A.N.P.I. Vicenza

Congresso regionale ANPI

CONGRESSO REGIONALE ANPI – (MIRA 20 gennaio 2007)
Introduzione di Giuseppe Pupillo
Rappresentanti delle istituzioni, delle associazioni e dei partiti, care compagne, cari compagni, ringrazio l’ANPI ed il presidente regionale Franco Busetto di avermi invitato a introdurre i vostri lavori, invito che per me, presidente dell’ultimo nato nella grande famiglia degli Istituti Storici della Resistenza e dell’Età contemporanea, costituisce un onore ed un’occasione per rafforzare i legami di collaborazione e di comune riflessione.

  1. Mi è stato chiesto di dire qualcosa sul tema che – rispetto al vastissimo spettro di rappresentazioni che le forze politiche ed istituzionali danno, per una molteplicità di ragioni, di determinati eventi storici – ci interessa più da vicino, ovvero il permanere di disegni che intendono retrocedere la Resistenza a fonte del tutto secondaria della nascita della nostra Repubblica quando non spezzare il legame tra Resistenza-Repubblica-Costituzione come di recente è stato tentato attraverso una legge che mutava ben 52 articoli della nostra Carta costituzionale, legge respinta, nel pronunciamento referendario, dalla maggioranza del popolo italiano.
    Se probabilmente non ci saranno, almeno per un po’, attacchi frontali di quel tipo, è ahimè vero che permangono nel nostro Paese un clima esacerbato di lotta politica, un mai sopito spirito di rivalsa, un desiderio di mutare le regole fondamentali del nostro sistema democratico tali da indurre una parte consistente di forze politiche, intellettuali, di mass media a cogliere ogni occasione, od anche a crearle artificialmente, per rimettere in discussione il significato complessivo della Resistenza nonché per dichiarare totalmente inattuale, anzi antistorico, il richiamo all’antifascismo.
    Esaminando freddamente lo stato delle cose, abbiamo da un lato che la maggioranza della popolazione ha difeso col referendum i principi fondamentali che stanno a presidio di una democrazia ed in primo luogo l’equilibrio tra i poteri e la necessità che l’elaborazione di riforme costituzionali non venga mai requisita dalla sola maggioranza parlamentare, di qualunque colore sia, ma dall’altro lato è indubbio che il nostro sistema democratico è sottoposto ad una molteplicità di fattori di logoramento che derivano non solo dai disegni di cui ho detto sopra, ma anche dai continui mutamenti su scala mondiale – e tra i quali il principale è dato dallo strapotere assunto dal mercato e dal profitto rispetto alla politica sia nazionale che sopranazionale e dai fenomeni, incistati nella società italiana, della corruzione diffusa, dell’appannamento dell’etica civile e del senso di responsabilità individuale e collettiva, degli spazi sempre maggiori offerti al populismo, della problematica capacità dei partiti di rappresentare efficacemente i bisogni, gli interessi, le aspirazioni dei corpi sociali e della collettività.
    In una situazione al tempo stesso confusa e complessa, segnata da molteplici conflitti, da incertezze sul futuro, da sovraccarichi di ansie, siano esse ragionevoli o irragionevoli; contraddistinta in tutto l’Occidente da timori per fenomeni destinati a mutare profondamente i tradizionali equilibri del secolo scorso – e dico, ad esempio, l’impetuosa crescita delle economie asiatiche, le incertezze e le possibili contese sugli approvvigionamenti energetici ed idrici, i consistenti flussi emigratori verso i paesi occidentali, lo spazio sempre più ampio nei paesi islamici di concezioni teocratiche del potere politico, il terrorismo, la volontà di diversi paesi, seppure dicono di negarne l’utilizzo militare, di dotarsi di energia nucleare (e questo per non parlare di possibili catastrofi ambientali) – in questa situazione, dicevo, le scelte fondamentali compiute dall’Europa Occidentale dopo la terribile esperienza del secondo conflitto mondiale, ovvero il no alla guerra, al razzismo, a nazionalismi aggressivi, ad ogni forma di disumanità e di contro il sì a politiche di negoziazione, di cooperazione e di intese transnazionali (scelte che hanno assicurato pace e benessere, la sconfitta di ogni tipo di totalitarismo in quasi tutti i paesi europei, l’ampliamento dei diritti di cittadinanza e delle libertà individuali) rischiano di non avere più la forza aggregativa ed il vasto consenso degli scorsi decenni e di essere considerate poco adatte ad affrontare le intricate problematiche iscritte entro il nostro orizzonte.
