A.N.P.I. Vicenza

Poesie sulla Resistenza

La Sezione cittadina di ANPI Vicenza per il 25 aprile propone una selezioni di poesie a tematica resistenziale:

CANTO DEGLI ULTIMI PARTIGIANI

Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell’acqua della fonte
La bava degli impiccati.
Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull’erba secca del prato
I denti dei fucilati.
Mordere l’aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d’uomini
Mordere l’aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d’uomini.
Ma noi s’è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l’hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.

Franco Fortini

QUEL GIOVANE TEDESCO

Quel giovane tedesco
ferito sul Lungosenna
ai piedi d’una casa
durante l’insurrezione
che moriva solo
mentre Parigi era urla
intorno all’Hotel de Ville
e moriva senza lamenti
la fronte sul marciapiede.
Quel fascista a Torino
che sparò per due ore
e poi scese per strada
con la camicia candida
con i modi distinti
e disse andiamo pure
asciugando il sudore
con un foulard di seta.
La poesia non vale
l’incanto non ha forza
quando tornerà il tempo
uccidetemi allora.
Ho letto Lenin e Marx
non temo la rivoluzione
ma è troppo tardi per me;
almeno queste parole
servissero dopo di me
alla gioia di chi viva
senza più il nostro orgoglio.

Franco Fortini

VALDOSSOLA

E il tuo fucile sopra l’erba del pascolo.
Qui siamo giunti
Siamo gli ultimi noi
Questo silenzio che cosa.
Verranno ora
Verranno.
E il tuo fucile nell’acqua della fontane.
Ottobre vento amaro
La nuvola è sul monte
Chi parlerà per noi.
Verranno ora
Verranno
Inverno ultimo anno
Le mani cieche la fronte
E nessun grido più.
E il tuo fucile cotto la pietra di neve.
Verranno ora
Verranno.

Franco Fortini

PER UN COMPAGNO UCCISO

Eri ogni ora dentro la quieta letizia
Dell’uomo che ha vinto i tiranni;
Non temevi gli inganni della nostra malizia
Non chiedevi più niente al tuo amore.
Sono cadute in profondo le città, dalle fosse
Ci chiedono pietà tutti i perduti morti
Ma tu levi il sorriso devotamente
Da altri tempi: e noi non piangiamo per te.
Noi condurremo i passi dei nostri figli
Sopra la terra, più lieve del tuo morire
E guideremo l’amore avvenire e il canto
Dov’hai amato per noi l’ultima volta.
Lo spino apre la gemma e l’acqua apre il mattino
Dentro il turchino di marzo, al nostro paese:
io ricordo per te parole antiche d’Italia
e fissano gli amici dai vetri la sera e la neve.

Franco Fortini

ALLE FRONDE DEI SALICI

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo ?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Salvatore Quasimodo

AI QUINDICI DI PIAZZALE LORETO

Esposito, Fiorani, Fogagnolo,
Casiraghi, chi siete? Voi nomi, ombre?
Soncini, Principato, spente epigrafi,
voi, Del Riccio, Temolo, Vertemati,
Gasparini? Foglie d’un albero
di sangue, Galimberti, Ragni, voi,
Bravin, Mastrodomenico, Poletti?
O caro sangue nostro che non sporca
la terra, sangue che inizia la terra
nell’ora dei moschetti. Sulle spalle
le vostre piaghe di piombo ci umiliano :
troppo tempo passò. Ricade morte
da bocche funebri, chiedono morte
le bandiere straniere sulle porte
ancora delle vostre case. Temono
da voi la morte, credendosi vivi.
La nostra non è guardia di tristezza,
non è veglia di lacrime alle tombe:
la morte non dà ombra quando è vita.

