A.N.P.I. Vicenza

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IMI 101152

Giuseppe Casarotto ci ha inviato questo scritto in onore del padre Spartaco, che fu uno dei 600.000 internati militari italiani:

Vorrei ricordare mio padre Spartaco, internato nei campi di concentramento del Terzo Reich. All’indomani dell’armistizio molti soldati e ufficiali optarono per una «resistenza disarmata, ma non inerme e inefficace» e accettarono l’idea di sopportare fame, privazioni e vessazioni per mantenere intatta la propria dignità di uomini e di militari. Nei
diario mio padre annota il travaglio di quel periodo (i ricordi erano fame e freddo).
Dal diario di Spartaco Casarotto IMI 101152 (di prossima pubblicazione)
6/11/43 il NO a Salò

Il treno ha corso quasi tutta la notte. All’alba stiamo percorrendo una grande landa
fredda e incolta. Oggi fa molto freddo, ora sono le 11 e la brina non s’è ancora sciolta. Anche
ora è suonato l’allarme aereo e noi siamo sempre chiusi nel vagone da fuori. Alle 16 arriviamo nella cittadina di Meppen nei cui dintorni c’è il grande campo di concentramento e smistamento.
Da due giorni non ci danno nulla da mangiare, piove ed in queste condizioni, con lo zaino semi vuoto, dobbiamo fare più di 12 km a piedi. Sono arrivato al campo stremato, non pensavo di farcela, moltissimi sono caduti. Ci hanno subito inquadrati all’interno dei reticolati e un ufficiale tedesco, tramite un interprete, ci dice che in Italia, Mussolini è stato liberato dai tedeschi ed ha formato la Repubblica di Salò, perciò chi vuole andare in Italia a combattere viene liberato subito, trattato bene e dopo un breve periodo d’istruzione in Germania, viene mandato a casa in licenza per presentarsi poi sotto la Repubblica. Sono parole lusinghiere, ma non hanno scelto il momento adatto, nessuno si fa avanti e siamo più di mille uomini.
I tedeschi sono rimasti male, non si aspettavano questa dimostrazione, loro sono ancora convinti di vincere la guerra.
8/11/43 inizia il Lager
In questa baracca siamo circa 500, molto stretti, ma riposiamo lo stesso perchè siamo ancora molto stanchi per il viaggio; il problema è che di notte al buio, per andare alla ritirata si calpesta per forza qualcuno, allora sono grida e parolacce.
Dicono che ci lasceranno solamente una coperta, così stamattina ne ho tagliata una e mi sono fatto un sottocappotto, perchè la brutta stagione qui non sarà molto piacevole. Ci hanno fatto la rivista e a me non hanno levato molto: una tuta blu da meccanico, il telo da tenda, la borraccia e 250 kune. Siamo passati poi per la immatricolazione, a me hanno dato il n. IMI 101.152 Stalag VI° C da oggi questo sarà il mio nome.
“ Non abbiamo vissuto come i bruti.
Non ci siamo rinchiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti.
Non abbiamo mai dimenticato di essere uomini civili, uomini con un passato e un avvenire.
Ognuno si trovò improvvisamente nudo: tutto fu lasciato fuori da reticolato e ognuno si ritrovò soltanto con le cose che aveva dentro. Con la sua effettiva ricchezza o con la sua effettiva povertà.
E ognuno diede quello che aveva dentro e che poteva dare, e così naque un mondo dove ognuno era stimato per quello che valeva e dove ognuno contava per uno.
Fummo peggio che abbandonati, ma questo non bastò a renderci dei bruti: con niente ricostruimmo la nostra civiltà.Sorsero i giornali parlati, le assemblee, la chiesa, il teatro, i concerti, lo sport, l’artigianato, i servizi, gli annunci economici,la biblioteca, il centro radio, il
commercio …
Non abbiamo vissuto come bruti:costruimmo noi, con niente, la Città Democratica.
E se, ancora oggi, molti dei ritornati guardano sgomenti la vita di tutti i giorni tenendosene al margine, è perchè l’immagine che essi si erano fatti, nel Lager, della Democrazia, risulta
spaventosamente diversa da questa finta democrazia che ha per centro sempre la stessa logica degli intrighi…”
dall’introduzione “DIARIO CLANDESTINO 43-45” Guareschi G.

