Commemorazione dei Dieci Martiri 2015

L’orazione ufficiale alla commemorazione dei Dieci Martiri è stata quest’anno tenuta da Danilo Andriollo, dirigente ANPI.
Ne riportiamo qui il testo.

Dieci Martiri 2015Cittadine e cittadini, autorità, un sentito ringraziamento a tutte e tutti per la vostra numerosa presenza qui, oggi, a ricordare un episodio particolarmente doloroso e feroce della storia della nostra città.

Un ringraziamento particolare rivolgo alle studentesse e studenti delle Scuole presenti, Lampertico, Pigafetta, Rossi e alle loro e ai loro insegnanti. La vostra presenza dimostra visione della storia e senso civico che dovrebbero essere assi portanti dell’insegnamento e della conoscenza.

Chi ha potuto conoscere partigiane e partigiani, come molti della mia generazione; ha potuto ascoltare i loro racconti e, a volte, godere della loro amicizia, ritengo abbia il dovere di trasmettere sensazioni e desideri, insieme a valori e ideali di coloro che hanno combattuto nella resistenza. Valori e ideali che costoro hanno portato con sé per tutta una vita, fino all’ultimo, e molte sarebbero le testimonianze che si potrebbero portare, a questo proposito.

Dieci Martiri 2015Oggi ricordiamo il brutale assassinio di 10 giovani, 10 ragazzi (la maggior parte di loro aveva vent’anni o poco più) che sono stati uccisi in questo luogo per aver compiuto azioni finalizzate a sconfiggere il potente esercito nazista e i suoi servi ed alleati fascisti, compiendo azioni che avrebbero poi consentito di conquistare la libertà e la pace per un Paese devastato dalla guerra, dopo venti anni di violenze subite, costretti a sopportare la negazione di tutte le libertà: di parola, di espressione del proprio pensiero se diverso e in contrasto con quello del regime, di vivere serenamente la propria vita. Questo è stato il fascismo, e non possiamo e non dobbiamo dimenticarlo. Per questo sono gravi e vanno condannate le troppe acquiescenze, implicite o esplicite o, peggio, le alleanze politiche che si costruiscono con forze che si ispirano esplicitamente al fascismo. “Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro”, afferma lo scrittore e antifascista cileno Luis Sepulveda. Coloro che hanno combattuto nella resistenza hanno assicurato un futuro migliore alle generazioni successive. I giovani e le giovani di oggi dovranno costruirselo, invece, un futuro migliore, perché gli uomini e le donne della mia generazione non hanno saputo garantirlo.

Quei dieci ragazzi vennero portati qui “nella tarda mattina dell’11 novembre del ’44”, ci ricorda Nino Bressan, comandante partigiano, che ha scritto un memorabile saggio su questa triste vicenda. Erano stati caricati su un camion nel carcere di Padova, dov’erano trattenuti in quanto responsabili di azioni partigiane compiute prevalentemente nel padovano.
Qui vennero fatti scendere dal camion e uccisi uno ad uno in modo che “ognuno di essi potesse vedere la fine che faceva il compagno che lo precedeva”. Poi furono lasciati a terra, sotto la pioggia, per 48 ore, per dimostrare alla popolazione e agli altri partigiani cosa fosse la “giustizia tedesca”.

La loro uccisione fu un’azione di rappresaglia a seguito di un attentato compiuto da una squadra di guastatori (ce n’erano numerose nel vicentino che compivano azioni di sabotaggio delle strutture e dei mezzi nazifascisti per indebolirne la potenza di fuoco e movimento. Strutture e mezzi erano i loro obiettivi, mai le persone): attentato che fece deragliare un treno bloccando una linea ferroviaria di portata strategica per i movimenti delle truppe e dei materiali nazisti e fascisti.
La brutalità di quella rappresaglia, e di molte altre che vennero compiute in quel periodo in numerosi luoghi del nostro Paese, è dimostrata dal comportamento del comandante della piazza tedesca. In precedenza, altre rappresaglie erano avvenute in provincia, e il vescovo di Vicenza aveva scritto al generale von Zanthier chiedendo di mettere fine al feroce spargimento di sangue vicentino, ottenendo l’impegno a cessare le rappresaglie. Quando, saputo della fucilazione dei 10 martiri, monsignor Zinato rifiutò di ricevere l’ufficiale tedesco di collegamento affermando: “mi rifiuto di ricevere chi non mantiene la parola”, la risposta del generale tedesco fu quella di far notare che egli aveva ucciso dieci padovani, non vicentini.

Coloro che oggi commemoriamo si chiamavano Walter Catter Vampa, Livio Gemmo, Lino Ercole Festini, Angelo Menardi, Guido Molon, Aldo Montemezzo, Massimiliano Navarrini, Silvio Paina, Luigi Pasqualin, Renato Mastini.