Salvatore Quasimodo

AUSCHWITZ

Laggiù, ad Auschwitz, lontano dalla Vistola,
amore, lungo la pianura nordica,
in un campo di morte: fredda, funebre,
la pioggia sulla ruggine dei pali
e i grovigli di ferro dei recinti:
e non albero o uccelli nell’aria grigia
o su dal nostro pensiero, ma inerzia
e dolore che la memoria lascia
al suo silenzio senza ironia o ira.
Tu non vuoi elegie, idilli: solo
Ragioni nella nostra sorte, qui,
tu, tenera ai contrasti della mente,
incerta a una presenza
chiara della vita. E la vita è qui,
in ogni no che pare una certezza:
qui udremo piangere l’angelo il mostro
le nostre ore future
battere l’al di là, che è qui, in eterno
e in movimento, non in un’immagine
di sogni, di possibile pietà.
E qui le metamorfosi, qui i miti.
Senza nome di simboli o d’un dio,
sono cronaca, luoghi di terra,
sono Auchwitz, amore. Come subito
si mutò in fumo d’ombra
il caro corpo d’Alfeo e d’Aretusa!
Da quell’inferno aperto da una scritta
Bianca: “il lavoro vi renderà liberi”
Uscì continuo fumo
Di migliaia di donne spinte fuori
All’alba dai canili contro il muro
Del tiro a segno o soffocate urlando
Misericordia all’acqua con la bocca
Di scheletro sotto le doccie a gas.
Le troverai tu, soldato, nella tua
Storia in forme di fiumi, d’animali,
o sei tu pure cenere d’Auschwitz,
medaglia di silenzio?
Restano lunghe trecce chiuse in urne
Di vetro ancora strette da amuleti
E ombre infinite di piccole scarpe
E di sciarpe d’ebrei: sono reliquie
D’un tempo di saggezza, di sapienza
Dell’uomo che si fa misura d’armi,
sono i miti, le nostre metamorfosi.
Sulle distese dove amore e pianto
Marcirono e pietà, sotto la pioggia,
laggiù, batteva un no dentro di noi,
un no alla morte, morta ad Auschwitz,
per non ripetere, da quella buca
di cenere, la morte.

Salvatore Quasimodo

MEMORIA

Gli uomini vanno e vengono per le strade della città,
comprano libri e giornali, muovono a imprese diverse.
Hanno roseo il viso, le labbra vivide e piene.
Sollevasti il lenzuolo per guardare il suo viso.
Ti chinasti a baciarlo con un gesto consueto.
Ma era l’ultima volta. Era il viso consueto,
solo un po’ più stanco. E il vestito era quello di sempre.
E le scarpe eran quelle di sempre. E le mani erano quelle
Che spezzavano il pane e versavano il vino.
Se cammini per strada nessuno ti è accanto,se hai paura nessuno ti prende per mano.
E non è tua la strada, non è tua la città.
Non è tu a la città illuminata. La città illuminata è degli altri,
degli uomini che vanno e vengono, comprando cibi e giornali.
Puoi affacciarti un poco alla quieta finestra
E guardare in silenzio il giardino nel buio.
Allora quando piangevo c’era la sua voce serena.
Allora quando ridevi c’era il suo sorriso sommesso.
Ma il cancello che a sera s’apriva resterà chiuso per sempre.
E deserta è la tua giovinezza, spento il fuoco, vuota la casa.

Natalia Ginzburg

LA RESISTENZA E LA SUA LUCE

Così giunsi ai giorni della Resistenza
senza saperne nulla se non lo stile:
fu stile tutta luce, memorabile coscienza
di sole. Non poté mai sfiorire,
neanche per un istante, neanche quando
l’ Europa tremò nella più morta vigilia.
Fuggimmo con le masserizie su un carro
da Casarsa a un villaggio perduto
tra rogge e viti: ed era pura luce.
Mio fratello partì, in un mattino muto
di marzo, su un treno, clandestino,
la pistola in un libro: ed era pura luce.
Visse a lungo sui monti, che albeggiavano
quasi paradisiaci nel tetro azzurrino
del piano friulano: ed era pura luce.
Nella soffitta del casolare mia madre
guardava sempre perdutamente quei monti,
già conscia del destino: ed era pura luce.
Coi pochi contadini intorno
vivevo una gloriosa vita di perseguitato
dagli atroci editti: ed era pura luce.
Venne il giorno della morte
e della libertà, il mondo martoriato
si riconobbe nuovo nella luce……
Quella luce era speranza di giustizia:
non sapevo quale: la Giustizia.
La luce è sempre uguale ad altra luce.
Poi variò: da luce diventò incerta alba,
un’alba che cresceva, si allargava
sopra i campi friulani, sulle rogge.
Illuminava i braccianti che lottavano.
Così l’alba nascente fu una luce
fuori dall’eternità dello stile….
Nella storia la giustizia fu coscienza
d’una umana divisione di ricchezza,
e la speranza ebbe nuova luce.

Pier Paolo Pasolini

PER I MORTI DELLA RESISTENZA

Qui
vivono per sempre
gli occhi che furono chiusi alla luce
perché tutti
li avessero aperti
per sempre
alla luce.