LA LIBERAZIONE DEL VICENTINO.

Giancarlo Zorzanello ha scritto un articolo sulla liberazione del vicentino durante la fine di aprile e l’inizio di maggio del 1945:

Era un mercoledì e la giornata si presentava piuttosto piovigginosa, però, nonostante questo giorno sia ricordato come quella della liberzione dal nazifascismo,nel vicentino non successe nulla di particolare. La provincia era infatti ampiamente e sistematicamente presidiata sia dalla Wehrmacht sia dalle milizie armate della RSI. Basti pensare che a Recoaro era dislocato il Quartier Generale delle Armate tedesche in Italia; a Valdagno aveva trovato sistemazione l’OVRA, la polizia segreta di Mussolini con il suo Archivio e il suo seguito di agenti e di spie; che sempre a Valdagno aveva sede il Gruppo Gamma della Decima Mas; che Montecchio Maggiore ospitava il Sottosegretariato alla Marina della RSI con un presidio di circa duecentocinquanta marinai e marò; che a Thiene era dislocata un’ intera divisione della Decima Mas agli ordini del generale Giuseppe Corrado; che a Bassano vi era una battaglione della Divisione alpina Monte Rosa, una delle quattro che erano state addestrate in Germania. Per di più con l’avanzare degli eserciti alleati lungo la penisola trovarono sistemazione nel vicentino le formazioni fasciste che si erano distinte nella lotta contro le brigate partigiane in Emilia Romagna e Toscana. A Padova e a Vicenza si era installata la Banda del maggiore Carità, famosa per le torture ai partigiani e ai patrioti, a Vicenza si sistemò la Brigata nera di Bologna, ad Arzignano/Tezze la XXIX Brigata nera di Faenza, a Thiene la Brigata Nera di Forlì.
Si può dire senza tema di esagerare che alla data del 25 aprile 1945 il vicentino era una delle province italiane con maggiore densità di truppe nazifasciste a presidio del territorio.
Certo, le conseguenze dell’offensiva alleata scatenata il 9 aprile 1945 e che aveva scardinato la Linea Gotica e costretto i tedeschi a ritirarsi oltre il Po, si potevano notare sulle strade del Veneto. Colonne di soldati tedeschi, laceri, affamati, demoralizzati cercavano un mezzo qualsiasi di trasporto e la via più breve per raggiungere la Germania. Però contemporaneamente passavano anche colonne di soldati tedeschi perfettamente equipaggiate ed organizzate e che sapevano esattamente quali erano le nuove posizioni che dovevano occupare e difendere. In ogni caso quel 25aprile del 45 nessuno sano di mente poteva nutrire dubbi sul fatto che la Germania avesse perso la guerra. Però, é anche da aggiungere che nessuno poteva prevedere come la guerra sarebbe terminata e nemmeno quando. Qualche giorno prima, infatti, il comandante delle armate tedesche in Italia il generale Heinrich von Vietinghoff aveva ordinato alle truppe il ripiegamento sulla linea dell’Alpenforstellung che correva a nord di Brescia-Verona-Vicenza.
L’Alpenforstellung (o ridotto alpino) occupava parte delle Alpi orientali italiane e di quelle meridionali austriache. Secondo il generale von Vietinghoff era una fortezza ben costruita e proporzionatamente di limitata estensione. Inoltre, sempre secondo il generale, le migliori e più coriacee truppe, le divisioni paracadutiste e quelle corazzate Panzer- Granadiere possedevano ancora consistenti capacità di combattimento per difendelo. Una battaglia disperata nelle Alpi sarebbe costato ancora tempo e sangue agli Alleati. Il feldmaresciallo Alexander, comandante delle truppe alleate in Italia, aveva previsto almeno due mesi di combattimento.
Che cosa fece fallire quel piano che prevedeva l’ultima resistenza tedesca sull’Alpenforstellung, dove non era escluso che perfino Hitler volesse trovare l’ultimo rifugio, con conseguenza facilmente immaginabili per i nostri paesi?
Secondo le ultime ricerche storiche 2 circostanze e cioé: 1) il comportamento incerto e contraddittorio del Comando delle truppe tedesche in Italia; 2) e anche, l’azione decisa efficace e tempestiva delle formazioni partigiane. Su queste due cause ci soffermeremo brevemente a continuazione per capire come avvenne la liberazione nella nostra provincia.