    Abbandonare, o impoverire, quelle scelte, scaturite da una intensa riflessione sugli orrori della guerra, del razzismo, del nazionalismo aggressivo significherebbe vanificare o emarginare quella grande eredità valoriale e di lungimiranza politica alla quale i movimenti resistenziali, presenti in tutti i paesi occupati dai nazisti, hanno dato un sostanzioso contributo.
    Più o meno diffuso in tutta l’Europa, il fenomeno di una vasta insicurezza verso il futuro mi pare più visibile in Italia perché si innesta su una situazione che illustri politologi hanno definito come “democrazia affaticata”, “democrazia in crisi di fiducia” ed è noto che la sfiducia, indirizzata indiscriminatamente a tutti i principali riferimenti istituzionali, politici, economici o sociali, è corrosiva e fa sì che aumenti il numero di quanti dedichino attenzione solo al presente e particolarmente solo al loro presente, ed il presente, sono parole di Zagrebelski «non è più concepito come premessa di un avvenire comune» rispetto al quale assumere appunto responsabilità comuni.
    Né la politica in Italia manifesta oggi una chiara capacità di allargare ed allungare lo sguardo né ha missioni di lungo respiro nelle quali sia riconoscibile il piglio di chi intende affrontare con lungimiranza i grandi temi, sapendo che essi presentano certamente grandi rischi ma anche grandi opportunità.
    I più recenti sondaggi sul grado di fiducia degli italiani, ne rilevano il calo per quanto riguarda lo Stato, la politica, le istituzioni economico-finanziarie, la società mentre registrano un aumento di quanti danno fiducia solo a se stessi e rivendicano per se stessi maggiori libertà, nell’illusione che quanto meno vi sono regole tanto più essi possono conseguire risultati migliori. Invocano libertà per se stessi – e non a caso uno dei due poli dell’assetto politico italiano ha scelto il nome di “Casa delle libertà” – ma con una visione della libertà – e lo dico con parole sempre dell’illustre giurista, professor Zagrebelski, che è esclusivamente «l’autorizzazione a curare illimitatamente i propri immediati interessi, a costo di dissipare i beni collettivi e permanenti che assicurano un avvenire».
    Vale la pena rifletterci un attimo, proprio perché il movimento resistenziale, capace di trasmettere fiducia e speranza in tempi infinitamente bui, è stato protagonista di una guerra di liberazione, guidato da una concezione della libertà radicalmente diversa che univa strettamente libertà a responsabilità: responsabilità verso il presente e soprattutto verso il futuro.
    Senza fare di ogni erba (in questo caso i comportamenti delle forze politiche) un fascio perché sarebbe profondamente sbagliato, è però evidente che attualmente i partiti non tengono in gran conto la capacità di organizzare il consenso non solo sul presente ma anche sul futuro. Pronunciarsi e misurarsi sul futuro appare un rischio troppo gravoso. Ed altrettanto gravoso affrontare per tempo i problemi maggiormente spinosi, preferendo tattiche opache e dilatorie nella speranza o meglio illusione che un qualche accidente cavi le castagne dal fuoco e questo lo dico pensando per esempio alla questione del raddoppio della base americana a Vicenza sulla quale non entro nel merito (ho un’opinione coincidente con quella espressa nel vostro documento congressuale) ma che ritengo sia stata affrontata dal governo tardivamente, senza trasparenza e quindi male dopo averla inconcepibilmente declassata per mesi a mero problema “urbanistico ed ambientale” riguardante solo il capoluogo berico.