Giuseppe Ungaretti

PARTIGIA

Dove siete, partigia di tutte le valli,
Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?
Molti dormono in tombe decorose,
quelli che restano hanno i capelli bianchi
e raccontano ai figli dei figli
come, al tempo remoto delle certezze,
hanno rotto l’assedio dei tedeschi
là dove adesso sale la seggiovia.
Alcuni comprano e vendono terreni,
altri rosicchiano la pensione dell’Inps
o si raggrinzano negli enti locali.
In piedi, vecchi: per noi non c’e’ congedo.
Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sarà duro,
ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.
Ci guarderemo senza riconoscerci,
diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
perché nell’alba non ci sorprenda il nemico.
Quale nemico? Ognuno e’ nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non e’ mai finita.

Primo Levi

25 APRILE

La chiusa angoscia delle notti, il pianto
delle mamme annerite sulla neve
accanto ai figli uccisi, l’ululato
nel vento, nelle tenebre, dei lupi
assediati con la propria strage,
la speranza che dentro ci svegliava
oltre l’orrore le parole udite
dalla bocca fermissima dei morti
“liberate l’Italia, Curiel vuole
essere avvolto nella sua bandiera”:
tutto quel giorno ruppe nella vita
con la piena del sangue, nell’azzurro
il rosso palpitò come una gola.
E fummo vivi, insorti con il taglio
ridente della bocca, pieni gli occhi
piena la mano nel suo pugno: il cuore
d’improvviso ci apparve in mezzo al petto.

Alfonso Gatto

TU NON SAI LE COLLINE

Tu non sai le colline
dove si è sparso il sangue
Tutti quanti fuggimmo
tutti quanti gettammo
l’arma e il nome. Una donna
ci guardava fuggire.
Uno solo di noi
si fermò a pugno chiuso,
vide il cielo vuoto,
chinò il capo e morì
sotto il muro, tacendo.
Ora è un cencio di sangue
e il suo nome. Una donna
ci aspetta alle colline.

Cesare Pavese

E ALLORA NOI VILI

E allora non vili
che amavamo la sera
bisbigliante, le case,
i sentieri sul fiume,
le luci rosse e sporche
di quei luoghi, il dolore
addolcito e taciuto –
noi strappammo le mani
dalla viva catena
e tacemmo, ma il cuore
ci sussultò di sangue,
e non fu più dolcezza,
non fu più abbandonarsi
al sentiero sul fiume –
non più servi, sapemmo
di essere soli e vivi.

Davide Lajolo (“Ulisse”)

RASTRELLAMENTO

Lente vengono le donne
a piangere le fughe degli uomini
dai casolari incustoditi
e tra i capelli scarmigliati
le mani scarne inseguono
una tragedia inesausta.
I bimbi nei cortili solitari
si lamentano lentamente
come se cantassero; il cane
li ascolta dimenando la coda.
Gli uomini fuggiti nei boschi scavano le tane
nel silenzio implacabile
covano la vendetta.

Davide Lajolo (“Ulisse”)

NON PIANGERE COMPAGNO

Non piangere, compagno,
se m’hai trovato qui steso.
Vedi, non ho più peso
in me di sangue. Mi lagno
di quest’ombra che mi sale
dal ventre pallido al cuore,
inaridito fiore
d’indifferenza mortale.
Portami fuori, amico,
al sole che scalda la piazza,
al vento celeste che spazza
il mio golfo infinito.
Concedimi la pace dell’aria;
fa che io bruci ostia candida, brace
persa nel sonno della luce.
Lascia così che dorma: fermento
piano, una mite cosa
sono, un calmo e lento
cielo in me si riposa.

Giorgio Bassani

RAGAZZO PARTIGIANO

Shiva, ricordi?
Morì presto l’estate quell’anno.
E settembre venne con piogge
tristi
e falò di morte
sui colli digradanti
dolcemente
al piano
Braccati,
invano cercammo il sonno
al duro bivacco dell’alpe
nella radura
il vento gemeva
lungo nei boschi.
Ed era un’alba grigia,
ma alba era
al valico della Scagina,
dove oggi è nome
su pietra
il ragazzo che vagava ribelle
i giorni dell’ira.
Ricordi, Marcello?
L’estate morì presto quell’anno.