Il Comando delle truppe tedesche in Italia fin dal gennaio del ’45 si rese conto che non vi era nessuna possibilità di finire la guerra con successo e che perciò l’unica strada da percorrere era quella di trattare con gli Alleati una resa onorevole. I contatti erano iniziati in Svizzera giá alla fine del 44 per mezzo di intermediari e sotto la regia del comandante delle SS in Italia generale Karl Wolff. Purtroppo le trattative andarono per le lunghe, anche perchéWolff, scoperto, fu convocato a Berlino da Himmler e costretto a giustificarsi. Inoltre il generale Heinrich von Vietinghoff che nel marzo del ’45 aveva sostituito Kesselring nel comando delle truppe tedesche in Italia, si era mostrato incerto e poco convinto dell’iniziativa. Si arrivava così al 20 aprile del 1945.
«Verso le ore 10» riporta una relazione del Comando tedesco «avvenne un pesante bombardamento del Quartiere Generale di Recoaro. I bombardieri americani stesero un tappeto di bombe direttamente sugli edifici del Comando (….) Vi furono vent’otto tra morti e feriti.» Era un chiaro avvertimento degli Alleati sull’urgenza di riprendere le trattative ed arrivare a risultati conclusivi. Così infatti fu interpretato il bombardamento da parte del Comando tedesco. Due giorni dopo infatti, il 22 aprile 45, si riuniscono, sempre a Recoaro, i massimi responsabili militari e politici del Comando di occupazione tedesca in Italia: il generale Heinrich von Vietinghoff e il suo Stato Maggiore, il generale Wolff, comandante delle SS in Italia, l’ambasciatore presso la RSI Rudolf Rahn, il Gauleiter del Tirolo Franz Hofer. Ancora speravano in una resa condizionata. Tra l’altro il Gauleiter Hofer pone come condizione per la resa lo status quo per il Tirolo, possibilmente sotto la sua guida, fino alle decisioni della Conferenza di pace. Il che significava lasciare sotto il suo controllo anche le province di Trento, Bolzano e Belluno: pretesa ritenuta eccessiva anche dagli altri gerarchi tedeschi presenti a Recoaro.
In ogni caso il 22 aprile partono da Recoaro il colonnello von Swienitz e il gruppenführer SS Wener con le credenziali firmate per la resa. Purtroppo il tragitto da Recoaro a Caserta, sede del Quartier Generale alleato, attraverso la Svizzera, non era né semplice, né agevole, né corto. I plenipotenziari tedeschi raggiungono la destinazione il
28 aprile, cioè sei giorni dopo la partenza da Recoaro e firmano una resa senza condizioni il 29 aprile alle ore 14,00 che prevedeva la cessazione delle ostilità il 2 maggio alle ore 14,00. Prevedeva peró anche la ratifica del generale von Vietinghoff, non essendo state accettate dagli Alleati nessuna delle condizioni elaborate a Recoaro il 22 aprile. Quando però l’1 maggio i plenipotenziari tedeschi raggiungono Bolzano, dove nel frattempo si era trasferito da Recoaro il Quartier Generale delle truppe tedesche in Italia, per far firmare la resa, la situazione è del tutto cambiata. Il comandante delle Armate tedesche del Sud, generale Kesselring, da cui dipendevano anche le armate dislocate in Italia, venuto a conoscenza delle trattative di resa, destituisce il generale von Vietinghoff e il suo capo di Stato Maggiore generale Rottinger, sostituendoli con i generali Schultz e Wenzel, chenaturalmente non vogliono nemmeno sentire parlare di ratificare la resa senza condizioni firmata a Caserta. Per più di 24 ore nel Quartier Generale di Bolzano vi è uno scontro molto duro tra ufficiali che vogliono mantenersi fedeli fino alla fine a Kesselring, e perciò a Hitler, e coloro che vogliono ratificare la resa di Caserta prima del 2 maggio, come richiesto dagli Alleati. Fortunatamente alle ore 23,00 dell’1 maggio arriva la notizia della morte di Hitler e così il Generale von Vietinghoff, reintegrato nel suo comando, il 2 maggio ’45 ratifica la resa di Caserta, determinando la fine delle ostilità in Italia.
Ci siamo soffermati abbastanza dettagliatamente sulle indecisioni e sui contrasti del Comando tedesco dal 22 aprile al 2 maggio perché: 1º – i fatti sono ancora poco conosciuti, dato che solo ultimamente (storicamenteparlando) sono state tradotte e pubblicate le memorie del Generale von Vietinghoff e del suo Capo di Stato Maggiore generale Rottinger; 2º – : perché sono fatti che accaddero in gran parte nelle nostre zone; 3º: per capire la sensazione d‘incertezza, instabilità, confusione che si diffuse tra le truppe tedesche, quando, ritiratesi dal Po, tentarono di prendere posizione e di resistere nell’Alpenforstellung. Proprio in questa delicata transizione furono attaccate, perseguite, molestate con tutti i mezzi e tutti i modi dalle formazioni partigiane, dalla popolazione e perfino da alcune formazioni della Rsi, leste nel cambiare schieramento prima che fosse troppo tardi.