  2. Questo comportamento ancorato alla contingenza mi riporta ai numerosi interventi con cui il presidente Napoletano ha sottolineato la necessità, per ridare slancio e fiducia al paese, di ricreare un clima di confronto, duro quanto si vuole, ma civile e positivo, senza l’ossessivo frastuono di quotidiane polemiche, che diventano un alibi per le coalizioni politiche per pronunciarsi il meno possibile su quale missione, rispetto al futuro, esse intendono assolvere. I messaggi del Presidente ricevono unanime consenso, ma bastano poche ore perché riprenda la spettacolarizzazione dei reciproci dissensi, anche su questioni irrilevanti e la ragione è che oggi è ritenuto più giovevole non solo alimentare il dissenso sulle proposte altrui piuttosto che il consenso sulle proprie, ma anche delegittimare l’avversario politico.
    La delegittimazione, che è altra cosa rispetto al necessario e doveroso contrasto tra i programmi dei due schieramenti, si alimenta voracemente del ricorso al passato, riducendo la storia, ed in questo si distingue certamente il centrodestra, ad un serie di episodi senza contesti e senza connessioni, che vengono spregiudicatamente usati per mettere sotto accusa l’avversario politico, per allargare i solchi, per impedire che da un loro esame scientificamente rigoroso se ne possa al contrario ricavare una maggiore coesione nazionale attorno ad alcuni valori fondamentali. L’uso ‘istituzionale’ dei vari Scaramella o la riduzione della Resistenza a disegno comunista di impadronirsi con la violenza del potere (o nel migliore dei casi la riduzione a uno dei tanti fatti del conflitto mondiale, e per di più marginale nella dinamica bellica, minoritario quanto alla partecipazione popolare, ambiguo, persino fosco) sono facce della stessa medaglia.
    Che la politica abbia tra i suoi strumenti, nella lotta interna e nelle relazioni internazionali, anche la rappresentazione manipolata di eventi storici è cosa ricorrente.
    A volte, soprattutto nelle relazioni internazionali, per fini che non possono essere contestati o biasimati a cuor leggero e basterebbe pensare che se gli Stati assumessero come discriminanti nei reciproci rapporti verità acclarate dalla storia, beh, il mondo sarebbe assai più conflittuale di quanto oggi sia. Nelle relazioni internazionali le omissioni di pezzi di storia sono, nel bene o nel male, pane quotidiano.
    Anche nelle politiche interne le ‘omissioni’ se di rado possono avere una qualche comprensibile, seppure non condivisibile, finalità, più spesso hanno un fine puramente negativo ed un esempio ne è l’Italia dove persino la ricerca della verità processuale – penso ai processi, per dirne solo qualcuno relativi ai fatti di piazza Fontana, alla strage dell’Italicus, ad Ustica – è stata intralciata con tutti i mezzi ed infine negata.
    Che le forze ed i poteri politici inclinino, per svariati ed anche opposti motivi, a rappresentazioni strumentali dei fatti storici è fenomeno permanente. Ma di contro il lavoro degli storici, qualunque ne sia l’area culturale, non può o non dovrebbe mai avere una funzione vassalla della politica, né indulgere alle omissioni o alle interpretazioni propagandistiche assai diffuse nella lotta politica.
  3. Qualcosa voglio qui dire a proposito degli studi che in questi anni hanno ridimensionato o svalutato la Resistenza e che sono stati definiti come “revisionismo”. E’ un termine peraltro poco felice, in quanto ogni seria ed approfondita ricerca storica è per sua natura revisionista, ma, in ogni caso il problema è distinguere all’interno di questo revisionismo. Personalmente non ho dubbi che opere come quella di De Felice sul fascismo, se ne condividano o no i risultati, hanno rappresentato un pungolo a porre su basi scientificamente più agguerrite la ricerca di quanti sono convinti del valore eccezionale della Resistenza nella storia dell’Italia contemporanea.
