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"La storia che si dimentica si ripete" (C.A.Ciampi)

FOZA

 

PARTIGIANI CADUTI

Foza, 18 ottobre 1944

 

Alberti Cirillo e Contri Amedeo di Foza

Ambrosini Renato, Tumolero Cirillo e Bernar Gino di Canove

e due russi: Smirnow Nikolaj e uno ignoto


Il 18 ottobre 1944 a Foza fu perpetrato dai nazifascisti un vero e proprio eccidio.

Infatti, non per rappresaglia, né per altri motivi se non riconducibili all'odio e alla violenza, senza alcun processo, senza concedere loro nemmeno il conforto della religione, furono barbaramente uccise sette persone.

Esse furono condotte nei pressi di un trinceramento della prima guerra mondiale situato alle pendici dell'altura ove sorge la chiesetta di S.Francesco.

Qui i tedeschi spararono freddamente ai condannati uccidendoli uno alla volta, sotto lo sguardo atterrito degli altri, che poi erano costretti con un palo a spingerne il cadavere nel trinceramento fin dentro una vecchia galleria.

I due Partigiani di Foza erano molto giovani: Contri Amedeo aveva 24 anni, mentre Alberti Cirillo ne aveva solo 16. Costui, quando fu trascinato al martirio, piangeva ed urlava in modo straziante, tanto da essere sentito chiaramente da una donna che, pur lontana, ha udito anche i colpi della fucilazione. Qualcuno addirittura sostiene che i lamenti dei condannati erano uditi anche dall'altra parte della valle, fino a Stoccareddo.

Dei due russi non si sa niente se non il nome di uno di essi Nicolaj Smirnow. Forse erano prigionieri di guerra in fuga, probabilmente si erano uniti ai partigiani, oppure, come sostiene B.Gramola, erano due disertori dell'esercito tedesco. Le loro salme furono richieste dalla Russia, ma non restituite per l'impossibilità di riconoscerle.

I tre Partigiani originari di Canove erano stati catturati tre giorni prima, la mattina del 15 ottobre del 1944, durante un rastrellamento condotto in quell'abitato in seguito ad una spiata di un fascista del luogo. 1

Il più anziano dei tre era Bernar Gino che aveva 31 anni. Era un tipo taciturno, molto schivo e prevalentemente solitario. Per questo a Canove lo avevano soprannominato "il re del silenzio". Fu torturato e martirizzato perché parlasse, ma anche se lo avesse voluto, non poteva dire nulla perché non sapeva nulla.

Tumolero Cirillo aveva 26 anni, era sposato da un anno con Bruna Lando e da poco era padre di un bimbo che avevano chiamato Ivan2. Gestiva una macelleria ed era in contatto con i partigiani della Brigata garibaldina "Pino", che riforniva spesso di vettovaglie.

Faceva parte invece della Brigata "7 Comuni" diventata poi Divisione "Monte Ortigara", l'altro partigiano di Canove catturato quel 15 ottobre 1944, Ambrosini Renato. Costui aveva vent'anni, era stato guardia di finanza in una compagnia che si sbandò in seguito all'armistizio reso noto l'8 settembre del '43. Era un bravo partigiano, un tiratore formidabile e, tra l'altro, aveva preso parte da valoroso alla battaglia di Granezza. Ma ebbe poi la sfortuna di contrarre una grave malattia polmonare, che si era riacutizzata probabilmente per il fatto di dover dormire all'aperto, nei boschi umidi e già freddi. Per curarsi lasciò gli amici partigiani nei boschi e scese verso la propria abitazione. Fu proprio qui che fu preso durante quel rastrellamento e la sua malattia non servì a fargli risparmiare il suo tragico destino.

Così egli e gli altri due compaesani di Canove furono portati nel carcere di Asiago e qui torturati e seviziati per tre giorni prima di essere condotti a Foza e, insieme ai due partigiani del posto e ai due russi, uccisi il 18 ottobre 1944 e nascosti in quel triceramento3.

I sette furono letteralmente nascosti dai tedeschi, perché ai loro famigliari in cerca di notizie, rispondevano che li avevano spediti in Germania. Credevano di farla franca, ma quella donna che aveva sentito le grida del ragazzo di Foza e gli spari, avvertì forse il parroco o qualche altra persona, così che, dopo alcuni giorni di ricerca, furono rinvenuti i poveri corpi straziati. Fu proprio il papà di Renato, Sante Ambrosini, che individuò il corpo del figlio e disperato se lo caricò in spalla portandolo su per la collina fin nei pressi del paese. Il comandante di battaglione Federico Covolo "Broca", per onorare Renato Ambrosini, volle intitolargli una compagnia di partigiani.

