Italo Rossi “Pedro”

Il Partigiano Pedro, Italo Rossi“Durante il fascismo abitavo con la mia famiglia a S.Trinità di Maglio di Sopra (Valdagno). Dopo aver frequentato, in Collegio a Verona, le tre classi dell’Avviamento Industriale, nel 1928, a quattordici anni, avevo cominciato a lavorare come apprendista presso la Filatura Marzotto di Maglio. Amavo lo sport e la montagna. Ero portiere della squadra di calcio locale. I miei amici erano di Maglio, Novale, della Miniera, del Villaggio Margherita. I1 nostro gruppo organizzava escursioni e balli. Con il passare del tempo, l’amicizia acquisì un carattere antifascista, perché — per estrazione sociale, per tradizione familiare — nessuno dei miei amici aderiva al partito fascista e alle sue organizzazioni giovanili.
L’ambiente operaio di Maglio di Sopra, della Miniera, di Novale, “Bella Venezia” non era favorevole, anzi era ostile al partito fascista. A volte si dovevano subire intimidazioni dai gerarchetti locali. Ad ogni ricorrenza nazionale erano frequenti gli scontri verbali e anche fisici. Qualcuno dei nostri è stato soggetto a dei pestaggi veri e propri per le sue idee e naturalmente la “legge” era dall’altra parte. In questo clima il nostro gruppo, detto il “gruppo della rumba” per un motivo ballabile allora in voga, difendeva la sua autonomia e si distingueva dal colore nero del regime portando, ognuno, un’uguale camicia di tipo scozzese multicolore. Si preparavano insieme feste e si andava spesso in montagna. Ci incontravamo con i giovani di Schio a Passo Zovo e alla Colonia Marzotto nei pressi del Pian delle Fugazze. Negli incontri si rinsaldava il legame tra noi e il comune sentimento contro il fascismo. Ben presto tutto ciò diede fastidio ai gerarchi di Maglio, che incominciarono a guardarci con sospetto. L’occasione per loro si presentò nel 1932. Sul finire del 1931 e agli inizi del 1932 erano state gettate delle bombe a Valdagno da provocatori prezzolati dai fascisti. Subito erano stati arrestati e licenziati Preto Gelindo e Preto Virgilio di Valdagno e un certo Baron di Schio. La provocazione contro di noi scattò il primo di settembre 1932. Tutti i membri del “gruppo della rumba“ furono arrestati per motivi di pubblica sicurezza. Fummo accusati di essere dei sovversivi, di aver gettato le bombe e di aver causato risse e disordini Cocco Ruggero cl. 1913, Faccin Luigi cl. 1909, Pretto Giovanni cl. 1908, Peserico Egidio cl. 1910, Rossato Gerardo cl. 1913, Randon Otello cl. 1908, Tomba Evelino cl. 1914, Zerbato Umberto cl. 1907, Zordan Armido cl. 1913, e il sottoscritto della classe 1914 furono portati alle carceri di Valdagno e poi trasferiti alle carceri di Vicenza. Abelli Costantino cl. 1912, Pizzolato Luigi cl. 1908, Rossato Ferruccio cl. 1913, Sammartin Eugenio cl. 1909 furono poi avviati alle carceri di Schio. Negli interrogatori non ci furono risparmiati calci e ceffoni. I quattro incarcerati a Schio sopportarono un trattamento cosi inumano che Sammartin Eugenio, per le conseguenze, dopo la scarcerazione fu ricoverato in una casa di cura, e morì il 25-8-1935 dopo una lunga malattia. Mentre eravamo tutti in
attesa di giudizio, intervenne l’amnistia per il decennale del regime e fummo rilasciati il 20-11-1932. Ricordo che, al nostro ritorno, davanti alla stazione di Maglio c’era una grande folla ad attenderci e a farci festa. Era venuto ad incontrarci a Vicenza Domenico Fumiani, figlio di “mamma Gigetta”, che ci offri subito, in un piccolo ristorante, una buona minestra. Poi prendemmo insieme il treno.