    Ben altra cosa è quel revisionismo, di stampo giornalistico anche quando sforna libri, che disarticola le vicende storiche, ne frantuma le connessioni, per estrarre da contesti complessi solo alcuni fatti ponendoli sotto un violento cono di luce e proponendoli come una verità che vuole rendere giustizia a coloro che ne sono stati vittime ed al contempo mettere sotto accusa gli storici di ispirazione antifascista come una consorteria di persone prive di coraggio e di amore per la verità.
    Due temi principalmente sono stati affrontati di recente in questo modo, le vendette dell’immediato dopoguerra e le foibe. Temi peraltro indagati da diversi storici di area democratica, e ne potrei fare un lungo elenco, ma ciò che è passato in Italia, paese di scarsi lettori e di scarsi cultori della memoria, è che su di essi sia stata creata ad arte, per dirla col titolo dell’ultimo libro di Pansa, una ”grande bugia” o un “grande silenzio”.
    Non ci può essere alcuna obiezione sul fatto che Pansa abbia affrontato determinati temi, ma sul modo con cui li ha affrontati sì perché distorcente, perché non sbocca, né può sboccare, in interpretazioni che non siano la visione riduttiva di un bagno di sangue (l’immagine del mattatoio) o di una presunta volontà del Partito Comunista di eliminare fisicamente i più esposti o i più esecrati degli gli avversari politici.
    La disciplina della storia è la rigorosa esplorazione dei contesti e delle molteplici connessioni tra gli avvenimenti. Quando i contesti vengono mutilati e le connessioni spezzate – e nel libro di Pansa è evidente la separazione delle violenze contro i fascisti avvenute nelle prime settimane del dopoguerra dalla tragicità e dalle profonde ferite inflitte dalla guerra, dall’occupazione tedesca e dai corpi repressivi della RSI; la separazione dagli aspri conflitti che segnarono profondamente le aree bracciantili e mezzadrili, e che, brutalmente repressi dal fascismo che proprio in quella repressione ebbe la sua principale origine, si ripresentarono in modo incandescente nel dopoguerra.
    Ma se quello fu un ‘mattatoio’, non dipendente dalle tragiche eredità del passato ma dalla volontà sopraffattrice di una forza politica, il Pci (o da parti di essa) in vista di futuri disegni egemonici o peggio autoritari, risulta assai difficile, se non impossibile, spiegare come il popolo italiano, nonostante fosse stato governato per vent’anni da un regime totalitario, abbia fatto proprio già nei primi mesi della Liberazione con piena convinzione e maturità il pluralismo del sistema democratico, riconoscendosi in quel pluralismo, anche conflittuale, che è stato una caratteristica fondamentale della Resistenza a partire dai suoi organi dirigenti; o il fatto che già nel dicembre ’45 – e quindi a soli sette mesi dalla Liberazione – l’Amministrazione militare alleata abbia restituito con piena fiducia l’intero potere statuale al governo italiano; o ancora il fatto che le temutissime elezioni amministrative della primavera del ’46 nonché quelle chiamate ad eleggere l’Assemblea costituente e sopratutto a pronunciarsi sulla scelta tra Repubblica e Monarchia si svolsero nel complesso, come tutte le cronache dell’epoca riportano, in un clima sereno ed addirittura festoso.
    Il deprecabile fenomeno delle vendette cessò non per interventi polizieschi, ma per l’opera disciplinatrice ed educativa svolta dai partiti; cessò per la capacità della Cgil, allora sindacato unitario, di indirizzare le masse lavoratrici, operaie e contadine, verso conquiste positive pur nella loro primaria partecipazione all’opera di ricostruzione nazionale. Ci fu una grande opera formatrice in senso democratico, a sottovalutare la quale si distorce la verità storica e non si spiega come in piena guerra fredda sia stato elaborare ed approvare una Costituzione come quella italiana.
