidare la lotta alle bande; a sua disposizione furono
messe tutte le unità militari germaniche del settore.
Alcuni avvenimenti avevano
accelerato la crescita delle formazioni della Resistenza: in primo luogo la
“svolta di Salerno” con la decisione di formare nel Sud il governo
di unità nazionale, rinviando la questione della pregiudiziale
antimonarchica alla conclusione della guerra; il 22 aprile 1944 entrarono
nel governo Badoglio Palmiro Togliatti, Carlo Sforza e Benedetto Croce;
il fallimento poi dei bandi di chiamata alle armi della R.S.I. del
7.11.1943, 18.2.1944 e 18.4.1944, che mise in luce il rifiuto della
guerra del popolo italiano e la sfiducia nella R.S.I.; l’aumento della
conflittualità dei lavoratori, scesi nella primavera del 1944 in
sciopero generale; la liberazione di Roma il 4 giugno, che
costrinse tedeschi e fascisti ad abbandonare la capitale e ad arretrare per
attestarsi su una nuova linea di difesa; lo sbarco in Normandia il 6
giugno, che aprì in Europa il fronte occidentale di lotta alla Germania.
Il 10 giugno si formò a Roma
il governo Bonomi, di netta impronta antifascista, e diventarono
ministri anche Giuseppe Saragat e Alcide De Gasperi. L’unità politica dei
partiti del C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale) a livello
governativo era compiuta. Nello stesso tempo si realizzò la loro unità
militare con la creazione del Comando Generale del Corpo Volontari della
Libertà (C.V.L.). Al C.L.N.A.I. (Comitato di Liberazione Nazionale Alta
Italia) e al C.V.L. facevano riferimento le forze armate della Resistenza.
Tutti questi elementi
influirono sulla condotta delle bande partigiane del Vicentino, che nella
primavera e nell’estate del 1944 conobbero uno sviluppo rigoglioso ed
entusiasmante.
Nella Valle del Chiampo si era affermata la brigata “Vicenza”
(divenuta brigata e divisione “Pasubio” in agosto) del comandante
Giuseppe Marozin “Vero”. Assorbendo alcuni bravi partigiani del Gruppo di
Malga Campetto, il 13 aprile Marozin poté iniziare apertamente la lotta
contro i nazifascisti nell’alta Valle del Chiampo, estendendola poi alle
valli veronesi dell’Alpone e dell’Illasi e sui monti Lessini.
Ai primi di giugno “Ciccio”
impedì alle reclute della G.N.R. di partire dalla stazione di Chiampo. A
maggio e giugno furono portati attacchi efficaci contro le caserme della
milizia fascista di Illasi, Vestenanova e Crespadoro. I capopattuglia della
brigata “Vicenza” impegnarono i tedeschi in scontri in tutta l’area. Venne
assalito ed espugnato il presidio fascista di Campofontana. Il primo luglio
fu invaso e dato alle fiamme il municipio di S.Pietro Mussolino, dopo la
distruzione in mezzo alla piazza dei documenti anagrafici, utili per i
richiami alle armi.
La virulenza degli attacchi
mise in allarme tedeschi e fascisti costretti a fronteggiare nella vicina
Valle dell’Agno i garibaldini della “Stella”, lanciati in
molteplici azioni partigiane contro presidi, mezzi di trasporto, convogli e
macchine nemiche di passaggio.
Dopo aver fucilato a Valdagno
il 3 luglio sette dirigenti della Resistenza politica, catturati dai
fascisti e messi nelle loro mani, i tedeschi investirono con un massiccio
rastrellamento l’alta Valle dell’Agno, la Valle del Chiampo e l’alta Valle
dell’Alpone. Dal 5 al 13 luglio misero a ferro e a fuoco intere contrade di
Castelvecchio, Marana, Altissimo, Crespadoro, S.Pietro Mussolino e
Vestenanova. L’obiettivo era duplice: agganciare e distruggere le formazioni
partigiane e terrorizzare la popolazione: Gli effetti per gli abitanti dei
centri montani furono devastanti: decine di vittime civili, abitazioni
incendiate, stalle e fienili distrutti, animali requisiti. Fu un duro colpo
per la brigata “Vicenza”. S’incrinò il rapporto con la popolazione,
compromesso pure dai metodi autoritari di Marozin e da una condotta che non
rispettava le direttive del C.L.N..