L’arresto provocò una notevole discussione e un gran fermento nella nostra zona. Purtroppo, dopo la scarcerazione, ci aspetta un‘amara realtà. Per lo zelo sollecito della direzione Marzotto, ci trovammo tutti senza lavoro, licenziati. Come potevamo fare? Personalmente avevo pensato di espatriare in Belgio, presso alcuni zii materni, ma il progetto non riuscì. Ci mettemmo d’accordo tra di noi e ci rivolgemmo ad alcuni maggiorenti di Maglio di Sopra, i quali ci dissero di fare appello al Prefetto di Vicenza. Fu così che il Prefetto Dolfin venne a Maglio di Sopra. Nella “sala del tavolone“ del Dopolavoro “Ausonia”, gestito da Carlo Perlati padre di Giovanni Dante, il nostro gruppo dovette dichiararsi pentito di tutto cio che non aveva commesso pur di tornare al lavoro. Era stato incaricato di parlare per noi Rossato Ferruccio, che a nome di tutti espresse pure la nostra disponibilità ad iscriverci al partito fascista. l1 locale pubblico era pieno di gente. Noi eravamo in piedi.
Dall’altra parte del “tavolone” stavano seduti il Prefetto Dolfin, Gino Pesavento, Rino Marchetti ed altri fascisti. Ricordo che il Prefetto di Vicenza, nel suo discorso parlo della magnanimità del duce che aveva concesso l‘amnistia e che ci aveva permesso di ritornare alla vita civile. Dopo un paio di giorni ricevemmo la lettera per il ritorno in fabbrica. Non ci consegnarono la tessera, perche dovevamo essere sottoposti ad un periodo di prova. Meno male che ci fu risparmiata questa ulteriore umiliazione! Al sabato dovevamo presentarci al servizio di addestramento premilitare. Io mi presentai il primo sabato. Rimasi assente il secondo e ricevetti subito una lettera dal responsabile del premilitare di Maglio, Gianello Gaetano, nella quale mi annunciava: “Sei espulso dal partito fascista per morosità”. Il “gruppo della rumba“ non agì più apertamente ma rimasero i legami d’amicizia e di solidarietà politica. Ogni volta che giungeva a Valdagno un alto gerarca (come nelle visite del duce e del principe di Savoia), venivo prelevato la sera prima e condotto in caserma dai carabinieri. Così succedeva pure a Zerbato Umberto, a Cocco Ruggero e ad altri. Diverse volte venni convocato dai carabinieri e sottoposto a “saggio calligrafico”: questo successe anche ad Armido Montagna. Dicevano che era per esigenze di indagini. Al Dopolavoro “Ausonia“, frequentato pure dai fascisti che usavano per le loro riunioni la “sala del tavolone”, con lo scoppio della guerra dell’Africa si sviluppò, di notte, l’ascolto clandestino della radio. Si aspettava la chiusura del locale e si metteva uno di guardia. Partecipavano all’ascolto, che durò per anni (trasmissioni dalla Spagna: parlava Tresso; più avanti Radio Londra, poi Monteceneri), gli antifascisti adulti e ci univamo alla loro compagnia io e Giovanni Dante Perlati. Una volta il suo papà fu pure chiamato alla sede del fascio e interrogato, ma riuscì a cavarsela senza danni. ln quei tempi il segretario del fascio era Ghello.
Nel 1935 mi presentai per il servizio militare prima a Gorizia, quindi a Bolzano, ma solo per pochi mesi, perché venni assegnato ai servizi sedentari e inviato a casa.
Nel 1937 mi sposai con Onoria Parmesan di Valdagno, che divenne in tutti i sensi la compagna della mia vita, partecipe di tutte le mie scelte e vicende future. Ero operaio alla filatura Marzotto di Maglio e mantenevo dignitosamente la mia famiglia. Quando l’italia entrò in guerra a fianco della Germania, fui richiamato. L’otto settembre 1943 ero al 56° Reggimento fanteria, terza compagnia deposito, di stanza a Mestre. In caserma eravamo circa 2.500. Ricordo che regnava una grande incertezza; le porte erano sbarrate e vigilate da sentinelle in armi. Di sera, in un gruppetto di 7-8 saltammo le mura di recinzione e partimmo a piedi verso Padova.
Poi ci dividemmo. Io e altri due ci fermammo in una casa colonica e potemmo ottenere degli abiti civili. Ripreso il viaggio a piedi, prima di Padova saltai sul treno che andava piano. Mi andò liscia fino alla periferia di Vicenza, quando mi accorsi che il capotreno, con l’aiuto di due militari, stava effettuando il controllo dei biglietti. Indietreggiai fino al gabinetto dell’ultima carrozza e mi chiusi dentro. I militari cominciarono a picchiare sulla porta. All’arresto del treno, venni fuori con decisione e mi feci largo a spinte, cogliendoli di sorpresa. Spiccai un salto e di corsa mi diressi verso Monte Berico. Dal mattino vagai qua e là fino alle quattro del pomeriggio. Presi poi il trenino delle Tramvie Vicentine e riuscii ad arrivare a casa mia a Maglio di Sopra, dopo aver recuperato due bombe “balilla” che avevo nascosto in un cantuccio della carrozza. Finalmente ero tornato in famiglia.