Dal canto loro le formazioni partigiane del Veneto vennero a conoscenza che il Corpo Volontari della Libertà aveva proclamato l’insurrezione nazionale alle ore 8 del 26 aprile per mezzo di radio Milano: «in queste ore il mondo vi guarda» diceva il suo bollettino «nel nome dei nostri martiri date prova del vostro valore e dimostrate di essere degni della libertà per la quale avete tanto combattuto e sofferto.»
Da quel momento le truppe tedesche e fasciste sia in ritirata dal Po sia di presidio nella regione non ebbero un momento di pace e non furono più al sicuro in nessun luogo del Veneto. Particolarmente attive e combattive furono le formazioni partigiane di montagna, del resto rifornite di armi ed esplosivi dagli Alleati nei giorni precedenti il 25 aprile, dato che ben conoscevano i piani dei tedeschi di resistere nell’Alpenforstellung.
Il primo presidio tedesco, secondo le nostre ricerche, ad arrendersi ai partigiani del Veneto fu quello di San Giovanni Ilarione. Nelle notte tra il 25 e il 26 aprile i partigiani dei Battaglioni Gian Della Bona e Perseo della Brigata Stella scesero dai monti in paese con l’intenzione di vendicare due loro compagni uccisi dai tedeschi in contrada Fusa. Circondarono le scuole elementari, dove era installato il presidio tedesco composto da una cinquantina di soldati agli ordini di un Maggiore. Aprirono un fuoco infernale, appoggiato anche da colpi di bazooka. E verso le tre del mattino il presidio si arrendeva.
Anche il presidio di Valdagno composto da più di trecento soldati non esisteva più verso alle tre del pomeriggio del 26 aprile. Quasi sicuramente però, in questo caso,
intervenne la mediazione del vicecomandante della Polizia della Rsi, Guido Leto, che aveva il suo Quartier generale proprio a Valdagno, quanto mai attento a saltare nel momento opportuno sul carro dei vincitori.
Le truppe tedesche perciò che dal 26 aprile si inoltrarono sui Lessini per aprirsi la strada per la Germania o per installarsi nell’Alpenforstellung poterono farlo o catturando ostaggi civili o combattendo con perdite pesanti, dato che le formazioni partigiane conoscevano ogni palmo di terreno e sapevano dove era conveniente attaccare. Non vi è dubbio che le truppe tedesche subirono più perdite di uomini da parte dei partigiani durante i giorni della liberazione che durante i precedenti venti mesi di lotta. Però ci furono anche presidi tedeschi che resistettero e se ne andarono quando lo ritennero opportuno. E’ il caso di Schio, dove il locale presidio, appoggiato da una divisione tedesca proveniente dal Po, abbandonò il paese la notte tra il 29 e il 30 aprile, dopo aver firmato un accordo sulle modalità della ritirata con il comandante della divisione partigiane Ateo Garemi, Nello Boscagli.
Pure il 29 aprile si arrese la divisione della Decima Mas a Thiene. Il suo comanandante, generale Giuseppe Corrado, raggiunse un accordo con il vicecomandante della divisione partigiana Ortigara, Angelo Fracasso, dato che due giorni prima il comandante e il commissario di questa divisione, rispettivamente Giacomo Chilesotti e Giovanni Carli, insigniti poi di Medaglie d’Oro al valore partigiano, erano stati fucilati dai tedeschi a Longa di Schiavon.
E’ impossibile seguire quello che successe nelle nostre zone durante i giorni della liberazione, dato che le modalità della lotta, l’organizzazione dei partigiani, il passaggio dei poteri nei paesi e nelle città cambiarono da luogo a luogo e secondo modalitá diverse. Quello che si può affermare senza paura di esagerare è che questa lotta senza quartiere, con tutti i mezzi e in tutte le forme, sostenuta dalla popolazione civile, contribuì a disorientare, confondere le truppe tedesche in ritirata dal Po, impedendo loro di installarsi nelle fortificazioni, già preparate, dell’Alpenforstellung. Per cui per le truppe alleate la conquista del vicentino e del Venetofu quasi una passeggiata con perdite minime e saltuari scontri armati. I partigiani vicentini avevano liberato la loro terra.
Giancarlo Zorzanello

