A.N.P.I. Vicenza

Categoria: Storia

IL CAMBIAMENTO NECESSARIO

Voglio innanzitutto ringraziare l’Anpi di Vicenza per questa iniziativa in tempi di distanziamento sociale e per avermi invitato. Mai come oggi l’anniversario della Liberazione richiama all’attualità dei valori della Resistenza. C’è un filo rosso tra la Resistenza, la Liberazione, la Costituzione repubblicana che ne è figlia, i diritti universali, l’internazionalismo e la necessità di un’Europa diversa, sociale, solidale, accogliente. Il virus è egualitario, perché può contagiare tutti, ma colpisce un mondo e una società italiana profondamente diseguali, ampliando così a dismisura le diseguaglianze create dalle politiche umane, non dalla natura. Muoiono prima di tutti i più poveri, i più fragili, i più anziani. Muore la generazione che è stata testimone diretta – quando non protagonista – della stessa lotta di Liberazione. Sono colpite soprattutto le persone e i territori che, nei decenni che ci separano dall’affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della Costituzione, sono stati “traditi” più di altri dalla loro mancata applicazione, in nome di politiche sempre più piegate al profitto, alla rendita agli interessi dei pochi più forti e più ricchi. Non so se la pandemia ci farà imparare la lezione. So che c’è una parte importante del Paese – tra questi, ne sono convinto, molti giovani – che troverà più forza per chiedere il cambiamento necessario: meno profitti, più posti di lavoro stabili e con diritti pieni; meno armi e sanità pubblica davvero universale e uguale in tutto il territorio nazionale, centrata sulla prevenzione e i servizi territoriali e domiciliari; un rapporto diverso con la natura, cambiando modello di sviluppo e di consumo, prendendo sul serio la protesta e la proposta delle ragazze e dei ragazzi di Friday for Future; redistribuire la ricchezza tra i Paesi e nei Paesi, dall’alto verso il basso, con una nuova tassazione progressiva e sui grandi patrimoni e un nuovo ruolo pubblico nelle’economia. I diritti, a partire dal lavoro, non si mercificano!
Con lo Spi Cgil stiamo facendo un’esperienza di valorizzazione del carattere europeo della lotta al fascismo, di ieri e di oggi. Con i pensionati della CGT francese e delle Comisiones Obreras spagnole da oltre due anni ci stiamo incontrando, con le associazioni partigiane e gli studenti, nei luoghi della Resistenza europea. Finora abbiamo fatto 9 incontri: a Madrid, Marsiglia, Brescia e Cevo in Val Camonica), Perpignan, Cascia (Repubblica libera), Nizza, Barcellona e Cordera dell’Ebro, Sanremo e Pigna (Repubblica libera), Malaga. Ci siamo mossi insieme per trarre dalla memoria della Resistenza e delle lotte operaie antifasciste la spinta e le ragioni per combattere il neofascismo crescente in Europa e le politiche – spesso anche istituzionali – nazionaliste, sovraniste, xenofobe e razziste. I muri e i nuovi fili spinati contro profughi e migranti sono la disumana fine del sogno europeo. Non per questo hanno lottato i nostri padri e i nostri nonni, le nostre madri e le nostre nonne. Non ci salveremo da soli. Ora e sempre Resistenza.


Leopoldo Tartaglia

IMI 101152

Giuseppe Casarotto ci ha inviato questo scritto in onore del padre Spartaco, che fu uno dei 600.000 internati militari italiani:

Vorrei ricordare mio padre Spartaco, internato nei campi di concentramento del Terzo Reich. All’indomani dell’armistizio molti soldati e ufficiali optarono per una «resistenza disarmata, ma non inerme e inefficace» e accettarono l’idea di sopportare fame, privazioni e vessazioni per mantenere intatta la propria dignità di uomini e di militari. Nei
diario mio padre annota il travaglio di quel periodo (i ricordi erano fame e freddo).
Dal diario di Spartaco Casarotto IMI 101152 (di prossima pubblicazione)
6/11/43 il NO a Salò