Nella vasta area delle Prealpi (Piccole Dolomiti, Pasubio, Novegno,
Altipiani di Tonezza e Folgaria, parte occidentale e meridionale
dell’Altopiano di Asiago) e nelle Valli dell’Agno, del Leogra, di Posina, di
Terragnolo e dell’Astico, si erano sviluppate le bande partigiane delle
Formazioni “Garemi”, dirette da Nello Boscagli “Alberto”, Lino Marega
“Lisy” ed Elio Busetto “Guglielmo”, e che si chiamarono: “Stella”, “Martiri
Val Leogra”, “Pasubiana”, “Pino”, “Mameli”, “Martiri
della Libertà”, “Battaglione di pianura” nel Basso Vicentino e
nel Padovano (divenuto poi “Martiri di Grancona 2”), “Avesani”
sul Monte Baldo e dopo in Lessinia.
Tutte le vie di comunicazione
(Trento-Verona, Trento-Rovereto-Schio, Trento-Thiene-Vicenza, Trento-Bassano)
erano in costante pericolo di interruzione e di danneggiamento. Stessa sorte
toccava alle linee ferroviarie, tranviarie, telefoniche, elettriche e alle
centrali che assicuravano energia alle industrie e ai centri abitati.
Innumerevoli furono gli atti di sabotaggio, di attacco a caserme e presidi,
di disarmo; gli episodi di guerriglia resero poco sicura le vita dei
nazifascisti, sia nelle strutture presidiate, sia nei loro spostamenti.
Alcune azioni vanno citate per i risultati conseguiti e per le capacità e il
valore dimostrati: il 23 maggio “Cita” con i suoi uomini provoca il
deragliamento di una tradotta militare tedesca a Ala; la pattuglia di
“Furia” l’8 giugno cattura i membri dell’ambasciata giapponese con documenti
importanti; un’altra pattuglia fa prigionieri, sempre ai primi di giugno, 4
ufficiali superiori tedeschi con importanti piani sui lavori di
fortificazione nelle Prealpi; il 15 giugno sono bloccati gli impianti
industriali della zona di Schio con la paralisi dell’Italcementi; il 17
giugno Bruno Brandellero “Ciccio”, per salvare i civili di contrada
Vallortigara, dona la sua vita; il 20 giugno i partigiani della Stella con
14 atti di sabotaggio fermano i lanifici Marzotto; il 15 luglio gli uomini
di “Turco” sferrano l’attacco alla caserma della G.N.R. di Tonezza; il 23
luglio le pattuglie di “Dante”, “Catone”, “Armonica”, “Pompeo” e “Rosso”
disarmano la marina della R.S.I. di Montecchio Maggiore; il 31 luglio e il 1
agosto i partigiani del “Tar” sul Pasubio impegnano in battaglia i
nazifascisti; il 12 agosto a Malga Zonta Bruno Viola “Lampo - il Marinaio”
sostiene con i suoi compagni uno scontro mortale contro i nazifascisti; il
26 agosto “Lupo” e “Pascià” a Marola di Chiuppano con il sacrificio della
loro vita consentono agli uomini del battaglione “Ubaldo” di raggiungere la
salvezza e l’Altopiano, diretti verso Rubbio.