Bruno Anzolin

E FORSE NEPPURE

E forse neppure
Una breve sosta di odii.
Solo vieti abbandoni
Alla terra che dovremo lasciare.
La terra, nostro paese…
E’ di ieri il grido di altri
Morti sulla via del colle
In mezzo alle messi in fiore; di ieri
Il corpo sfracellato a colpi di clava
Sul margine dell’autostrada:
d’uno senza nome
che non si conta più.

David Maria Turoldo

NON PIÙ UN PROFETA CHE ANNUNZI

Non più un profeta che annunzi
Il Suo avvento a tutto il popolo;
non più la Sua bandiera
a raccogliere le mandre
dei sopravvissuti. Tutti
rassegnati alla sorte.
Ancora nel sangue l’abitudine
Di morte; ancora nel sogno
I pugni serrati. E nel giorno
La sorpresa d’essere
Vivi; e il bisogno
Delle parole violente.
Manca fra tutti un profeta di pace:
una selva di vessilli infiammati
è la piazza.
E sotto l’impaurito volo dei colombi
Il Duomo
È ritornato in pietra.

David Maria Turoldo

APRILE A SAN VITTORE

Grazie sien rese a ciechi
Iddii ridenti, che il poeta trassero
Di morte e dalla nera muda al gaio
Giorno del camerine dove cantano
I giovinetti partigiani.
Aprile
Dolce dormire, s’anche aspra s’ignora
Nelle bocche di lupo la sirena,
passa la conta, o sparano i tedeschi
sulle mura. Reclino
sul gomito piegato il mallo vergine
della capigliatura, dentro il sonno
fiducioso calati come in grembo
della madre al lontano
tempo dell’altra vita, oggi vi guardo,
miei quasi figli, fatti miei fratelli
da antica giovinezza che m’ha gonfio
il cuore all’improvviso, poi che il raggio
di miele della primavera cola
tra le sbarre, sull’impiantito stampa
riquadri luminosi, ed alle nostre
gracili vite a oscuro esito offerte
misura a lento passo eguale giorno.

Sergio Solmi

NON SA PIÙ NULLA, È ALTO SULLE ALI

Non sa più nulla, è alto sulle ali
Il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna.
Per questo qualcuno stanotte
Mi toccava la spalla mormorando
Di pregar per l’Europa
Mentre la Nuova Armada
Si presentava alla costa di Francia.
Ho risposto nel sonno: – E’ il vento,
il vento che fa musiche bizzarre.
Ma se tu fossi davvero
Il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna
Prega tu se lo puoi, io sono morto
Alla guerra e alla pace.
Questa è la musica ora:
delle tende che sbattono sui pali.
Non è musica d’angeli, è la mia
Sola musica e mi basta -.

Vittorio Sereni

ITALIANO IN GRECIA

Prima sera d’Atene, esteso addio
Dei convogli che filano ai tuoi lembi
Colmi di strazio nel lungo semibuio.
Come un cordoglio
Ho lasciato l’estate sulle curve
E mare e deserto è il domani
Senza più stagioni.
Europa Europa che mi guardi
Scendere inerme e assorto in un mio
Esile mito tra le schiere dei bruti,
sono un tuo figlio in fuga che non sa
nemico se non la propria tristezza
o qualche rediviva tenerezza
di laghi di fronde dietro i passi
perduti,
sono vestito di polvere e di sole
vado a dannarmi a insabbiarmi per anni.