Il treno ha corso quasi tutta la notte. All’alba stiamo percorrendo una grande landa
fredda e incolta. Oggi fa molto freddo, ora sono le 11 e la brina non s’è ancora sciolta. Anche
ora è suonato l’allarme aereo e noi siamo sempre chiusi nel vagone da fuori. Alle 16 arriviamo nella cittadina di Meppen nei cui dintorni c’è il grande campo di concentramento e smistamento.
Da due giorni non ci danno nulla da mangiare, piove ed in queste condizioni, con lo zaino semi vuoto, dobbiamo fare più di 12 km a piedi. Sono arrivato al campo stremato, non pensavo di farcela, moltissimi sono caduti. Ci hanno subito inquadrati all’interno dei reticolati e un ufficiale tedesco, tramite un interprete, ci dice che in Italia, Mussolini è stato liberato dai tedeschi ed ha formato la Repubblica di Salò, perciò chi vuole andare in Italia a combattere viene liberato subito, trattato bene e dopo un breve periodo d’istruzione in Germania, viene mandato a casa in licenza per presentarsi poi sotto la Repubblica. Sono parole lusinghiere, ma non hanno scelto il momento adatto, nessuno si fa avanti e siamo più di mille uomini.
I tedeschi sono rimasti male, non si aspettavano questa dimostrazione, loro sono ancora convinti di vincere la guerra.
8/11/43 inizia il Lager
In questa baracca siamo circa 500, molto stretti, ma riposiamo lo stesso perchè siamo ancora molto stanchi per il viaggio; il problema è che di notte al buio, per andare alla ritirata si calpesta per forza qualcuno, allora sono grida e parolacce.
Dicono che ci lasceranno solamente una coperta, così stamattina ne ho tagliata una e mi sono fatto un sottocappotto, perchè la brutta stagione qui non sarà molto piacevole. Ci hanno fatto la rivista e a me non hanno levato molto: una tuta blu da meccanico, il telo da tenda, la borraccia e 250 kune. Siamo passati poi per la immatricolazione, a me hanno dato il n. IMI 101.152 Stalag VI° C da oggi questo sarà il mio nome.
“ Non abbiamo vissuto come i bruti.
Non ci siamo rinchiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti.
Non abbiamo mai dimenticato di essere uomini civili, uomini con un passato e un avvenire.
Ognuno si trovò improvvisamente nudo: tutto fu lasciato fuori da reticolato e ognuno si ritrovò soltanto con le cose che aveva dentro. Con la sua effettiva ricchezza o con la sua effettiva povertà.
E ognuno diede quello che aveva dentro e che poteva dare, e così naque un mondo dove ognuno era stimato per quello che valeva e dove ognuno contava per uno.
Fummo peggio che abbandonati, ma questo non bastò a renderci dei bruti: con niente ricostruimmo la nostra civiltà.Sorsero i giornali parlati, le assemblee, la chiesa, il teatro, i concerti, lo sport, l’artigianato, i servizi, gli annunci economici,la biblioteca, il centro radio, il
commercio …
Non abbiamo vissuto come bruti:costruimmo noi, con niente, la Città Democratica.
E se, ancora oggi, molti dei ritornati guardano sgomenti la vita di tutti i giorni tenendosene al margine, è perchè l’immagine che essi si erano fatti, nel Lager, della Democrazia, risulta
spaventosamente diversa da questa finta democrazia che ha per centro sempre la stessa logica degli intrighi…”
dall’introduzione “DIARIO CLANDESTINO 43-45” Guareschi G.

LA LIBERAZIONE DEL VICENTINO.

Giancarlo Zorzanello ha scritto un articolo sulla liberazione del vicentino durante la fine di aprile e l’inizio di maggio del 1945:

Era un mercoledì e la giornata si presentava piuttosto piovigginosa, però, nonostante questo giorno sia ricordato come quella della liberzione dal nazifascismo,nel vicentino non successe nulla di particolare. La provincia era infatti ampiamente e sistematicamente presidiata sia dalla Wehrmacht sia dalle milizie armate della RSI. Basti pensare che a Recoaro era dislocato il Quartier Generale delle Armate tedesche in Italia; a Valdagno aveva trovato sistemazione l’OVRA, la polizia segreta di Mussolini con il suo Archivio e il suo seguito di agenti e di spie; che sempre a Valdagno aveva sede il Gruppo Gamma della Decima Mas; che Montecchio Maggiore ospitava il Sottosegretariato alla Marina della RSI con un presidio di circa duecentocinquanta marinai e marò; che a Thiene era dislocata un’ intera divisione della Decima Mas agli ordini del generale Giuseppe Corrado; che a Bassano vi era una battaglione della Divisione alpina Monte Rosa, una delle quattro che erano state addestrate in Germania. Per di più con l’avanzare degli eserciti alleati lungo la penisola trovarono sistemazione nel vicentino le formazioni fasciste che si erano distinte nella lotta contro le brigate partigiane in Emilia Romagna e Toscana. A Padova e a Vicenza si era installata la Banda del maggiore Carità, famosa per le torture ai partigiani e ai patrioti, a Vicenza si sistemò la Brigata nera di Bologna, ad Arzignano/Tezze la XXIX Brigata nera di Faenza, a Thiene la Brigata Nera di Forlì.
Si può dire senza tema di esagerare che alla data del 25 aprile 1945 il vicentino era una delle province italiane con maggiore densità di truppe nazifasciste a presidio del territorio.
Certo, le conseguenze dell’offensiva alleata scatenata il 9 aprile 1945 e che aveva scardinato la Linea Gotica e costretto i tedeschi a ritirarsi oltre il Po, si potevano notare sulle strade del Veneto. Colonne di soldati tedeschi, laceri, affamati, demoralizzati cercavano un mezzo qualsiasi di trasporto e la via più breve per raggiungere la Germania. Però contemporaneamente passavano anche colonne di soldati tedeschi perfettamente equipaggiate ed organizzate e che sapevano esattamente quali erano le nuove posizioni che dovevano occupare e difendere. In ogni caso quel 25aprile del 45 nessuno sano di mente poteva nutrire dubbi sul fatto che la Germania avesse perso la guerra. Però, é anche da aggiungere che nessuno poteva prevedere come la guerra sarebbe terminata e nemmeno quando. Qualche giorno prima, infatti, il comandante delle armate tedesche in Italia il generale Heinrich von Vietinghoff aveva ordinato alle truppe il ripiegamento sulla linea dell’Alpenforstellung che correva a nord di Brescia-Verona-Vicenza.
L’Alpenforstellung (o ridotto alpino) occupava parte delle Alpi orientali italiane e di quelle meridionali austriache. Secondo il generale von Vietinghoff era una fortezza ben costruita e proporzionatamente di limitata estensione. Inoltre, sempre secondo il generale, le migliori e più coriacee truppe, le divisioni paracadutiste e quelle corazzate Panzer- Granadiere possedevano ancora consistenti capacità di combattimento per difendelo. Una battaglia disperata nelle Alpi sarebbe costato ancora tempo e sangue agli Alleati. Il feldmaresciallo Alexander, comandante delle truppe alleate in Italia, aveva previsto almeno due mesi di combattimento.
Che cosa fece fallire quel piano che prevedeva l’ultima resistenza tedesca sull’Alpenforstellung, dove non era escluso che perfino Hitler volesse trovare l’ultimo rifugio, con conseguenza facilmente immaginabili per i nostri paesi?
Secondo le ultime ricerche storiche 2 circostanze e cioé: 1) il comportamento incerto e contraddittorio del Comando delle truppe tedesche in Italia; 2) e anche, l’azione decisa efficace e tempestiva delle formazioni partigiane. Su queste due cause ci soffermeremo brevemente a continuazione per capire come avvenne la liberazione nella nostra provincia.