Nella zona montuosa dei Sette Comuni fra il Brenta e l’Astico nella
primavera e nell’estate del 1944 agirono oltre al gruppo partigiano de “I
Piccoli Maestri” costituito prevalentemente da studenti vicentini e
guidati da Toni Giuriolo, anche numerosi partigiani della futura
divisione “Monte Ortigara”, inquadrati nelle brigate “Fiamme Rosse”
e “Fiamme Verdi”, mentre nella pedemontana tra Thiene, Breganze,
Marostica e nei centri abitati sulle colline verso l’Altopiano si mossero i
partigiani della brigata “Mazzini”, della medesima divisione. I nomi
dei loro comandanti, Giovanni Carli “Ottaviano”, Giacomo Chilesotti
“Nettuno”, Rinaldo Arnaldi “Loris” e Francesco Zaltron “Silva”, sono entrati
nella storia della Resistenza vicentina. Più tardi si aggiunse pure la
brigata “Giovane Italia”. Le brigate della “Monte Ortigara” esercitarono
un forte e continuo controllo del territorio (strade, ferrovie, ponti,
lavori TODT, presidi, caserme, movimenti di automezzi e di colonne) nel
Vicentino, nel Trentino orientale e nella Valsugana, operando sabotaggi,
disarmi, prelevamenti, interruzioni ferroviarie e stradali, danneggiamenti
delle linee telefoniche ed elettriche e movendo attacchi ai fascisti di
Salcedo, Lugo, Calvene, alla caserma di S.Caterina, ai cantieri di
Fontanelle, ai convogli in transito nella Val d’Assa. Rabbiose furono le
reazioni dei nazifascisti con frequenti rastrellamenti e rappresaglie; nella
notte tra l’8 e il 9 agosto, settantaquattro case dell’abitato di
Camporovere furono date alle fiamme.
Sul
massiccio del Grappa si erano organizzate la brigata “Gramsci”,
la brigata “Matteotti”, la brigata “Italia Libera” di Campo Croce
e la brigata “Italia Libera” dell’Archeson. Toccavano il territorio
di tre province: Vicenza, Belluno e Treviso. Erano una spina nel fianco
dello schieramento nazifascista, perché minacciavano le vie di comunicazione
della Val Brenta, della Valle del Piave, del Feltrino, le linee ferroviarie,
le strade di collegamento della fascia pedemontana, le strutture militari
fisse e mobili dello schieramento tedesco e fascista repubblicano.
Nella pianura vicentina, in città e nei paesi limitrofi, nel cuore
delle grandi vie di comunicazione viarie e ferroviarie con l’Italia del Nord
tra Venezia e Milano, adeguandosi alle condizioni di lotta permesse
dall’ambiente geografico, si era formata la Resistenza “territoriale”;
la pianura era stata suddivisa dagli organi della Resistenza provinciale,
C.L.N.P. (Comitato di Liberazione Nazionale Provinciale) e C.M.P. (Comitato
Militare Provinciale), in Settori, che cooperavano con le formazioni
partigiane di montagna e si dedicavano all’opera di sabotaggio della
produzione industriale, dei trasporti militari, delle cabine elettriche,
delle linee telefoniche, dei ponti, delle ferrovie e delle strade
principali. Non erano partigiani alla macchia i sabotatori, ad eccezione dei
quadri dirigenti e dei comandanti. Mandata ad effetto l’azione di
sabotaggio, eseguita di notte, essi tornavano alle loro occupazioni. Nel
mese di maggio, unendo le esperienze fatte nel corso di vari colpi di mano
soprattutto a Vicenza e nella sua immediata periferia, nacque il
“Battaglione Guastatori” della futura divisione “Vicenza” dalla
collaborazione di tre valenti dirigenti della Resistenza: Luigi Cerchio
“Gino”, comunista, che aveva formato numerose squadre di gappisti, Gaetano
Bressan “Nino”, capitano della Guardia di Frontiera addetto
all’addestramento degli uomini, e Giacomo Prandina, cattolico, che a San
Pietro in Gù aveva organizzato la raccolta degli aviolanci forniti dalle
missioni alleate. Essi furono i comandanti del “Battaglione Guastatori” e
misero in crisi in diverse occasioni il sistema di comunicazioni e di
trasporto nazifascista. Memorabili furono alcune notti di fuoco, preparate
in località lontane l’una dall’altra contemporaneamente per disorientare i
nemici e neutralizzare le rappresaglie.
Nella notte fra il 23 e il 24
luglio i guastatori provocarono cinquanta interruzioni su linee ferroviarie,
due sulla linea tranviaria Vicenza-Recoaro, la distruzione di due scambi a
Cittadella e di un polverificio a Rossano Veneto. Nella notte fra il 26 e 27
agosto ci furono venti interruzioni su linee ferroviarie, l’attacco alla
stazione di Altavilla con danneggiamento serio degli scambi e dei binari, il
sabotaggio di tre linee ad alta tensione e di due tratti della linea
tranviaria, l’arresto per quattro giorni della linea Bassano-Trento.