Quattro tra loro erano di etnia sinta. Qualcuno, con espressione diffusa, e oggi troppo spesso dispregiativa, direbbe genericamente zingari. Le professioni dei quattro, indicate nei documenti ufficiali: Walter Catter, di professione circense, Lino Festini, musicista-teatrante, Silvio Paina, girovago-circense, Renato Mastini, di professione circense raccontano di persone, parte di un popolo, nomadi. E’ doveroso ricordare che i nomadi, in particolare sinti e rom, sono stati tra le vittime privilegiate della ferocia nazista e delle repressioni fasciste. Oltre un milione e mezzo sono stati eliminati nei lager tedeschi. E’ giusto ricordarlo per segnalare che nella resistenza le differenze venivano riconosciute e valorizzate. Non era importante la provenienza, la religione, il credo politico: era importante battersi insieme per far cessare la guerra, liberare l’Italia e assicurare un futuro migliore e di pace. “L’avvenire di un giorno più umano, e più giusto, più libero, lieto” recita una poesia di Italo Calvino, divenuta poi canzone partigiana. È giusto ricordare il contributo dato alla resistenza da sinti e rom, anche per respingere i tentativi razzisti ai quali ancor oggi assistiamo, tendenti a colpevolizzare intere popolazioni, alla ricerca di capri espiatori di fronte all’incapacità e alle carenze culturali e di elaborazione di troppi sindaci o politici che usano le ruspe o ne parlano con troppa facilità o pseudo politici che usano l’invettiva contro le persone diverse da una presunta normalità. Dobbiamo riprendere l’insegnamento delle donne e gli uomini che hanno liberato l’Italia e ci hanno lasciato la nostra preziosa Costituzione la quale, tra l’altro, all’art. 10 stabilisce che “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici”.

La stragrande maggioranza di coloro che approdano alle nostre coste arrivano da zone di guerra, da luoghi nei quali le libertà fondamentali sono conculcate o da realtà dove non sono garantite condizioni di vita minimamente dignitose. Chiedo a coloro che rifiutano l’accoglienza di chi arriva da terre lontane di dimostrare il contrario: e di abbandonare la stupida divisione tra profughi di guerra, che andrebbero accolti, e profughi per ragioni economiche, che andrebbero respinti. Una voce autorevole ci ricorda frequentemente che l’ingiustizia sociale ed economica odierna è paragonabile ad una guerra. L’Italia anche oggi è impegnata in vari fronti di guerra, e continua ad acquistare armi micidiali, ultimi i missili da collocare sui droni (compresi quelli cosiddetti intelligenti, che vanno dritti a bersaglio. Spesso, poi, ci dicono che il bersaglio è composto soprattutto da donne, bambini, vecchi, che tutto facevano fuorché combattere. Ma questi li chiamano danni o effetti collaterali). E così si viola l’articolo 11 della Costituzione. Mi colpisce l’incapacità di comprendere ciò che sta accadendo, e cioè l’inevitabilità e irreversibilità del fenomeno migratorio. Non possiamo illuderci di poter continuare ad esportare la guerra e pensare che coloro che ne sono vittime non cerchino di scappare, per tentare di approdare a lidi più sicuri, cercando un futuro. Dovrebbe essere superfluo ricordare che partire dalla propria terra e dai propri cari è fonte di profonda sofferenza.

E non possiamo pensare di continuare a depredare i Paesi del sud del mondo pretendendo che coloro che li abitano accettino passivamente, se ne stiano buoni in condizioni di sfruttamento e poi magari cacciarli quando arrivano, perché non provengono da zone di guerra. Se non capiremo che l’unica via per affrontare seriamente la situazione che abbiamo davanti, è quella dell’organizzazione dell’accoglienza di queste persone, temo che andremo incontro a periodi bui, per noi stessi, prima ancora che per gli altri. E questa organizzazione la dovremo concordare con gli altri Paesi europei, che dovranno aprirsi, anziché alzare muri o stendere filo spinato, per rispondere positivamente ad un altro prezioso lascito della resistenza italiana, il Manifesto di Ventotene, dal quale ha tratto ispirazione l’idea di unità europea. Queste idee, ricordiamolo, nascevano su un’isola dove erano stati inviati al confino (non in vacanza, come disse uno tra i personaggi politici più squalificati che l’Italia abbia avuto nella sua storia) i maggiori protagonisti dell’antifascismo pre-resistenziale, tra i quali il più grande Presidente della Repubblica, Sandro Pertini.

A questo proposito, consentitemi di raccontare un aneddoto di questi giorni. Domenica sera, nel corso di una serata straordinaria a sostegno del popolo nepalese nella chiesa di San Lorenzo, il maestro Bepi De Marzi ha commosso tutte e tutti i presenti dedicando una ninna nanna nepalese ai profughi in arrivo in Europa, in Italia, a Vicenza i quali, ha detto, chissà se e dove avrebbero dormito, quella sera: ai bordi di una strada o lungo una ferrovia. Questa è la Vicenza e l’Italia che amiamo: quella che sa commuoversi e muoversi a compassione nei confronti di chi soffre per le ingiustizie di questo mondo dominato dal capitalismo in crisi.