Vittorio Sereni

LA PARTIGIANA NUDA

Dal Santo do batude longhe, fonde,
rompe la note carga de paura,
e da Palasso Giusti ghe risponde
un sigo spasimado de creatura.
Al fredo, drio dei scuri,
i padovani i scolta l’agonia dei partigiani.
El magio´r Carita` l’e` straco morto
de tira`r ostie e de fraca`r pestade:
coi oci sbiessi soto ’l ciufo storto
el se varda le onge insaguinade.
El buta ’n’altra simpamina in boca,
el se stravaca in te ’na gran poltrona
e po’l fissa la porta. A ci ghe toca?
La porta se spalanca : vie`n ’na dona.
Partigiana te si la me mama,
Partigiana te si me sorela,
Partigiana te mori con mi:
me insenocio davanti de ti.
Ela l’e` magra, tuta quanta oci,
coi labri streti sensa piu` colo´r,
ela l’e` drita anca se i senoci
trema`r la sente e sbatociarghe ’l cor.
« O partigiana se parlerai subito a casa tu tornerai »
« Son operaia sio´r capita`n e no so gnente dei partigia`n »
« O partigiana se tacerai per la Germania tu partirai »
« Son operaia sio`r capita`n e no so gnente dei partigia`n »
« O partigiana te spogliaro` e nuda cruda te frustaro` »
« El fassa pura quel che ghe par, son partigiana no voi parla`r »
Partigiana te si la me mama,
Partigiana te si me sorela,
Partigiana te mori con mi:
me insenocio davanti de ti.
Spai`si i oci nela facia bianca
la scruta intorno quela bruta gente:
fiapa la boca, sul sofa`, la Franca
la se impitura i labri, indifarente;
longo, desnosela` come Pinocio,
Trentanove el la fissa pie´n de voia
e Squilloni, sbronsado, el struca d’ocio
nel viso scuro e ransigna` da boia.
El carcerie´r Beneli, bagolo´n,
el scorla le manete, spirita`,
e dindona Goneli el so testo´n,
cargo de forsa e de stupidita`.
Ma Coradeschi, lustro e delicato,
el se co`moda a pia`n i bafetini
po’l lissa i cavei, morbidi e fini,
cola man bianca che a` copa` Renato.
Ghe se strossa el respiro nela gola:
l’e` piena de sassini quela stansa;
ela l’e` sola, tuta quanta sola,
sensa riparo, sensa piu` speransa,
e quando man de piombo le se vansa
par spoiarla, ghe vie`n la pele d’oca;
con un sguisso de schifo la se scansa:
« Me spoio da par mi, lu no’l me toca ».
Facia brusa, oci sbate, cor tontona,
trema i dei che desliga e desbotona:
so la co`tola, via la blusa slisa,
ghe resta le mudande e la camisa.
Camisa da solda` de vecia lana,
mudande tacona` de tela grossa…
Ride la Franca dala boca rossa:
«E` proprio molto chic la partigiana ».
Carita` el rusa: « Avanti verginella ».
El respiro dei masci se fa grosso.
Mentre la cava quel che la g’a` indosso
ela la pensa: « Almanco fusse bela …»
Ecola nuda, tuta quanta nuda,
che la querse la pansa cole mane.
Ride la Franca dala lengua cruda:
« Non si lavano mai le partigiane? »
Corpo che no conosse la caressa
e de cipria e de unguento e de parfumo,
pe`le che la s’a` fato mora e spessa
nel sudo´r, nela po´lvar e nel fumo.
Sgoba operaia, che te perdi el posto!
Cori stafeta, che se no i te ciapa!
ru`mega l’ansia che franfugna el sono
e intanto la belessa la te scapa.
La testa la ghe gira, ’na nebieta
ghe cala sora l’ocio spalancado:
l’e` tornada ’na pora buteleta
che l’orco nele sgrinfe l’a` ciapado.
No la sa dove l’e` … forsi la sogna …
la sava`ria con vose de creatura:
« Dame el vestito, mama, g’o` vergogna,
mama g’o` fredo, mama g’o` paura …»
Po’ la ride, coi brassi a pingolo´n
e co’ na facia stralossa`, de mata:
tuti quanti la varda e nissun fiata,
s’a` fato un gran silensio nel salon.
Su da tera la tol le so strassete,
la le spo´lvara a pia`n, la se le mete,
ogni tanto un sangioto… un gran scorlon
e gh’e` come un incanto nel salon.

Egidio Meneghetti

Il Bersagliere ha cento penne

Gianmaria Sberze ci ha inviato questo canto della Resistenza dell’Italia Settentrionale, testimoniato presente nell’Alto Vicentino durante la guerra di Liberazione (derivato da un precedente canto degli Alpini):

LA LIBERAZIONE DEL VICENTINO.

Giancarlo Zorzanello ha scritto un articolo sulla liberazione del vicentino durante la fine di aprile e l’inizio di maggio del 1945:

Era un mercoledì e la giornata si presentava piuttosto piovigginosa, però, nonostante questo giorno sia ricordato come quella della liberzione dal nazifascismo,nel vicentino non successe nulla di particolare. La provincia era infatti ampiamente e sistematicamente presidiata sia dalla Wehrmacht sia dalle milizie armate della RSI. Basti pensare che a Recoaro era dislocato il Quartier Generale delle Armate tedesche in Italia; a Valdagno aveva trovato sistemazione l’OVRA, la polizia segreta di Mussolini con il suo Archivio e il suo seguito di agenti e di spie; che sempre a Valdagno aveva sede il Gruppo Gamma della Decima Mas; che Montecchio Maggiore ospitava il Sottosegretariato alla Marina della RSI con un presidio di circa duecentocinquanta marinai e marò; che a Thiene era dislocata un’ intera divisione della Decima Mas agli ordini del generale Giuseppe Corrado; che a Bassano vi era una battaglione della Divisione alpina Monte Rosa, una delle quattro che erano state addestrate in Germania. Per di più con l’avanzare degli eserciti alleati lungo la penisola trovarono sistemazione nel vicentino le formazioni fasciste che si erano distinte nella lotta contro le brigate partigiane in Emilia Romagna e Toscana. A Padova e a Vicenza si era installata la Banda del maggiore Carità, famosa per le torture ai partigiani e ai patrioti, a Vicenza si sistemò la Brigata nera di Bologna, ad Arzignano/Tezze la XXIX Brigata nera di Faenza, a Thiene la Brigata Nera di Forlì.
Si può dire senza tema di esagerare che alla data del 25 aprile 1945 il vicentino era una delle province italiane con maggiore densità di truppe nazifasciste a presidio del territorio.
Certo, le conseguenze dell’offensiva alleata scatenata il 9 aprile 1945 e che aveva scardinato la Linea Gotica e costretto i tedeschi a ritirarsi oltre il Po, si potevano notare sulle strade del Veneto. Colonne di soldati tedeschi, laceri, affamati, demoralizzati cercavano un mezzo qualsiasi di trasporto e la via più breve per raggiungere la Germania. Però contemporaneamente passavano anche colonne di soldati tedeschi perfettamente equipaggiate ed organizzate e che sapevano esattamente quali erano le nuove posizioni che dovevano occupare e difendere. In ogni caso quel 25aprile del 45 nessuno sano di mente poteva nutrire dubbi sul fatto che la Germania avesse perso la guerra. Però, é anche da aggiungere che nessuno poteva prevedere come la guerra sarebbe terminata e nemmeno quando. Qualche giorno prima, infatti, il comandante delle armate tedesche in Italia il generale Heinrich von Vietinghoff aveva ordinato alle truppe il ripiegamento sulla linea dell’Alpenforstellung che correva a nord di Brescia-Verona-Vicenza.
L’Alpenforstellung (o ridotto alpino) occupava parte delle Alpi orientali italiane e di quelle meridionali austriache. Secondo il generale von Vietinghoff era una fortezza ben costruita e proporzionatamente di limitata estensione. Inoltre, sempre secondo il generale, le migliori e più coriacee truppe, le divisioni paracadutiste e quelle corazzate Panzer- Granadiere possedevano ancora consistenti capacità di combattimento per difendelo. Una battaglia disperata nelle Alpi sarebbe costato ancora tempo e sangue agli Alleati. Il feldmaresciallo Alexander, comandante delle truppe alleate in Italia, aveva previsto almeno due mesi di combattimento.
Che cosa fece fallire quel piano che prevedeva l’ultima resistenza tedesca sull’Alpenforstellung, dove non era escluso che perfino Hitler volesse trovare l’ultimo rifugio, con conseguenza facilmente immaginabili per i nostri paesi?
Secondo le ultime ricerche storiche 2 circostanze e cioé: 1) il comportamento incerto e contraddittorio del Comando delle truppe tedesche in Italia; 2) e anche, l’azione decisa efficace e tempestiva delle formazioni partigiane. Su queste due cause ci soffermeremo brevemente a continuazione per capire come avvenne la liberazione nella nostra provincia.