    Per temperamento e per convinzione sono assolutamente alieno dal lanciare anatemi. Condivido le severissime critiche che illustri storici hanno rivolto a Pansa, ma rifuggo dagli anatemi. Condivido con Pansa la necessità che la ricerca storica, soprattutto da parte della storiografia di ispirazione antifascista, non commetta omissioni, ma non il suo presentarsi come il primo ad aver affermato con forza questa necessità ed avere squarciato le zone d’ombra che la stessa Resistenza ha avuto: questa è una bugia.
    Non c’è dubbio che in una prima fase nelle interpretazioni storiografiche sulla Resistenza abbiano prevalso gli approcci ideologici rispetto a quelli scientifici. Non c’è dubbio, come rilevò quarant’anni fa uno dei maggiori storici della resistenza italiana, Guido Quazza, che nel periodo di esasperata contrapposizione della guerra fredda prevalsero le “storiografie di partito”, ognuna scegliendo di trattare ciò che era giovevole e ignorando quanto riteneva poco giovevole.
    Ma a ragione si parla, ormai da quasi vent’anni, di una nuova fase della storiografia resistenziale, fondata su strumenti metodologici più rigorosi e su un più ampio ricorso alle fonti documentali, fase aperta nel 1991 da libro di Claudio Pavone Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della resistenza. Una storiografia assai attenta, che si è misurata sul grande nodo del rapporto tra storia della Resistenza e storia nazionale, che ha fatto emergere la Resistenza con contorni più aderenti alla realtà complessa, travagliata ed anche contraddittoria del biennio ’43-45, che ne ha messo in luce le luci e le ombre, ma che da queste severe analisi ha tratto con forza ancora maggiore la convinzione che la Resistenza non solo ha dato robuste fondamenta al riscatto e alla rinascita dell’Italia ma ha trasmesso una fondamentale eredità alle generazioni successive.
    Come ha scritto nel 2004 Santo Peli, in un libro intitolato La Resistenza italiana «prendere atto delle difficoltà, delle contraddizioni, delle ombre oltre che delle luci della Resistenza italiana e della guerra partigiana continua ad apparirci come la sola possibilità concreta di comprendere l’unicità e la dirompente discontinuità che essa rappresenta nella storia sociale e politica della nazione».
  4. Avviandomi alla conclusione e scusandomi con voi se ho trattato in modo approssimativo temi così complessi vorrei dire due ultime cose.
    La prima è la necessità di mantenere il paradigma dell’antifascismo, oggi da molti, con una visione tutta rinserrata entro i confini italiani, ritenuto superfluo.
    La ragione non è di certo ideologica e non è neppure strettamente politica, per quanto debba seriamente inquietarci il fatto che il voto di oltre venti milioni di cittadini europei abbia permesso per la prima volta nella storia del Parlamento europeo la formazione di un gruppo di estrema destra, antieuropeista, antisemita, xenofobo. E’ la paura del mondo che cambia i suoi equilibri, della globalizzazione, della immigrazione che conduce una parte dei cittadini europei ad atteggiamenti nazionalisti e appunto xenofobi.
    L’antifascismo, che considero nella sua dimensione europea, non è un vessillo ideologico, ma è quel lievito culturale, quello sprone che – fondato come dicevo alcuni minuti fa sulla consapevolezza dei disastri a cui conducono totalitarismo, nazionalismo, razzismo e bellicismo – deve indurci a misurarci con fiducia e coraggio con i grandi, e di sicuro assai complessi, problemi che appunto impauriscono o inquietano una parte dei cittadini europei; è un lievito culturale che deve convincere che le politiche perdenti sono quelle fondate sulle paure e le vincenti sono quelle che considerano la globalizzazione un terreno sul quale l’Europa può misurasi con mezzi adeguati e che, sottratto al potere assolutistico del mercato, può costituire una grande opportunità; quelle che considerano l’immigrazione, regolata da opportune politiche, una risorsa positiva che aiuta le nostre economie.
    L’antifascismo, non è arroccamento ideologico rispetto ad un mondo profondamente mutato, ma al contrario apertura mentale, generazione di fiducia nonostante i problemi aperti, gli interrogativi ed i grandi rischi del tempo presente e del prossimo futuro. Ma problemi, interrogativi, rischi si affrontano, come diceva Gramsci, sì con il pessimismo dell’intelligenza ma con l’ottimismo della volontà.