Dante e io abitavamo nello stesso fabbricato. Trascorro qualche giorno a casa, parlando con gli amici della situazione che si fa pericolosa con i tedeschi a Valdagno. Ci troviamo pure al1’osteria della “Beppa“, locale frequentato dagli operai della zona e dagli antifascisti, e discutiamo fra noi. Visonà Severino “Nave”, intanto, si è dato da fare. Recupera in località S. Maria di Panisacco e in contrada Magaraggia quattro mitragliatrici e le nasconde nella miniera “Pulli”. Fornisce aiuto e abiti civili ai giovani militari sbandati e si fa consegnare le loro armi e munizioni.
L‘11 settembre il colonnello Trippe, comandante del Presidio militare di Valdagno, detta le disposizioni generali per la tutela dell’ordine pubblico. Tra l’altro fissa un termine per la consegna delle armi di qualsiasi tipo: il 13 settembre per il capoluogo. il 15 per l’intero territorio comunale. ll 15 settembre, da Radio Monaco, Mussolini – liberato dai Tedeschi il 13 — proclama la repubblica e nomina Pavolini segretario del partito fascista repubblicano. Si infiitiscono i contatti e i colloqui. Insieme a Giovanni Dante Perlati e a Visonà Severino “Nave” partecipo ad un incontro ristretto a casa di Tovo Pietro “Piero Stella”, esponente comunista in contatto con l‘on. Domenico Marchioro. Ci parla della necessita di dare vita a gruppi armati sui monti, per creare le condizioni della lotta contro i tedeschi e i fascisti che stanno rialzando la testa. Con diversi amici ci ritroviamo all‘osteria della “Beppa” in località “Bucchini” di Maglio e decidiamo di salire in montagna. L’appuntamento per la partenza è all’inizio della Valle del Boja, in località Campotamaso. Si presentano circa 30 giovani, con poche armi. Ricordo Perlati Giovanni Dante, Rino Va|lortigara, Primo Pisi, Peirin Antonio, Francesco Venezia, Massignani Corrado, Massignani Archimede, Sandro Perin, Ugo un ragazzo di 15 anni. Abbiamo con noi delle provviste, la salita è difficile, perché la valle e disseminata di grosse pietre viscide.
Saliamo diritti verso la punta di cima Marana, non avendo trovato all‘interno della Valle del Boja due casoni, come ci era stato segnalato. Questo fatto provoca disappunto in alcuni. Giunti a punta Marana, un gruppetto si stacca e prosegue per Campodavanti. Io, con una ventina di giovani, mi incammino verso Malga Campetto.
È il 17 settembre 1943. Malga Campetto è in zona scoperta, visibile da Valdagno.
Non troviamo né acqua, né paglia. Dopo qualche giorno ci spostiamo un po‘ più in basso, a Malga Senebele, a metà strada fra punta Marana e Fizzegoro. Restiamo a Malga Senebele fino alla fine di ottobre, poi scendiamo al Rifugio Valdagno, a cima Tunke. Il rifugio è accogliente, provvisto di focolare, di brande e di lampade.
Un giorno vediamo arrivare, accompagnati da Gino Soldà “Paolo”, dodici prigionieri (undici tra Americani e Inglesi, un Canadese) fuggiti da un campo di prigionia tedesco.
Li ospitiamo, diamo loro da mangiare e li medichiamo. Soldà li aveva “ricevuti” da un professore di Vicenza che conosceva Tovo Pietro. Poi Perlati G. Dante li accompagna, passando nei pressi della “Gazza”, in una contrada alta, sopra Staro.
Manda a chiamare il parroco, Dori Antonio Ziliotto, gli parla di Gino Soldà e del compito che gli è stato affidato. Riferisce che Don Antonio rivolge delle domande ai prigionieri, chiede loro a quale religione appartengono. l prigionieri non capiscono o fingono di non capire. ll Canadese, finalmente, risponde che è cattolico. Don Antonio, ricordato dai partigiani garibaldini per le sue doti umane e di generosità, li accoglie in canonica, offre loro cibo e amicizia. Poi Soldà, aiutato dal fratello, li conduce al Novegno, per farli proseguire verso la Svizzera e la libertà.