Nella città di Vicenza e
nell’area a Nord-Ovest comprendente i comuni di Monteviale, Creazzo, Sovizzo,
Altavilla, Brendola e Montecchio Maggiore, dal XIII Settore ebbe origine la
forte brigata “Argiuna”. Dagli altri settori, nei fondovalle e in
pianura, più tardi, nacquero le brigate “Rosselli”, “Martiri di
Grancona”, “Damiano Chiesa 2°”, “Battisti”, “Silva”
sui Berici e “A.Segato”.
La risposta nazifascista.
Abbiamo delineato il quadro
delle formazioni partigiane del Vicentino, sorte e attive in una vasta
regione di vitale importanza per i nazifascisti. Essi non potevano certo
ignorarne l’esistenza, sottoposti com’erano ogni giorno ad imboscate,
scontri e sabotaggi, La stessa prospettiva di ripiegamento in caso di
avanzata alleata, ormai certa e prevedibile, per attestarsi su una linea di
difesa sulle Prealpi o per disporsi ad un arretramento ordinato nell’Alpenvorland
verso l’Austria e la Germania, era gravemente pregiudicata.
I nazifascisti prepararono e
attuarono risposte massicce e pesanti contro i partigiani e le popolazioni,
“colpevoli” di offrire loro asilo, rifornimenti, solidarietà.
Per comprendere la logica del
loro agire occorre tenere presente la direttiva di Kesselring, comandante
supremo in Italia, ai suoi sottoposti del 10 maggio 1944: «la lotta
contro i partigiani deve essere combattuta con tutti i mezzi a nostra
disposizione e con la massima severità. Io proteggerò quei comandanti che
dovessero eccedere nei loro metodi di lotta ai partigiani. In questo caso
suona bene il detto: meglio sbagliare la scelta del metodo, ma eseguire gli
ordini, che essere negligenti o non eseguirli affatto. Soltanto la massima
prontezza e la massima severità nelle punizioni saranno valido deterrente
per stroncare sul nascere altri oltraggi o per impedire la loro espansione.
Tutti i civili implicati nelle operazioni antipartigiane che saranno
arrestati nel corso delle rappresaglie saranno portati nei campi di
concentramento….» (Da “Una città occupata”, Vol. II, di Luca Valente,
Schio, 2000).
Nessuna supposta legge
germanica giusta e severa, dunque, ma carta bianca alle truppe della
Wehrmacht e delle SS e copertura degli eccessi!
Questa direttiva fu applicata
alla lettera dai tedeschi e dalle milizie della R.S.I. al loro servizio nel
corso della ritirata verso la Linea Gotica e nel confronto bellico con gli
Alleati in Toscana e in Emilia-Romagna. Migliaia furono le vittime civili
negli eccidi e nelle stragi: ricordiamo Civitella in Val di Chiana il 29
giugno, S.Anna di Stazzema il 12 agosto, il Padule di Fucecchio il 23
agosto, Marzabotto e centri vicini il 29 settembre e giorni seguenti. La
pratica del terrore nazifascista fu un’arma terribile e inesorabile, che il
popolo italiano dovette subire durante la Resistenza.
Dopo la battaglia per la
liberazione di Firenze, durata dal 3 agosto al 2 settembre 1944, il fronte
si era assestato sulla Linea Gotica, tra Massa e Pesaro in un arco di 280
Km, con al centro la Catena degli Appennini, dove i tedeschi avevano
predisposto fortificazioni favorite dalla configurazione accidentata del
terreno, fosse anticarro, dispositivi di difesa e campi minati.
Quando gli Alleati passarono
all’offensiva liberando con l’Ottava Armata il 2 settembre Pesaro e il 20
settembre Rimini nel settore Adriatico e, nel settore tirrenico, sferrando
l’attacco con la Quinta Armata il 13 settembre che produsse il 23 settembre
lo sfondamento della Linea Gotica per 50 Km sull’Appennino toscano,
romagnolo ed emiliano, sembrò che la conquista della pianura padana fosse
questione di pochi giorni. Il C.V.L. emanò il 18 settembre le «direttive
operative per la battaglia della pianura padana». Il 20 settembre il
C.L.N.A.I. chiamò alla «insurrezione nazionale, per l’onore e la salvezza
dell’Italia!».