TITTA

Titta si aggirava in quel piccolo pezzo di terra davanti alla casa. Aveva tagliato l’erba da poco e se lo guardava fiero, camminando avanti e indietro. Restava là ritto in piedi con lo Sten in mano, col caricatore inserito sulla sinistra della canna. L’arma l’aveva tenuta dopo la guerra, anche se tutti noi gli avevamo detto di consegnarla alle autorità. Non c’era stato verso.
Ora quel vecchio testardo, che si reggeva ancora bene sulle gambe, era attento a qualsiasi rumore che provenisse dal bosco. A volte capitava che finché eravamo tutti ospiti da lui, si alzasse d’improvviso, prendesse dalla cassapanca il mitra e corresse fuori a controllare. Anche noi nipoti lo prendevamo in giro richiamandolo dentro: “Dai nonno non c’ è nessuno!”. Le donne del paese pensavano che stesse lentamente perdendo il senno, anche se di fatto non era mai stato uno dal carattere semplice.
Era fine novembre, il tempo degli accoppiamenti dei cinghiali, e piu’ di qualche grosso maschio correva e scavava col muso il terreno davanti alla casa. Al Titta avevano consigliato di tirare, a quel grosso cinghiale con un fucile “sovrapposto”, ma il vecchio capo partigiano preferiva il suo Sten.
“È infallibile con la sua raffica fino ai venti trenta metri. Te lo posso garantire. Non mi interessa colpire la bestia oltre quella distanza. La voglio sentire vicina. “Ogni tanto sparava anche di notte, dalla camera da letto al secondo piano della casa, svegliando parte del paese. Gli pareva di sentire il branco muoversi e grufolare nella sua terra, ma quelle volte usava la doppietta. “Li voglio solo allontanare” ci diceva sorridendo. Mio padre aveva qualche dubbio sull’efficacia di quei tiri dalla finestra, e soprattutto col buio, ma non osava contraddirlo. “Papa’ la gente qui attorno si preoccupa, sente degli spari nella notte, si spaventano.”
Ormai era da tempo che quel cinghiale si aggirava allo scoperto, fuori dal bosco. Era spavaldo,col suo manto tutto nero, arrivava a sfidare il nonno quasi sull’uscio di casa. Proprio come nel racconto di Mellville: Acab e Moby Dick lassu’ in collina tra le vigne e il bosco. Gli occhi e la mente di Titta rivedono spesso vecchie storie di guerra, che ci ha raccontato mille volte. E’ qualcosa che si ripete nella sua mente all’infinito, come un ingranaggio inceppato.
“Non si deve andare…” ripete a volte da solo.
“Ma Titta è un’intera divisione di fascisti che si vuole arrendere; vogliono solo incontrarci per consegnarci le armi.”
“Scolteme ben, che i vegna fora uno par volta da la caserma”.
“Hanno perso la guerra no? E’ finita per loro.”
“Appunto. E’ una trappola!”
La bestia si muove al crepuscolo per confondersi nell’oscurita’. È pronto ad attaccare, deciso a vendere cara la pelle fino all’ultimo giorno di quella guerra. Li fuori c’è Titta che lo aspetta col suo Sten carico. La luna tonda di luce ogni tanto è coperta dalle nuvole dando l’illusione del buio. Sono uno contro l’altro, anche se il nemico è ancora troppo lontano. In questi casi bisogna aver pazienza e sangue freddo. “La prima raffica xe quea piu’ importante, ricordate sempre”. I due nemici si annusano, si sentono, pronti a scattare per primi. Titta si alza in piedi e scarica i trentadue colpi del suo Sten a raffiche di quattro colpi “seno’ el parabeo te scampa via.” La bestia enorme fa solo pochi metri, poi crolla sotto il suo stesso peso. Davanti al Titta, che appoggia l’arma fumante sulla spalla , esala rumorosamente l’ultimo respiro.
“Quel maledetto giorno non si doveva andare…”

Dedicato a Giovanni Carli“Ottaviano” ; Giacomo Chilesotti “Nettuno-Loris”; Attilio Andreeto “Sergio”