  5. Rappresentanti delle istituzioni dei partiti, delle associazioni, compagne e compagni, questa mia ultima affermazione non è in contrasto con le due preoccupazioni che ho espresso nella prima parte del mio intervento.
    La prima, che un insieme di fattori internazionali e nazionali possa indurre molti a ritenere superate le scelte che seppero fare i paesi che dettero inizio al processo storico dell’Unione Europea. La seconda, il timore che il nostro assetto istituzionale e politico si stia adattando a vivere in un democrazia, che nessuno mette in discussione ma povera di partecipazione e, come si dice in un passo del vostro documento congressuale, di passione civile. Una democrazia segnata dal progressivo appannamento tanto dell’etica pubblica quanto di quella individuale, da un malessere difficilmente decifrabile, da un riaffacciarsi prepotente in gran parte degli individui della furbizia e della deresponsabilizzazione come risorse.
    Una democrazia rattrappita che significato reale (non retorico) può dare alla memoria, ai valori, all’eredità della Resistenza che è stata nella storia italiana il momento di massima espressione, in parte consistente del popolo italiano, dell’assunzione di responsabilità sia collettiva che personale ed un momento di intensa partecipazione? Può sì rendere ad essi un omaggio rituale, confinandoli dentro manifestazioni celebrative, esaltandoli a parole, ma di certo non ha nessuna capacità né intendimento di attualizzarli, facendone lievito anche del presente.
    Reagire alla condizione attuale del nostro sistema democratico è necessario e possibile. Ed é vitale perché i valori resistenziali vivano realmente.
    Penso a quello straordinario evento della Resistenza per cui quelli che allora come erano solo piccoli embrioni di partito seppero, su valori ed obbiettivi primari, realizzare un incontro con la parte migliore della gioventù italiana facendola diventare protagonista della lotta resistenziale e del riscatto delle dignità del popolo italiano e seppero poi dare, attraverso una sempre crescente partecipazione popolare, fondamenta solide alla nostra democrazia.
    So bene che il drammatico contesto ove ciò avvenne è radicalmente diverso da ogni possibile contesto attuale. Che nessuna temperie odierna può essere neppure lontanamente simile a quella attraversata dal popolo italiano nel biennio ’43-’45.
    Ma ricordando quel fatto ho solo inteso dire che ancora oggi vi sono nel Paese tante energie positive per rivivificare la nostra democrazia, rivalorizzare la rappresentanza ed il sistema dei partiti.
    Il mio non è un richiamo generico, che risulterebbe non solo illusorio ma anche ingannevole, ad una presunta bontà o ad una ancor più fallace superiorità della società civile, ma tenere a mente che i comportamenti di parte consistente dei cittadini, e soprattutto dei giovani, sono mutevoli. Inclinano alla cura dei propri interessi, alla ricerca del benessere personale, all’apatia verso la politica, al disincanto o alla sfiducia, quando l’immagine che le istituzioni, i partiti, le amministrazioni deputate ai problemi della collettività danno di sé è grigia, povera di mete, di progetti, di positive ambizioni, avviata passivamente verso il futuro cercando solo nicchie protettive. Diventano assai diversi quando si sentono chiamati con sincerità, con autorevolezza, con chiari propositi a partecipare a disegni per i quali vale la pena assumersi delle responsabilità, agire collettivamente, far appello alla parte migliore di sé.Insomma, per farla breve, intendo dire che se la politica riacquista la capacità di allungare ed allargare lo sguardo, se ha più coraggio e più fiducia nella partecipazione popolare, beh le energie per affrontare positivamente le sfide del futuro ci sono.
    Del resto io sono profondamente convinto del messaggio cruciale contenuto nel vostro documento congressuale, che è “aprire sopratutto i giovani ad una nuova speranza”.

Sempre viva la Resistenza.

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