Già prima dell’offensiva
alleata e poi durante il suo svolgimento e nel suo arresto e fallimento,
segnato dall’ordine di porvi termine il 27 ottobre, i tedeschi pur
resistendo su nuove posizioni ebbero la forza di organizzare, con l’aiuto
delle varie milizie fasciste (G.N.R., Brigate Nere, truppe dell’Esercito
della R.S.I., bande varie come la Muti, la Koch, la Tagliamento, la XªMas,
la Carità e altre), rastrellamenti poderosi su vasta scala in tutta
l’Italia settentrionale contro i partigiani.
Nella nostra provincia e
nel Veneto colpirono: dal 5 al 13 luglio l’Alta Valle dell’Agno, la
Valle del Chiampo e dell’Alpone; dal 12 al 14 agosto la Val Posina e
l’Altopiano di Folgaria; il 6 e 7 settembre l’Altopiano di Asiago (Granezza
- Bosco Nero); dal 31 agosto all’8 settembre il Cansiglio e l’Alpago;
dal 9 al 16 settembre le Valli
dell’Agno, del Chiampo, dell’Alpone, dell’Illasi e la Lessinia veronese fino
al Monte Baldo; dal 20 al 26 settembre il Massiccio del Grappa, dal 27 al 29
settembre l’Alta Carnia, con Nimis, Attimis e Faedi date alle fiamme; dal 2
ottobre al 20 dicembre la Carnia Meridionale.
L’arresto dell’offensiva
alleata e lo svolgimento delle distruttive operazioni di rastrellamento
ebbero delle serie ripercussioni sullo schieramento partigiano e sul
morale delle popolazioni.
Sul Grappa le brigate furono
scompaginate; dai gruppi superstiti sorse poi la “Martiri del Grappa”
e intorno a Bassano e Marostica si formò la “Giovane Italia”.
La divisione “Pasubio” di
Marozin fu costretta ad abbandonare la zona e il gruppo di comando riparò in
Lombardia. La brigata “Stella”, delle Formazioni “Garemi”, estese l’area di
influenza e di attività fino alle valli del Progno e dell’Illasi.
S’impose in tutti i gruppi
partigiani un attento lavoro di riorganizzazione e di ristrutturazione delle
formazioni.
Il duro inverno 1944/45
All’avvicinarsi del secondo
inverno fu necessario adeguarsi alle dure condizioni della stagione e degli
ambienti umani e sociali scossi dai rastrellamenti.
Il 13 novembre 1944, inoltre,
con un messaggio diffuso via radio, il comandante in capo alleato
Alexander dettò «le nuove istruzioni ai patrioti italiani»,
invitandoli a cessare le operazioni su vasta scala e a tenersi pronti ad
ulteriori ordini conservando munizioni e materiali. Il suo proclama
determinò sconcerto e sfiducia; i comandi della Resistenza ebbero la
certezza che gli Alleati rinviavano la battaglia finale alla primavera.
Il 2 dicembre il C.V.L., però, rivolgendosi a tutte le formazioni alle sue
dipendenze, dichiarò che la campagna invernale non significava stasi: nessun
patteggiamento o compromesso era possibile; la battaglia doveva continuare
in modo accorto con agguati, imboscate, colpi di mano e sabotaggi.
Non ebbe seguito l’amnistia
della R.S.I. del 28 ottobre, che concedeva entro gli otto giorni il condono
ai renitenti se si presentavano e a quanti avevano disertato il lavoro
obbligatorio.
Riscosse maggior credito
l’offerta tedesca di legalizzazione per partigiani e sbandati in cambio
dell’arruolamento nei lavori di interesse militare, sotto la TODT. Tale
offerta garantiva una soluzione ai partigiani meno conosciuti e compromessi
e coincideva con l’orientamento dei comandanti delle formazioni. Per la
stagione invernale, infatti, fu dato l’ordine di spostamento in pianura ai
partigiani non locali, dove avessero conoscenze e basi d’appoggio; di
inserimento nei cantieri della TODT, mantenendo però i contatti con le
formazioni; di temporaneo arruolamento nelle truppe di contraerea o nelle
organizzazioni paramilitari. I gruppi dirigenti della lotta armata e i
combattenti della libertà più noti ed esposti dovettero crearsi i «busi»,
i bunker sotto terra, in caverne umide e fredde, nelle “masiere”,
sotto le stalle o nelle vicinanze di famiglie e contrade amiche.