Cosimo Melanotte

LA RESISTENZA ETICA DELLE DONNE

La mia riflessione sulla “Resistenza delle donne” in occasione del 25 Aprile 2020 prende spunto da un libro di Valeria Babini, uscito di recente per le edizioni La Tartaruga di Milano, intitolato Parole armate. Le grandi scrittrici del Novecento italiano tra Resistenza ed emancipazione (Milano, La Tartaruga, 2018, pp. 280).
Un libro che mi ha intrigato fin dal titolo perché mi provocava su una tematica che da qualche anno occupa la mia mente e su cui ho riflettuto, seppur in maniera ancora non sistematica e ho condiviso parte delle mie riflessioni in qualche evento pubblico. Procedendo nella lettura, mi sono venute incontro le scrittrici che hanno scandito il mio viaggio dentro la scrittura delle donne, e in parte anche il mio percorso di formazione e che, con modalità diverse, la Resistenza l’avevano vissuta o vista molto da vicino:
1. Natalia Ginzburg, moglie di Leone Ginzburg, avvicinata all’età di dodici anni attraverso quel volumetto magico che era stato per me Le piccole virtù, di cui conservo ancora la prima edizione Einaudi con le sottolineature e le annotazioni della mia scrittura un po’ infantile, e a seguire Lessico famigliare, sempre nella prima edizione Einaudi.
2. Anna Banti con la sua Artemisia e la scoperta del “lavoro congeniale” per una donna.
3. Alba De Cespedes con il romanzo Dalla parte di lei, scoperta per me un po’ tardiva ma non meno affascinante e coinvolgente.
Il lavoro di Valeria Babini è andato a toccare delle corde sensibili, ha fatto risuonare dentro di me temi e nomi condivisi, soprattutto per le problematiche affrontate nel capitolo primo, Un’altra Resistenza, e nel capitolo terzo, Il dovere di parteggiare.
Partiamo dalla riflessione su Un’altra Resistenza: è importante riflettere ed avere consapevolezza che nel «lungo inverno» dell’occupazione tedesca «le donne hanno partecipato alla lotta di Liberazione e alla Resistenza […] nei modi più diversi» e soprattutto che «non tutte hanno imbracciato le armi. Alcune di loro hanno scritto, parlato alla radio, istigato al sabotaggio, alla rivolta contro il nazifascismo: insomma hanno usato le parole come armi» (p. 9). Personalmente non condivido questa assimilazione ‘parole’//‘armi’, perché le parole possono ferire ma non uccidere, le armi invece uccidono sempre! Condivido invece la sottolineatura sulla partecipazione attiva delle donne alla Resistenza attraverso la parola, la formazione delle coscienze, l’assunzione di consapevolezza e le varie forme di disobbedienza, di non collaborazione, di resilienza.
Accanto alla Resistenza ‘agita’, quella delle staffette partigiane, delle donne con il mitra in mano, di cui negli ultimi decenni sono state raccolte numerose e importanti testimonianze e storie di vita, c’è stata una Resistenza ‘del pensiero’, nata da un’impellente necessità, da un impulso morale a stare dalla parte dell’umanità, della libertà e della giustizia: «Mi sembra che qualcosa per la battaglia e per le armi non possiamo fare, ma qualcosa per la nuova coscienza dell’italiano (e dell’italiana) sì» (Dal diario di Alba De Cespedes, del 6 agosto 1943).