Il Comando delle truppe tedesche in Italia fin dal gennaio del ’45 si rese conto che non vi era nessuna possibilità di finire la guerra con successo e che perciò l’unica strada da percorrere era quella di trattare con gli Alleati una resa onorevole. I contatti erano iniziati in Svizzera giá alla fine del 44 per mezzo di intermediari e sotto la regia del comandante delle SS in Italia generale Karl Wolff. Purtroppo le trattative andarono per le lunghe, anche perchéWolff, scoperto, fu convocato a Berlino da Himmler e costretto a giustificarsi. Inoltre il generale Heinrich von Vietinghoff che nel marzo del ’45 aveva sostituito Kesselring nel comando delle truppe tedesche in Italia, si era mostrato incerto e poco convinto dell’iniziativa. Si arrivava così al 20 aprile del 1945.
«Verso le ore 10» riporta una relazione del Comando tedesco «avvenne un pesante bombardamento del Quartiere Generale di Recoaro. I bombardieri americani stesero un tappeto di bombe direttamente sugli edifici del Comando (….) Vi furono vent’otto tra morti e feriti.» Era un chiaro avvertimento degli Alleati sull’urgenza di riprendere le trattative ed arrivare a risultati conclusivi. Così infatti fu interpretato il bombardamento da parte del Comando tedesco. Due giorni dopo infatti, il 22 aprile 45, si riuniscono, sempre a Recoaro, i massimi responsabili militari e politici del Comando di occupazione tedesca in Italia: il generale Heinrich von Vietinghoff e il suo Stato Maggiore, il generale Wolff, comandante delle SS in Italia, l’ambasciatore presso la RSI Rudolf Rahn, il Gauleiter del Tirolo Franz Hofer. Ancora speravano in una resa condizionata. Tra l’altro il Gauleiter Hofer pone come condizione per la resa lo status quo per il Tirolo, possibilmente sotto la sua guida, fino alle decisioni della Conferenza di pace. Il che significava lasciare sotto il suo controllo anche le province di Trento, Bolzano e Belluno: pretesa ritenuta eccessiva anche dagli altri gerarchi tedeschi presenti a Recoaro.
In ogni caso il 22 aprile partono da Recoaro il colonnello von Swienitz e il gruppenführer SS Wener con le credenziali firmate per la resa. Purtroppo il tragitto da Recoaro a Caserta, sede del Quartier Generale alleato, attraverso la Svizzera, non era né semplice, né agevole, né corto. I plenipotenziari tedeschi raggiungono la destinazione il
28 aprile, cioè sei giorni dopo la partenza da Recoaro e firmano una resa senza condizioni il 29 aprile alle ore 14,00 che prevedeva la cessazione delle ostilità il 2 maggio alle ore 14,00. Prevedeva peró anche la ratifica del generale von Vietinghoff, non essendo state accettate dagli Alleati nessuna delle condizioni elaborate a Recoaro il 22 aprile. Quando però l’1 maggio i plenipotenziari tedeschi raggiungono Bolzano, dove nel frattempo si era trasferito da Recoaro il Quartier Generale delle truppe tedesche in Italia, per far firmare la resa, la situazione è del tutto cambiata. Il comandante delle Armate tedesche del Sud, generale Kesselring, da cui dipendevano anche le armate dislocate in Italia, venuto a conoscenza delle trattative di resa, destituisce il generale von Vietinghoff e il suo capo di Stato Maggiore generale Rottinger, sostituendoli con i generali Schultz e Wenzel, chenaturalmente non vogliono nemmeno sentire parlare di ratificare la resa senza condizioni firmata a Caserta. Per più di 24 ore nel Quartier Generale di Bolzano vi è uno scontro molto duro tra ufficiali che vogliono mantenersi fedeli fino alla fine a Kesselring, e perciò a Hitler, e coloro che vogliono ratificare la resa di Caserta prima del 2 maggio, come richiesto dagli Alleati. Fortunatamente alle ore 23,00 dell’1 maggio arriva la notizia della morte di Hitler e così il Generale von Vietinghoff, reintegrato nel suo comando, il 2 maggio ’45 ratifica la resa di Caserta, determinando la fine delle ostilità in Italia.
Ci siamo soffermati abbastanza dettagliatamente sulle indecisioni e sui contrasti del Comando tedesco dal 22 aprile al 2 maggio perché: 1º – i fatti sono ancora poco conosciuti, dato che solo ultimamente (storicamenteparlando) sono state tradotte e pubblicate le memorie del Generale von Vietinghoff e del suo Capo di Stato Maggiore generale Rottinger; 2º – : perché sono fatti che accaddero in gran parte nelle nostre zone; 3º: per capire la sensazione d‘incertezza, instabilità, confusione che si diffuse tra le truppe tedesche, quando, ritiratesi dal Po, tentarono di prendere posizione e di resistere nell’Alpenforstellung. Proprio in questa delicata transizione furono attaccate, perseguite, molestate con tutti i mezzi e tutti i modi dalle formazioni partigiane, dalla popolazione e perfino da alcune formazioni della Rsi, leste nel cambiare schieramento prima che fosse troppo tardi.