Il Comando delle truppe tedesche in Italia fin dal gennaio del ’45 si rese conto che non vi era nessuna possibilità di finire la guerra con successo e che perciò l’unica strada da percorrere era quella di trattare con gli Alleati una resa onorevole. I contatti erano iniziati in Svizzera giá alla fine del 44 per mezzo di intermediari e sotto la regia del comandante delle SS in Italia generale Karl Wolff. Purtroppo le trattative andarono per le lunghe, anche perchéWolff, scoperto, fu convocato a Berlino da Himmler e costretto a giustificarsi. Inoltre il generale Heinrich von Vietinghoff che nel marzo del ’45 aveva sostituito Kesselring nel comando delle truppe tedesche in Italia, si era mostrato incerto e poco convinto dell’iniziativa. Si arrivava così al 20 aprile del 1945.
«Verso le ore 10» riporta una relazione del Comando tedesco «avvenne un pesante bombardamento del Quartiere Generale di Recoaro. I bombardieri americani stesero un tappeto di bombe direttamente sugli edifici del Comando (….) Vi furono vent’otto tra morti e feriti.» Era un chiaro avvertimento degli Alleati sull’urgenza di riprendere le trattative ed arrivare a risultati conclusivi. Così infatti fu interpretato il bombardamento da parte del Comando tedesco. Due giorni dopo infatti, il 22 aprile 45, si riuniscono, sempre a Recoaro, i massimi responsabili militari e politici del Comando di occupazione tedesca in Italia: il generale Heinrich von Vietinghoff e il suo Stato Maggiore, il generale Wolff, comandante delle SS in Italia, l’ambasciatore presso la RSI Rudolf Rahn, il Gauleiter del Tirolo Franz Hofer. Ancora speravano in una resa condizionata. Tra l’altro il Gauleiter Hofer pone come condizione per la resa lo status quo per il Tirolo, possibilmente sotto la sua guida, fino alle decisioni della Conferenza di pace. Il che significava lasciare sotto il suo controllo anche le province di Trento, Bolzano e Belluno: pretesa ritenuta eccessiva anche dagli altri gerarchi tedeschi presenti a Recoaro.
In ogni caso il 22 aprile partono da Recoaro il colonnello von Swienitz e il gruppenführer SS Wener con le credenziali firmate per la resa. Purtroppo il tragitto da Recoaro a Caserta, sede del Quartier Generale alleato, attraverso la Svizzera, non era né semplice, né agevole, né corto. I plenipotenziari tedeschi raggiungono la destinazione il
28 aprile, cioè sei giorni dopo la partenza da Recoaro e firmano una resa senza condizioni il 29 aprile alle ore 14,00 che prevedeva la cessazione delle ostilità il 2 maggio alle ore 14,00. Prevedeva peró anche la ratifica del generale von Vietinghoff, non essendo state accettate dagli Alleati nessuna delle condizioni elaborate a Recoaro il 22 aprile. Quando però l’1 maggio i plenipotenziari tedeschi raggiungono Bolzano, dove nel frattempo si era trasferito da Recoaro il Quartier Generale delle truppe tedesche in Italia, per far firmare la resa, la situazione è del tutto cambiata. Il comandante delle Armate tedesche del Sud, generale Kesselring, da cui dipendevano anche le armate dislocate in Italia, venuto a conoscenza delle trattative di resa, destituisce il generale von Vietinghoff e il suo capo di Stato Maggiore generale Rottinger, sostituendoli con i generali Schultz e Wenzel, chenaturalmente non vogliono nemmeno sentire parlare di ratificare la resa senza condizioni firmata a Caserta. Per più di 24 ore nel Quartier Generale di Bolzano vi è uno scontro molto duro tra ufficiali che vogliono mantenersi fedeli fino alla fine a Kesselring, e perciò a Hitler, e coloro che vogliono ratificare la resa di Caserta prima del 2 maggio, come richiesto dagli Alleati. Fortunatamente alle ore 23,00 dell’1 maggio arriva la notizia della morte di Hitler e così il Generale von Vietinghoff, reintegrato nel suo comando, il 2 maggio ’45 ratifica la resa di Caserta, determinando la fine delle ostilità in Italia.
Ci siamo soffermati abbastanza dettagliatamente sulle indecisioni e sui contrasti del Comando tedesco dal 22 aprile al 2 maggio perché: 1º – i fatti sono ancora poco conosciuti, dato che solo ultimamente (storicamenteparlando) sono state tradotte e pubblicate le memorie del Generale von Vietinghoff e del suo Capo di Stato Maggiore generale Rottinger; 2º – : perché sono fatti che accaddero in gran parte nelle nostre zone; 3º: per capire la sensazione d‘incertezza, instabilità, confusione che si diffuse tra le truppe tedesche, quando, ritiratesi dal Po, tentarono di prendere posizione e di resistere nell’Alpenforstellung. Proprio in questa delicata transizione furono attaccate, perseguite, molestate con tutti i mezzi e tutti i modi dalle formazioni partigiane, dalla popolazione e perfino da alcune formazioni della Rsi, leste nel cambiare schieramento prima che fosse troppo tardi.