Furono per tutti i
resistenti mesi durissimi. Non cessarono i rastrellamenti. Si fecero
frequenti le puntate dell’organizzazione antipartigiana fascista: brigate
nere, banda Carità, Xª Mas. Con l’opera di spionaggio, i
ricatti, le torture, le intimidazioni e la corruzione effettuarono numerosi
arresti e si abbandonarono a feroci eccidi e rappresaglie.
Tra novembre e dicembre
furono imprigionati diversi membri del C.L.N. provinciale e del C.M. :
Luigi Faccio, Ettore Gallo, Mariano Rossi, Henny Darin, Giacomo Rumor,
Giustino Nicoletti, Torquato e Franco Fraccon, Nino Strazzabosco, Giordano
Campagnolo, Giacomo Prandina, Carlo Segato, Gino Cerchio e altri. Subirono
maltrattamenti e torture. Alcuni pagarono con la vita il loro impegno per la
libertà e la democrazia.
L’attività di guerriglia e di
sabotaggio, tuttavia, non cessò. Leggendo le relazioni operative delle
formazioni vicentine della Resistenza si ha la prova di una continuità della
lotta e di un intenso lavoro di preparazione allo scontro finale. Gli
Alleati stessi, consci dell’importanza strategica di un movimento partigiano
forte nella nostra Provincia e sulle nostre montagne, rafforzarono gli aiuti
con gli aviolanci, consolidando i rapporti attraverso le missioni
militari. Quelle più presenti e sensibili alle necessità e ai
bisogni di armi, esplosivo, vestiario, soldi e materiali vari, furono la
M.R.S. (Marino-Rocco Service), la “Icaro”, la “Freccia” (Ruina),
la “Dardo” (Fluvius) e la “Grandad”.
Caddero così, nella
prospettiva del confronto decisivo, alcune remore mantenute nei confronti
dei garibaldini, che in precedenza avevano ottenuto scarsi e poco idonei
rifornimenti. Tutte le formazioni partigiane ricevettero un armamento
adeguato.
La Liberazione
Gli Alleati ripresero le
operazioni su larga scala contro i tedeschi ai primi di aprile.
Il 5 aprile 1945 si mosse la Quinta Armata sul fronte tirrenico. Il 9 aprile
l’Ottava Armata risvegliò il fronte adriatico . Entrambe avevano la
collaborazione del Corpo Italiano di Liberazione e delle brigate partigiane
che ad esse si erano unite.
Lo sfondamento del fronte
avvenne ad Argenta il 17 aprile. Le azioni partigiane erano riprese con
grande intensità nel vicentino nei mesi di marzo e di aprile.
I tedeschi dovettero arretrare
verso il Po. Le forze anglo-americane, avanzando su due direttrici nella
Pianura Padana, puntarono su Verona e su Venezia-Padova. Il 20 aprile
insorse e si liberò Bologna. Il 21 insorse Modena. Il 24 si combatté a
Reggio Emilia. Il 23 insorse e si liberò Ferrara. Genova combatté vari
giorni e si liberò il 25 aprile. Lo stesso giorno, consacrato poi solenne
festa nazionale, insorsero Torino e Milano. Cittadini e partigiani
combatterono insieme contro i nazisti e i fascisti. Il Comitato di
Liberazione Nazionale chiamò il popolo italiano all’insurrezione generale.
Attraversato fortunosamente il
Po a Ostiglia, i tedeschi si ritirarono verso Verona, inseguiti dal II°
Corpo Americano, che arrivò a Ca’ di David la sera del 24 aprile. I
partigiani occuparono i forti di Verona. Il 25 si sollevò il popolo di Borgo
Roma. Intendendo difendersi, i tedeschi fecero saltare i dieci ponti
sull’Adige.
Le truppe tedesche si
spostavano in direzione dei monti, dei passi prealpini, del Trentino.
