Il problema del confine orientale italiano nel novecento

Dalla prima guerra mondiale al fascismo

La fine vittoriosa della guerra e il Patto di Londra portarono il Regno d’Italia a concludere il proprio processo di unificazione nazionale inglobando tutti i territori dell’Alto Adriatico, con circa mezzo milione di slavi. Secondo Kacin Wohinz la popolazione allogena, come era chiamata ufficialmente dalle istituzioni italiane, era formata da 327.000 sloveni e 152.000 croati, oltre ai circa 34.000 sloveni veneti (cittadini italiani già dal 1866). Un quarto del popolo sloveno e un consistente numero di croati diventarono sudditi del regno d’Italia. Il nazionalismo italiano però non fu appagato dai guadagni territoriali ratificati dal trattato di pace. L’occupazione della città libera di Fiume da parte degli Arditi guidati da Gabriele D’Annunzio esemplifica la svolta imperialista ed espansionista italiana, precorrendo la politica estera del regime fascista.
L’esito della guerra aveva in serbo per gli italiani i frutti amari del dissanguamento patito dalle popolazioni delle campagne e delle città che portarono alle rivolte e alle lotte tra il ‘19 e il ‘21. Il più acerbo di questi frutti fu l’avvento sulla scena politica nazionale del Fascismo, fino all’assunzione della guida del governo nel 1922 da parte di Benito Mussolini.
Nel confine orientale, teatro di sanguinosissime battaglie, la penetrazione fascista ebbe la connotazione di “fascismo di frontiera” secondo la definizione di Anna Vinci. Esso si esprimeva con l’epica e la retorica della guerra per la ‘difesa del confine nazionale’. Il fascismo espresse ampiamente atteggiamenti aggressivi e xenofobi verso coloro che considerava i nemici esterni della Venezia Giulia: serbi, croati e soprattutto sloveni. Vi erano poi anche nemici interni nei nuovi territori acquisiti nello Stato nazionale e nelle comunità storicamente conviventi nel litorale adriatico: croati e sloveni, cui una particolare attenzione fu data visto il loro grande numero. Lo squadrismo giuliano esasperò con particolare foga i concetti nazionalistici, manifestando come segno di forza, sicurezza e potenza l’omogeneità nazionale conquistata con la guerra del 15-18. Francesco Giunta fu il fascista protagonista degli eventi eversivi giuliani che si attuarono nel 1920 con l’incendio della “Narodni dom”, sede delle principali associazioni slovene, attuato nel centro della città di Trieste. Lo squadrismo fascista, appoggiato dall’atteggiamento delle autorità militari verso le cosiddette popolazioni allogene, fu rivolto soprattutto contro gli slavi. Gli atti di violenza si estesero a Pola e aPisino e furono il cambio di passo e la chiara fusione tra le istanze violente postbelliche, rappresentate dal fascismo, e quelle rappresentate dalla borghesia liberale che nello Stato italiano come nella Venezia Giulia non era più in grado di rispettare le tradizionali regole di convivenza sociale e politica. Dal ’22 in avanti questi metodi verso gli slavi furono i metodi dello Stato fascista. Con l’affermazione del principio nazionalista l’obbiettivo divenne la negazione delle nazionalità slovena e croata fino alle conseguenze più estreme. L’Italia fascista divenne protagonista di tutti i contrasti, anche i più storicizzati, tra italiani e slavi. Nell’Istria, nella Dalmazia e nei territori sloveni inglobati la diversità fu oggetto di esclusione fino all’odio. Nel territori giuliano-dalmati oltre alle leggi speciali introdotte a partire dal ‘26, quando il fascismo si fece regime, furono applicati provvedimenti che avevano lo scopo esplicito di annichilire le nazionalità non italiane. È da questa fase in avanti che Anna Vinci e altri storici ci parlano di bonifica del territorio da chi non è italiano.

Italiani e slavi nella Trieste asburgica Le persecuzioni fasciste