Dal canto loro le formazioni partigiane del Veneto vennero a conoscenza che il Corpo Volontari della Libertà aveva proclamato l’insurrezione nazionale alle ore 8 del 26 aprile per mezzo di radio Milano: «in queste ore il mondo vi guarda» diceva il suo bollettino «nel nome dei nostri martiri date prova del vostro valore e dimostrate di essere degni della libertà per la quale avete tanto combattuto e sofferto.»
Da quel momento le truppe tedesche e fasciste sia in ritirata dal Po sia di presidio nella regione non ebbero un momento di pace e non furono più al sicuro in nessun luogo del Veneto. Particolarmente attive e combattive furono le formazioni partigiane di montagna, del resto rifornite di armi ed esplosivi dagli Alleati nei giorni precedenti il 25 aprile, dato che ben conoscevano i piani dei tedeschi di resistere nell’Alpenforstellung.
Il primo presidio tedesco, secondo le nostre ricerche, ad arrendersi ai partigiani del Veneto fu quello di San Giovanni Ilarione. Nelle notte tra il 25 e il 26 aprile i partigiani dei Battaglioni Gian Della Bona e Perseo della Brigata Stella scesero dai monti in paese con l’intenzione di vendicare due loro compagni uccisi dai tedeschi in contrada Fusa. Circondarono le scuole elementari, dove era installato il presidio tedesco composto da una cinquantina di soldati agli ordini di un Maggiore. Aprirono un fuoco infernale, appoggiato anche da colpi di bazooka. E verso le tre del mattino il presidio si arrendeva.
Anche il presidio di Valdagno composto da più di trecento soldati non esisteva più verso alle tre del pomeriggio del 26 aprile. Quasi sicuramente però, in questo caso,
intervenne la mediazione del vicecomandante della Polizia della Rsi, Guido Leto, che aveva il suo Quartier generale proprio a Valdagno, quanto mai attento a saltare nel momento opportuno sul carro dei vincitori.
Le truppe tedesche perciò che dal 26 aprile si inoltrarono sui Lessini per aprirsi la strada per la Germania o per installarsi nell’Alpenforstellung poterono farlo o catturando ostaggi civili o combattendo con perdite pesanti, dato che le formazioni partigiane conoscevano ogni palmo di terreno e sapevano dove era conveniente attaccare. Non vi è dubbio che le truppe tedesche subirono più perdite di uomini da parte dei partigiani durante i giorni della liberazione che durante i precedenti venti mesi di lotta. Però ci furono anche presidi tedeschi che resistettero e se ne andarono quando lo ritennero opportuno. E’ il caso di Schio, dove il locale presidio, appoggiato da una divisione tedesca proveniente dal Po, abbandonò il paese la notte tra il 29 e il 30 aprile, dopo aver firmato un accordo sulle modalità della ritirata con il comandante della divisione partigiane Ateo Garemi, Nello Boscagli.
Pure il 29 aprile si arrese la divisione della Decima Mas a Thiene. Il suo comanandante, generale Giuseppe Corrado, raggiunse un accordo con il vicecomandante della divisione partigiana Ortigara, Angelo Fracasso, dato che due giorni prima il comandante e il commissario di questa divisione, rispettivamente Giacomo Chilesotti e Giovanni Carli, insigniti poi di Medaglie d’Oro al valore partigiano, erano stati fucilati dai tedeschi a Longa di Schiavon.
E’ impossibile seguire quello che successe nelle nostre zone durante i giorni della liberazione, dato che le modalità della lotta, l’organizzazione dei partigiani, il passaggio dei poteri nei paesi e nelle città cambiarono da luogo a luogo e secondo modalitá diverse. Quello che si può affermare senza paura di esagerare è che questa lotta senza quartiere, con tutti i mezzi e in tutte le forme, sostenuta dalla popolazione civile, contribuì a disorientare, confondere le truppe tedesche in ritirata dal Po, impedendo loro di installarsi nelle fortificazioni, già preparate, dell’Alpenforstellung. Per cui per le truppe alleate la conquista del vicentino e del Venetofu quasi una passeggiata con perdite minime e saltuari scontri armati. I partigiani vicentini avevano liberato la loro terra.
Giancarlo Zorzanello