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Foza, 5 febbraio 1945


 

Gheller Natale di Foza

In Contrà Furlani sulla strada per Lazzaretti c'è un monumento di pietre con croce e una lapide con fotografia sulla quale è incisa la seguente iscrizione:


 

Nella Verde Età

Di Anni 20

Gheller Natale

Cadeva Qui

Dalla Brigata Nera

Vilmente Assassinato

per la causa della patria

la mamma desolata

implora dai buoni una prece

per lui che spera rivedere

nel cielo

n. 16-11-1925 m. 9-2-1945


 


 

"Queste commoventi parole ricordano l'assassinio di Gheller Natale, figlio unico di madre vedova (Rosa Gheller), una morte tra le più crudeli ed inaccettabili della lotta di Liberazione. La madre, che aveva presenziato alla sua uccisione, nel dopoguerra, partì per l'America o l'Australia e nessuno la vide più: la sua terra dovette sembrarle ormai invivibile.

Il 5 febbraio 1945 il capitano Casadei, con una squadra di brigatisti neri, partì da Roana per Foza in cerca di partigiani e di armi nascoste. Passarono a colpo sicuro, in base alla delazione strappata a forza, per le contrade di Totari, Lazzaretti e Furlani, arrestando e bastonando. Natale tentò inutilmente di sfuggire alla caccia calandosi dalla finestra, ma si fece male. Fu tenuto seminudo e bastonato nella neve e costretto a scavare nell'orto di casa in cerca delle armi. Mentre la sua povera madre tutto vedeva, o sentiva, dalla sua abitazione, gli spararono alle gambe e, poi, costretto a camminare in mezzo alla neve, lo colpirono ancora alle gambe e alla schiena. Mentre agonizzava e domandava un po' d'acqua, Casadei lo finì con un colpo di pistola. Infine caricarono il corpo del giovane su di una slitta e lo portarono come allegro trofeo di guerra, bevendo e schiamazzando, fino ad Asiago, dove alcuni giorni dopo (giovedì 8 febbraio) la salma venne tumulata. La data della sua morte riportata sul monumento non è esatta (da documenti e da testimonianza di Ilario Omizzolo "Foza" " 4

(Ilario Omizzolo, il partigiano "Foza", da poco scomparso, è stato il primo sindaco di Foza dopo la liberazione. )

 

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Bassano del Grappa, 22 febbraio 1945

 

Federico Alberti e Cesare Lunardi di Foza

 

Qualche giorno dopo l'uccisione di Gheller Natale, sabato 17 febbraio 1945, appena passate le 19, ora in cui iniziava il coprifuoco, il Ponte Vecchio di Bassano veniva lacerato da una forte esplosione. L'azione di sabotaggio, che faceva parte di un piano più vasto voluto dagli Alleati contro i ponti della Pedemontana, fu eseguita da un gruppo di 15 partigiani tutti armati e in bicicletta, due dei quali trainavano ciascuno a rimorchio un carrettino carico di esplosivo innescato. I danni furono notevoli e ci furono anche due vittime. 5

Il giorno dopo dal comando tedesco delle SS di Padova partiva l'ordine di rappresaglia.

I fascisti di Bassano e di Marostica, obbedienti, prelevarono dalle carceri di Bassano ove erano reclusi, tre giovani partigiani che non centravano nulla con l'esplosione. Erano Federico Alberti e Cesare Lunardi di Foza, insieme ad Antonio Zavagnin di Zugliano. Quei tre "poveri ragazzi, laceri, tumefatti dalle torture", il 22 febbraio 1945, furono trascinati sul Ponte Vecchio, ove è avvenuta l'esplosione e lì furono fucilati senza pietà.

Federico Alberti e Cesare Lunardi erano tutti e due partigiani della Brigata "7 Comuni" fin dalla primavera del 1944 e avevano, tra l'altro, partecipato alla battaglia di Granezza del 6 settembre 1944, con altri giovani di Foza, come Severino Contri e Ilario Omizzolo.