Babini, in linea con altri storici, parla in proposito, opportunamente, di “Resistenza civile”, ma io parlerei anche di “Resistenza etica”. E provo a spiegarvi perché, proprio partendo dal caso Alba De Cespedes che dal 1 dicembre 1943 conduce una rubrica radiofonica, “La voce di Clorinda” da Radio Bari, per tenere i collegamenti e inviare messaggi agli Italiani e alle Italiane che vivevano nelle zone ancora controllate dai Tedeschi, infondendo loro coraggio e facendo sentire una vicinanza morale e civile.
Mi sono interrogata su che “tipo di resistenza” sia quella che De Cespedes racconta attraverso il personaggio di Alessandra nel suo romanzo lungo Dalla parte di lei, pubblicato da Mondadori nel 1949.
Il romanzo Dalla parte di lei non vuole costruire miti, anzi cerca di de-eroicizzare la resistenza; soprattutto è un romanzo che – per primo e forse unico – racconta la resistenza dalla parte di lei, di una donna che arriva all’impegno civile attraverso un percorso di assunzione di consapevolezza non ideologico, bensì personale, individuale, intimo, quasi mistico. Nel mettersi al mondo Alessandra scopre l’amore e poi – progressivamente – scopre che la vera felicità non può essere un fatto singolare, privato, bensì deve passare attraverso la relazione con l’altro e con la polis. Il suo “mettersi nel mondo” con la scelta conseguente di “agire” per il bene di tutti è una modalità etica per capire l’altro/gli altri e sforzarsi di capire è già un modo di amare.
Nelle narrazioni del «lungo giorno», che copre il periodo dall’8 settembre 1943 al giugno 1944, non ci sono eventi eclatanti, eroici e/o drammatici, non si raccontano imprese: al centro troviamo due donne che, per la prima volta, dialogano tra loro e cercano di capirsi, di mettere in parola sentimenti e paure, di dare voce all’«intelligenza del sentire» e anche dell’agire (nascondere i documenti nel vaso di gelsomino, depistare i tedeschi, ecc.). La protagonista nomina due modi di sentire e di vivere l’amore e di lavorare a costruire la felicità pubblica e privata: «Siamo arrivati alle stesse conclusioni attraverso strade diverse. La mia è stata più lunga e non credo di sbagliare dicendo che è stata anche più difficile: ma adesso bisogna che lui capisca me» (p. 474). E aggiunge: «Mi pareva che il solo modo di raggiungerlo fosse quello di lavorare insieme, pur di lontano» (p. 476).
Tralascio qui il discorso sul romanzo L’Agnese va a morire di Viganò perché parte da presupposti molto diversi e, pur essendo scritto da una donna, appartiene a quel ricco filone della memorialistica post-resistenziale già ampiamente studiata.
Facciamo invece un passo indietro: nel 1946, a guerra appena conclusa, si tiene a Ginevra un Rencontre internationale sul tema dell’«Esprit européen». Gianfranco Contini se ne fa singolarissimo reporter, e, «critico […] nelle spoglie del cronista», ne fa uno scrupoloso resoconto nelle pagine della «Fiera letteraria». A proposito dell’esperienza resistenziale appena conclusa Contini annota:
La Resistenza è stata molte cose: ci saranno entrati spirito d’avventura, forza maggiore e infiniti altri ingredienti; ma è stata soprattutto impulso religioso. Ciò almeno vale per la gioventù italiana. […] La Resistenza coltivava una libertà per poterla sacrificare a un oggetto che ne decidesse degno, come sa chi ama o compie atti politici o pratica vita religiosa.