Il nostro gruppo compie giri di perlustrazione. effettua turni di guardia, visita la casa-colonia di Monte Spitz per vedere se è adatta come base partigiana; cerca più volte di stabilire dei contatti con un altro gruppo che è stato segnalato in quella zona, ma senza esito. Riceviamo rifornimenti da Ottorino Parmesan, fratello di Onoria, da Visonà Severino “Nave” e da alcuni famigliari dei giovani che sono con noi.
Qualcuno scende pure a Maglio a prendere quanto ci occorre. Il Dott. Mario Visonà, zio di Alberto Visona, ci offre una discreta somma di denaro, dopo aver fissato il recapito presso la Canonica di Maglio di Sopra. Ci aiutano anche i contadini delle contrade di montagna, che ci accolgono con simpatia e fiducia. Dobbiamo pure effettuare dei prelevamenti, perché i generi non bastano, però paghiamo al prezzo corrente. In particolare, ricordo un prelevamento presso una malga della zona. Attendiamo l’arrivo dell’automezzo del proprietario, un commerciante di Arzignano, un certo Rigo. Ci presentiamo, allora, nella malga e chiediamo di acquistare del formaggio. Lui non aderisce alla nostra richiesta, forse perché al mercato nero il formaggio gli rende di più. Decidiamo cosi il sequestro di otto forme di formaggio.
Lui non vuole accettare i nostri soldi e noi li lasciamo sopra il bancone della malga, di fronte ai lavoranti.
A Fongara, ci rechiamo – a volte — all’osteria di Patrizio, ben disposto verso di noi. Stabiliamo dei contatti con il parroco, che si dimostra nostro amico: si offre di avvertirci con il suono delle campane se appaiono in giro strane facce sospette.
All’inizio dell’inverno, che si presenta abbastanza rigido, il gruppo diminuisce, si riduce ad una decina di unità. Si manifesta anche qualche difficoltà nei rifornimenti. Si allontanano, inoltre, le speranze di un evolversi rapido della situazione.
Decidiamo, così, di tornare a casa. Si conclude a metà dicembre, dopo tre mesi, la nostra prima esperienza in montagna. Io, Perlati G. Dante, Venezia Francesco, Massignani Corrado e Archimede, Sandro Perin rientriamo, per ultimi, in famiglia.
Provvediamo a consegnare a “Nave” le armi, in attesa di momenti migliori.
Al nostro ritorno, ho una discussione accesa con “Piero Stella” (Tovo Pietro) perché non è d’accordo con la nostra decisione. Dice ehe dovevamo prepararci a ricevere dei lanci. Gli faccio presente che non eravamo nelle condizioni materiali di riceverli, per mancanza di ricetrasmettitore, di torce. ecc. Riconosco nelle sue parole la volontà tenace di costruire il “movimento” e la lotta contro gli invasori tedeschi e fascisti. Da quel momento agisco in Contatto con Tovo. Alla fine di dicembre del ‘43 (o ai primi di gennaio i944) mi affida il compito di portare un carico di armi (quelle consegnate a “Nave” e altre recuperate da un gruppo che aveva continuato ad operare a Maglio di Sopra) fino alla contrada Bertoldi di Marana, prima della Bressavalda. Partiamo io, Torrente Rino, i due fratelli Massignani ed altri.
Il carico è pesante. Il punto di incontro è fissato al forno dei Bertoldi. Al nostro arrivo si avvicina un anziano che ci dice di aspettare. Arriva poi un giovane, che va a chiamare “Franco”. Noi facciamo la consegna e ritorniamo sui nostri passi.