C’è chi, in occasioni come quella odierna, si chiede se abbia ancora un senso ricordare episodi e vicende così lontane nel tempo; chi sostiene che queste cerimonie alimentano ancora rancori che andrebbero lasciati sopire e chi, da ciò, ne vorrebbe far derivare una pacificazione basata su una presunta equivalenza delle azioni partigiane e di quelle compiute da nazisti e fascisti.
Nel respingere questi tentativi di mistificare la storia, è il caso di citare ancora Italo Calvino, il quale, quasi preveggente, ne “Il sentiero dei nidi di ragno”, dando voce allo studente universitario, commissario politico della brigata partigiana, che vuole comprendere le differenze profonde tra partigiani e fascisti, fa dire da Kim al comandante Ferriera:

Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, la ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto – altro capo partigiano-, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni: per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria e l’uomo contro l’uomo.

Scusate la lunga citazione, ma questa è la migliore risposta che ho trovato ai tanti, troppi revisionisti storici degli ultimi anni, che vorrebbero mettere in un unico calderone combattenti per la libertà e per la dittatura. E a coloro che, con troppa facilità, rinunciano alla memoria o vorrebbero cancellare la storia. Il giovane partigiano Calvino nell’immediato dopoguerra si interroga sui valori che hanno guidato la lotta partigiana, sicuramente condivisi da coloro che qui, oggi, ricordiamo, e si interroga anche sui limiti, umani, dei diversi partigiani.

Ricordiamo che nella provincia di Vicenza, furono 12.645 i partigiani, le partigiane, le patriote e i patrioti riconosciuti: ben 2.607 i morti, tra partigiani e civili: in combattimento oppure fucilati o deportati nei campi di concentramento o di sterminio. Non dimentichiamo poi che la loro vittoria e le azioni che la precedettero furono possibili perché intorno a loro c’era chi li sosteneva, nascondeva, nutriva, accudiva. La resistenza quindi, nelle sue varie forme, non fu un fenomeno elitario, ma coinvolse larga parte della popolazione.

Gli ideali di costoro sono stati riversati nella Costituzione, certamente il maggior lascito della guerra partigiana. Costituzione scritta dalla Costituente, eletta da tutte le donne (per la prima volta, in Italia, grazie anche al grande contributo che le donne hanno dato alla resistenza, in prima linea e nelle retrovie) e gli uomini maggiorenni, dopo che le stesse e gli stessi avevano scelto la repubblica, cancellando la monarchia.
Nino Bressan, comandante della Divisione Vicenza, ricordava in un suo intervento tenuto in questo luogo il 10 novembre 2001: “Quando si dice che la nostra Costituzione, una delle più complete ed avanzate del mondo, è nata dalla Resistenza, si sappia che non è retorica, ma una grande verità. Sì, perché nelle soste della lotta si parlava ai contadini e agli operai del diritto alla terra ed al lavoro, ai ragazzi del diritto allo studio, alle donne del diritto di voto, a tutti si parlava di sanità, di libertà, di giustizia sociale. Anche per questo avemmo il massimo appoggio da parte di tutta la popolazione. E tutto questo è stato recepito nella nostra carta costituzionale, che non si deve stravolgere come si sta tentando ora: si potrà apportare qualche piccolo ritocco per adeguarla ai tempi, dopo aver sentito il parere di tutto il popolo italiano; ma sopratutto si deve attuarla completamente…. “.

Viviamo in una fase storica in cui non solo non viene applicata la costituzione: pensiamo all’articolo 1, che inizia con “l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, e che, dopo aver affermato che: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge,senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche,di condizioni personali e sociali.”, ricorda che: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini,impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”, ma nella quale continua il tentativo di mettere in discussione diritti conquistati in anni di lotte di lavoratrici e lavoratori e di tutte le donne e gli uomini di questo Paese. Le recenti leggi in materia di lavoro, i vincoli di bilancio che limitano le possibilità di finanziare servizi fondamentali, indice di civiltà di una nazione, a partire dalla sanità e dalla scuola, il mancato rispetto di vincoli sociali e ambientali in molteplici luoghi ed occasioni confermano il tentativo richiamato poco fa.
Il prossimo anno saremo chiamati a votare sulla riforma istituzionale e costituzionale che sta facendo molto discutere. Le Associazioni partigiane hanno rivolto pesanti critiche a ciò che il parlamento ha finora approvato e dovrà riapprovare. Invito tutte e tutti ad informarsi, a sforzarsi di comprendere ciò che è in gioco con queste scelte, ed a decidere di esprimere il proprio parere ricordando il messaggio che ci hanno lasciato coloro che sono morti per garantirci libertà e democrazia.
Vorrei concludere con alcune parole che Piero Calamandrei, uno dei padri costituenti, rivolse nel gennaio 1955 a numerosi giovani delle scuole medie superiori e universitari di Milano. Dopo aver ricordato il valore della Costituzione affermò:

Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione

Viva la Costituzione Italiana, Viva la Resistenza.
Grazie.