MORALITÀ DELLA RESISTENZA

Ercole Ongaro, direttore dell’Istituto per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea di Lodi, ci invia questo contributo sui valori che sono stati alla base della guerra di Liberazione:


Nella storia dei popoli, seppur raramente, ci sono momenti di sorprendente risveglio: risveglio delle coscienze, del senso di umanità, dopo anni di subordinazione, di opportunismo, di passività. Così è avvenuto con la Resistenza.
Avvenne che una generazione costretta alla sottomissione e all’obbedienza silenziosa scelse di mettersi in ascolto della propria coscienza, di assumere come orientamento delle scelte la propria umanità; comprese che l’autentico modo di salvare se stessi è di avere a cuore anche la salvezza degli altri. L’essenza della Resistenza è stato scegliere di restare umani, di aprirsi a chi era nel pericolo e domandava aiuto.
Per questo la Resistenza è un evento che deve restare per noi un momento di confronto, fonte di valori: da evento storico dobbiamo trasformarla in categoria e valore permanente: contro chi resistere va ricercato e scoperto da ogni persona e da ogni generazione, anche fuori dall’emergenza di una guerra civile e di una occupazione militare, nella quotidianità antieroica e anonima del nostro tempo: ricordando che è il “per che cosa” si è vissuti che fa differenti perfino i morti, ricordando che sono i valori per i quali scegliamo di vivere che ci accomunano ai militanti del nazifascismo oppure agli uomini e alle donne della Resistenza: di questi quindi vogliamo fare viva memoria e realizzare i valori per i quali essi hanno lottato. Questi valori sono in primo luogo la libertà, la democrazia, la solidarietà, la giustizia, la pace.
Ercole Ongaro

Dialogo tra Giorgio Sala e Sandro Pupillo

Sandro Pupillo, Consigliere comunale del gruppo Da adesso in poi – Civici per Vicenza, ci ha inviato questo contributo video nel quale dialoga con l’ex sindaco di Vicenza Giorgio Sala, riflettendo sulla storia a partire dalla Guerra di Liberazione fino alla pandemia di questi giorni e sul domani che non sarà più come ieri:

LA LIBERAZIONE

Sabato 25 Aprile ricorre il 75° compleanno dell’Italia libera e democratica. Infatti il 25 Aprile 1945 scoppiò l’insurrezione popolare delle città e delle regioni del Nord che vide insieme civili e partigiani impegnati nella battaglia finale per cacciare dal nostro Paese i tedeschi invasori e farla finita con i fascisti della R.S.I., schierati con i nazisti, fautori di una dittatura feroce e vendicativa.

La sollevazione patriottica era stata preparata da venti mesi di Resistenza civile ed armata contro i nazifascisti, condotta dai partigiani (uomini e donne, operai, contadini, montanari, intellettuali, militari) “combattenti per la libertà e la giustizia”, sostenuti dalle popolazioni dell’Italia Centrale e Settentrionale a prezzo di tanti sacrifici e rappresaglie, guidata dai partiti antifascisti (PLI, DC, Pd’A, PSI, PCI, P. del Lavoro) riuniti nel Comitato di Liberazione Nazionale, appoggiata da una buona parte del clero, favorita da oltre seicentomila soldati e ufficiali italiani rinchiusi nei campi di concentramento che rifiutarono di combattere con Hitler e con Mussolini, “attesa” dignitosamente da decine di migliaia di deportati superstiti nei campi di sterminio.