Dal canto loro le formazioni partigiane del Veneto vennero a conoscenza che il Corpo Volontari della Libertà aveva proclamato l’insurrezione nazionale alle ore 8 del 26 aprile per mezzo di radio Milano: «in queste ore il mondo vi guarda» diceva il suo bollettino «nel nome dei nostri martiri date prova del vostro valore e dimostrate di essere degni della libertà per la quale avete tanto combattuto e sofferto.»
Da quel momento le truppe tedesche e fasciste sia in ritirata dal Po sia di presidio nella regione non ebbero un momento di pace e non furono più al sicuro in nessun luogo del Veneto. Particolarmente attive e combattive furono le formazioni partigiane di montagna, del resto rifornite di armi ed esplosivi dagli Alleati nei giorni precedenti il 25 aprile, dato che ben conoscevano i piani dei tedeschi di resistere nell’Alpenforstellung.
Il primo presidio tedesco, secondo le nostre ricerche, ad arrendersi ai partigiani del Veneto fu quello di San Giovanni Ilarione. Nelle notte tra il 25 e il 26 aprile i partigiani dei Battaglioni Gian Della Bona e Perseo della Brigata Stella scesero dai monti in paese con l’intenzione di vendicare due loro compagni uccisi dai tedeschi in contrada Fusa. Circondarono le scuole elementari, dove era installato il presidio tedesco composto da una cinquantina di soldati agli ordini di un Maggiore. Aprirono un fuoco infernale, appoggiato anche da colpi di bazooka. E verso le tre del mattino il presidio si arrendeva.
Anche il presidio di Valdagno composto da più di trecento soldati non esisteva più verso alle tre del pomeriggio del 26 aprile. Quasi sicuramente però, in questo caso,
intervenne la mediazione del vicecomandante della Polizia della Rsi, Guido Leto, che aveva il suo Quartier generale proprio a Valdagno, quanto mai attento a saltare nel momento opportuno sul carro dei vincitori.
Le truppe tedesche perciò che dal 26 aprile si inoltrarono sui Lessini per aprirsi la strada per la Germania o per installarsi nell’Alpenforstellung poterono farlo o catturando ostaggi civili o combattendo con perdite pesanti, dato che le formazioni partigiane conoscevano ogni palmo di terreno e sapevano dove era conveniente attaccare. Non vi è dubbio che le truppe tedesche subirono più perdite di uomini da parte dei partigiani durante i giorni della liberazione che durante i precedenti venti mesi di lotta. Però ci furono anche presidi tedeschi che resistettero e se ne andarono quando lo ritennero opportuno. E’ il caso di Schio, dove il locale presidio, appoggiato da una divisione tedesca proveniente dal Po, abbandonò il paese la notte tra il 29 e il 30 aprile, dopo aver firmato un accordo sulle modalità della ritirata con il comandante della divisione partigiane Ateo Garemi, Nello Boscagli.
Pure il 29 aprile si arrese la divisione della Decima Mas a Thiene. Il suo comanandante, generale Giuseppe Corrado, raggiunse un accordo con il vicecomandante della divisione partigiana Ortigara, Angelo Fracasso, dato che due giorni prima il comandante e il commissario di questa divisione, rispettivamente Giacomo Chilesotti e Giovanni Carli, insigniti poi di Medaglie d’Oro al valore partigiano, erano stati fucilati dai tedeschi a Longa di Schiavon.
E’ impossibile seguire quello che successe nelle nostre zone durante i giorni della liberazione, dato che le modalità della lotta, l’organizzazione dei partigiani, il passaggio dei poteri nei paesi e nelle città cambiarono da luogo a luogo e secondo modalitá diverse. Quello che si può affermare senza paura di esagerare è che questa lotta senza quartiere, con tutti i mezzi e in tutte le forme, sostenuta dalla popolazione civile, contribuì a disorientare, confondere le truppe tedesche in ritirata dal Po, impedendo loro di installarsi nelle fortificazioni, già preparate, dell’Alpenforstellung. Per cui per le truppe alleate la conquista del vicentino e del Venetofu quasi una passeggiata con perdite minime e saltuari scontri armati. I partigiani vicentini avevano liberato la loro terra.
Giancarlo Zorzanello

I chiodi a tre punte

Carlo Presotto ci invia questo contributo video tratto da “I chiodi a tre punte” di Riccardo Vicari, partigiano e militante della Democrazia Cristiana:
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