Federico Alberti era stato poi arrestato nel gennaio del 1945 ad opera delle Brigate Nere di Asiago, comandate da Casadei e da Baldini. Egli aveva già perduto il fratello Cirillo, il più giovane tra i fucilati a S.Francesco di Foza il 18 ottobre 1944 e a sua volta fu sottoposto a feroci torture, alle quali non riuscì purtroppo a resistere. Così il 5 febbraio, durante il rastrellamento mirato in cui rimase ucciso Natale Gheller, vennero arrestati anche Cesare Lunardi, Ilario Omizzolo e altri partigiani di Foza e incarcerati prima ad Asiago e poi a Roana. Ma Omizzolo riusciva a scappare, mentre Federico Alberti e Cesare Lunardi furono trasferiti a Bassano e qui passati per le armi. Dopo la guerra, contro i responsabili della fucilazione venne celebrato un processo a Vicenza, che terminò, come sempre, con pene irrisorie.

 

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Boaria Pietro fu Giovanni

Tra i nominativi incisi nelle lapidi dei Caduti di Foza sul sacello circolare recentemente restaurato ad opera dell'Amministrazione Comunale, risulta anche il nominativo di Boaria Pietro.Sono in corso ricerche per ricostruirne la storia.

Giorgio Fin


 

1 Durante lo stesso rastrellamento fu anche perquisita la casa del medico condotto di Canove, Dr. Alessandro Urbani, alla ricerca dei due figli Francesco e Antonio ambedue partigiani con i nomi di battaglia ripettivamente di "Pat" e "Gato", molto amici del partigiano Renato Ambrosini. Mentre Urbani Francesco "Pat" era nascosto nei boschi, quella notte il fratello Antonio "Gato", di passaggio mentre stava recapitando un messaggio ad un altro gruppo di partigiani, si era avvicinato alla propria abitazione per poter dare un saluto ai famigliari. Appoggiò un palo sul retro della casa e salì nel buio fino alla finestra del primo piano dalla quale entrò. Stava per andarsene quando la governante lo invitò a mangiare qualcosa. La fame era tanta e non rifiutò, ma era tanto anche il sonno, così mentre la governante gli preparava un panino egli cadde addormentato con la testa sulle braccia posate sul tavolo. La governante, impietosita, lo invitò a fermarsi a dormire qualche ora, sistemandosi in un interstizio tra le tegole e il solaio della lavanderia (la "lissiara"), dove c'erano una brandina e alcune coperte, tenute pronte per ogni evenienza. "Gato" accettò a patto che la governante stessa lo avesse svegliato alle quattro, per riprendere il cammino prima dell'alba. Quando si svegliò invece le quattro erano già passate da un pezzo. Il fatto di non essere stato svegliato dalla governante, che era una persona diligentissima e puntuale, lo insospettì, per cui non si fidò di uscire subito dal nascondiglio, ma sollevando una tegola guardò all'esterno. Davanti a lui, nel campo sportivo, scorse tantissimi tedeschi che stavano iniziando il rastrellamento del Paese, quello durante il quale furono presi i tre partigiani uccisi a Foza tre giorni dopo. Non fu risparmiata nessuna abitazione ed anche la casa del medico condotto fu ispezionata, compresa la lavanderia, senza però scoprirne il sottotetto e il suo ospite. Non avendo trovato i due partigiani ricercati, nell'intento di strappare qualche notizia dai familiari , minacciarono e percossero tutti i numerosi fratelli e sorelle più giovani, non risparmiando neppure i più piccolini. Nessuna notizia fu strappata: "erano via a militare… o a studiare". "Gato" restò nel suo nascondiglio fino a che tutto finì e poi ripartì per la sua missione. (Testimonianza di Urbani Antonio raccontata all'autore il 13.10.2003).

2 Al 18.10.2006 madre e figlio sono viventi e abitano ancora insieme a Canove di Raona.

3 G.Vescovi - "RESISTENZA NELL'ALTO VICENTINO Zona Divisione Alpina M.Ortigara 1943-1945" - II° Edizione a cura dell'A.V.L. - Vicenza 1976 - pp. 136-137

4 Racconto tratto da "QUADERNI DELLA RESISTENZA VICENTINA - 3 -numero speciale - Settembre 2003" a cura di B.Gramola.

5 Per i particolari dell'azione vedere: B.Gramola - "MONTE GRAPPA TU SEI LA MIA PATRIA" - La Brigata "Martiri del Grappa" - 2003 - pubblicato a Cura dell'A.V.L., comprensorio di Bassano - pag. 157 e segg.