Il 25 Aprile 1945, con la sconfitta dei nazifascisti, ha segnato un punto di svolta irreversibile nella storia della nostra Patria perché ha determinato la conquista della pace, della libertà e della democrazia, l’avvio di un grandioso “processo” politico e democratico per la costruzione di una società più giusta, più aperta ai “bisogni” delle classi popolari; l’adozione del suffragio universale nelle competizioni elettorali; la scelta della Repubblica al posto della Monarchia; la votazione dell’Assemblea Costituente che, nel libero confronto delle idee e dei progetti delle Forze politiche antifasciste, è pervenuta all’approvazione della Carta Costituzionale, la quale è il fondamento della convivenza civile dei cittadini e delle Istituzioni.

La Liberazione ha acceso grandi speranze nelle attese delle classi lavoratrici (proletarie, contadine, intellettuali), spesso procrastinate e deluse dalla forze della conservazione e dalle forze moderate. La nostra Costituzione, tuttavia, frutto della “saggezza” dei Padri Costituenti, esprime un programma aperto e fecondo di legittime aspirazioni di riforma della società democratica, di grande attualità sulle questioni del lavoro, dell’uguaglianza dei cittadini, della formazione, della cultura, della ricerca, della dignità di ogni persona, della libertà di impresa e della pace.

E’ la Costituzione che ispira, guida e garantisce i cittadini che intendono, con l’esercizio del metodo democratico, costruire una società più giusta per tutti.
Nell’esplosione dell’emergenza sanitaria ed economica provocata dal Covid 19, emerge con grande vigore il bisogno generale di un maggiore rispetto della vita di ogni essere umano, della dignità di ogni persona, come di una indispensabile necessità di solidarietà, di condivisione e di unità fra gli uomini e le nazioni.

La pandemia diffusa in tutti gli strati della popolazione ha scosso dalle fondamenta le strutture sanitarie e anche quelle economiche. Ha reso evidenti le contraddizioni, le storture e i limiti del liberismo estremo, promosso negli USA quarant’anni fa dal presidente Reagan e nel Regno Unito in Europa dalla premier inglese Thatcher. L’esaltazione del libero mercato senza regole, dell’individualismo, dell’egoismo, della privatizzazione del profitto e della socializzazione delle perdite ha causato la precarietà nell’occupazione, l’indebolimento e l’arretramento sociale dei ceti medi, accentramento delle ricchezze nelle mani di pochi e l’impoverimento di grandi masse, private pure di diritti essenziali.

Oggi, di fronte al coronavirus che minaccia l’esistenza di ogni persona e la paralisi dell’economia, si riscopre il valore del “pubblico”, si richiede l’intervento dello Stato per la “ricostruzione”, si comprende il valore dello stato sociale (sistema sanitario nazionale, sicurezza nel lavoro, garanzia della previdenza e dell’assistenza, livello della formazione, dell’istruzione, della ricerca, della cultura).

Dalla società democratica sta emergendo una grande volontà di reazione alla minaccia che incombe sull’umanità; intere categorie sono impegnate in prima linea negli ospedali e nei servizi principali; la pratica della solidarietà ha mosso tutti gli strati sociali; riprendono il loro significato autentico e concreto i valori della fraternità, dell’uguaglianza, della solidarietà, della dignità di ciascuna persona.

C’è un nesso sostanziale tra la Resistenza che ha maturato la vittoria del 25 Aprile e della Liberazione e l’impegno cui sono chiamati tutti per sconfiggere la pandemia del Covid 19.

Un famoso canto internazionale, fatto proprio dai partigiani, diceva:
«La nostra Patria è il mondo intero,
la nostra legge è la libertà,
solo un pensiero, salvar l’umanità»

Oggi si tratta di dare continuità e forza ad una nuova Resistenza per salvaguardare tutte le Nazioni. l’Europa e l’Italia dal terribile flagello che le ha pervase e per gettare le basi di una società rinnovata più solidale, più giusta e libera, rispettosa della dignità di ogni cittadino, delle fonti di energia, della natura, dell’ambiente e di uno sviluppo sostenibile, delle speranze e dei sogni delle giovani generazioni.

Mario Faggion

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