Quasi vent’anni dopo, nel 1964 esce il libro di Luigi Meneghello, I piccoli maestri, che l’autore presenta così: «Nel mio libro ho voluto registrare la posizione morale di un piccolo gruppo di partigiani vicentini, che eravamo poi io e i miei amici, come esempio di una merce di cui non c’è molta abbondanza nel nostro paese, la fede nell’autonomia assoluta della coscienza individuale. L’esperienza di questa singolare squadretta, frutto della scuola di un ignorato maestro, mi era sembrata, retrospettivamente, paradigmatica». E nella prefazione alla seconda edizione del 1976, precisa meglio: «Questo libro […] è stato scritto con un preciso proposito civile e culturale. […] Ho voluto in sostanza esprimere un modo di vedere la Resistenza che differisce radicalmente da quello divulgato (e non penso solo ai discorsi e alle celebrazioni ufficiali) – e cioè in chiave anti-eroica».

Eccola la “Resistenza etica” che il lavoro di Babini mette in evidenza e valorizza rileggendo e riscoprendo pagine dimenticate o ignorate: non solo De Cespedes, ma anche Fausta Cialente, Natalia Ginzburg, Anna Garofalo, Marise Ferro e tante altre di cui finora non avevamo mai sentito parlare.
Una “Resistenza etica” di cui hanno consapevolezza anche le donne-partigiane. Lascio la parola a una di loro (Lina Tridenti) che nella sua testimonianza afferma:
«Fu una presa di coscienza, un momento di autocritica, e l’aprirsi alla speranza. Era giusto liberarsi dei tedeschi, era giusto … per costruire un mondo diverso» (Voci di partigiane venete, Verona, Cierre, 2016).
In queste parole troviamo: a) la consapevolezza di sé come soggetto storico e pensante (autocritica); b) la consapevolezza del presente, del tempo della speranza, delle grandi aspettative per il mondo nuovo che si voleva costruire tutti e tutte insieme.
Valeria Babini in questo percorso di ricerca, recuperando una grande mole di documenti e testimonianze spesso inedite, ci ha fatto conoscere, riportandola in vita e sottraendola così all’oblio, una “Resistenza etica” compiuta dalle donne attraverso la scrittura giornalistica, la radio e altre forme di “non collaborazione” o addirittura di “sabotaggio” nei confronti dell’occupante, ma in primis attraverso una presa di coscienza individuale, un mettersi al mondo e nel mondo come soggetto politico.

Adriana Chemello

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