La Provincia di Vicenza
fu attraversata dai nazifascisti in ritirata da ovest verso est e da sud
verso nord.
In ogni località le formazioni
partigiane dovettero affrontare colonne nemiche che, in ordine sparso, ma
ancora bene armate, si aprivano la strada verso l’Alpenvorland.
La Valle dell’Alpone
insorse il 24 aprile e il 25 fu libera. La Valle del Chiampo insorse
nei giorni 26 e 27 ma fu completamente libera il 28. I centri della Valle
dell’Agno furono occupati dai partigiani, però a Valdagno ci furono
scontri fino al 27 aprile e nei dintorni di Recoaro l’ultimo scontro ci fu
il 28 aprile. Schio, con la Valle del Leogra, poté
considerarsi libera il 29 aprile, dopo un’aspra battaglia e l’accordo tra il
Comando Germanico del Col. Schram e il Comando della Divisione “Garemi”
rappresentato da Nello Boscagli “Alberto”. A Thiene il 28 aprile il
Comando della “Mazzini” ricevette la resa della Xª
Mas. Il 29 aprile i partigiani entrarono a Bassano del Grappa.
La liberazione completa della città ci fu però il 30 aprile. Le formazioni
dell’Altopiano liberarono tutti i centri abitati ma dovettero
presidiare il territorio fino alla fine di aprile e ai primi di maggio.
La città di Vicenza
insorse e si liberò il 28 aprile. Gli Alleati arrivarono nel capoluogo nel
pomeriggio del 28. Il 29 aprile sui muri della città fu affisso il manifesto
del C.L.N. Provinciale che si era costituito in Giunta Provvisoria di
Governo. Recava le firme dei suoi componenti: A.E.Lievore del P.C.I.,
I.Ronzani del P.d’A., G.Cadore della D.C., M. De Maria del P.S.I., A.Volpato
del P.L.I..
Gli Alleati giunsero nei
centri maggiori della provincia fra il 29 e il 30 aprile, trovando dal
Basso Vicentino alle Vallate delle Prealpi le popolazioni in festa e i
partigiani impegnati nell’ordine pubblico, nella difesa delle fabbriche e
dei paesi e nell’opera di arresto dei nazifascisti.
I Comitati di Liberazione
Nazionale assunsero le funzioni di direzione politica e amministrativa delle
comunità. Non cessarono però le perdite. Il 28 aprile a Vicenza, mentre si
recava ad assumere l’incarico della Presidenza della Provincia, veniva
colpito a morte l’Avv. Giuliano Ziggiotti, democristiano. E nella Valle
dell’Astico il 30 aprile gli abitanti di Pedescala, Forni e Settecà
provarono la ferocia nazifascista del terrore e degli incendi con 83
vittime. La zona fu libera la sera del 2 maggio.
Proprio quel giorno fu
ufficialmente proclamata la fine delle ostilità in Italia.
Finalmente era giunta la pace
e cominciò una vita nuova nella libertà e nella democrazia. Lo slancio e la
gioia pervadevano gli animi, tuttavia le ferite materiali e morali erano
profonde. La ricostruzione dell’Italia fu compito fondamentale dei partiti
antifascisti e degli uomini della Liberazione e ci furono la Repubblica, la
Costituzione, la società democratica e sessant’anni di ripresa, di lotte
politiche e sindacali, di confronto culturale e ideale, di progresso
economico e di pace. Beni che dobbiamo, qui da noi, ai 12.645
partigiani e patrioti vicentini, alle migliaia di internati
nei campi di concentramento in Germania, ai 2.607 caduti per
la Liberazione in terra vicentina, ai 1.504 deportati
per aver appoggiato la Resistenza e alle migliaia di cittadini rimasti
senza casa e mezzi per vivere a causa delle rappresaglie
tedesche, ispirate e guidate spesso dai solerti e servili fascisti,
che oggi ambiscono ad una assurda, illogica e sacrilega equiparazione
con gli uomini e le donne della Liberazione.
Bisogna impedirlo e lottare
nuovamente per salvaguardare la Costituzione Italiana.
Aprile 2005
Mario Faggion
(Storico della Resistenza Vicentina) |