In quel periodo ero rientrato in fabbrica. Sempre d’accordo con Tovo Pietro, dovevo raccogliere materiale di vario genere e inviarlo a Fonte Abelina, per mezzo di Sergio Bruni da Recoaro e altri. Allora ero operaio in officina. Collaboravano con me Torrente Rino, i due fratelli Massignani e altri compagni di lavoro. Si effettuava il prelievo nello Stabilimento Marzotto di medicinali, giacche di cuoio, stivali, lana ed altro. Mi erano di valido aiuto e di appoggio Aldo Bicego. Danese Antonio e “Nave” Visone Severino. A gennaio, abbastanza presto. venni a sapere da “Marco” D’Ambros Giuseppe che si era formato il “gruppo di Malga Campetto“, guidato da “Giani”. Assieme ai compagni che ho ricordato iniziai a Maglio, a Valdagno e nei dintorni un’intensa attività basata su riunioni e diffusione di volantini e giornali clandestini. In questo modo demmo il nostro contributo alla riuscita degli scioperi del marzo 1944 negli Stabilimenti Marzotto di Valdagno e Maglio, alla Valdol e alla miniera Pulli, proclamati dal C.L,N. nazionale e dal C.L.N. di Valdagno.
Torrente Rino “Dalcol” ed io dovemmo provocare il guasto della conduttura di energia elettrica, che alimentava la Filatura di Maglio, all‘altezza di S. Maria di Panisacco perché in fabbrica, alcuni elementi filo-fascisti si opponevano allo sciopero.
Con lo sviluppo delle formazioni partigiane sui nostri monti e con l’intensificarsi della lotta armata mi furono affidati compiti sempre più importanti fino a ricoprire l‘incarico di responsabile dell’organizzazione territoriale partigiana nella Valle dell’Agno. Mantenevo contatti diretti con Tovo Fietro, D’Ambros Giuseppe “Marco”, Zordan Luigi “Malga”, Pagnotti Armando “Jura”. Dovevo – con i miei collaboratori — reclutare giovani da avviare in montagna, mantenere i collegamenti con le “formazioni”, pensare al rifornimento di viveri e di armi, organizzare nei più minuti particolari i prelievi di materiale (come ai Lanifici Marzotto e alla Valdol), prendere contatti con la missione inglese e con la missione alleata per predisporre i “lanci” (ho avuto tre incarichi ai quali mi accompagnava una staffetta della Val Leogra; un incontro l’ho avuto pure con il “Tar“ Manea Ferruccio per avere informazioni sulla missione inglese), partecipare al recupero dei “lanci“ (ne ricordo due sul Monte Civillina), provocare sabotaggi della produzione industriale bellica con l’interruzione delle linee elettriche. Per evitare il reclutamento sotto la TODT, che richiedeva operai per le opere di fortificazione tedesche, dovetti rifugiarmi un mese e mezzo a Montegalda, nel Basso Vicentino, munito di un certificato medico rilasciato dal Dott. Cuileddu, che mi prescriveva un periodo di cura e di convalescenza. Al rientro in fabbrica, ripresi il difficile compito che mi era stato assegnato.
Il materiale era sempre inviato a Fonte Abelina, da “Marco”. Gli uomini reclutati venivano accompagnati alla contrada Lure. Durante l’ìnverno del 1944-45, “Jura” e “Malga” furono in continuo contatto con me anche per la loro presenza a Maglio di Sopra. Nella primavera del 1945 operavo sia dentro sia fuori dalla fabbrica.
Avevamo costituito il battaglione territoriale “Martiri Valle dell‘Agno”, della Brigata Stella, di cui ero il comandante. In tale veste, con i miei uomini ho partecipato alla liberazione di Maglio di Sopra, di Novale e alla difesa della “Filatura Marzotto”, in stretta collaborazione con i distaccamenti del Battaglione “Leo” scesi dalla contrada Lure, dai Rossati e dallo Zovo, guidati dal “Negro” Faccin Luigi e da “Speranza” Rossato Bortolo. Così, ancora una volta, le fabbriche venivano salvaguardate, perché ci dovevamo vivere. ll nostro comando le aveva sottratte ai bombardamenti alleati e ci eravamo pure opposti a farle saltare con il plastico che fornivano in abbondanza. Notevole impegno ci diedero le forti colonne tedesche in ritirata che non riuscirono però a varcare i monti di Recoaro e dello Zovo, fermate dai partigiani della Brigata Stella e dal popolo insorto”.

Maglio di Sopra, 21-07-1987

NOTA

Italo Rossi, “Pedro” nato a Valdagno il 28-10-1914, ivi residente. 3° avviamento industriale; nel dopoguerra operaio prima e poi assistente. Gli è stato riconosciuto il grado di Capitano per la sua attività partigiana.

Tratto da “Figure della Resistenza vicentina: profili e testimonianze” di Mario Faggion e Gianni Ghirardini