A.N.P.I. Vicenza

75° anniversario dell’Eccidio del Grappa

Orazione del prof. SANTO PELI

Bassano, 28/9/2019

I.

Come storico, mi sento un po’ spiazzato, un pesce fuor d’acqua, abituato ai tempi lunghi, a precisare, sviscerare gli avvenimenti nella loro complessità.
Mi limiterò dunque a qualche osservazione, tesa a inserire l’eccidio che oggi commemoriamo in un contesto più ampio, sia spaziale che cronologico, che ci permetta di riflettere intorno alle ragioni, le dinamiche, i modi in cui questa tragedia si realizza.

Per la comunità locale, per le vittime e per i parenti, di una tragedia si tratta, resa più inaccettabile da una giustizia mancata. Inserirla in un contesto di più lungo periodo è, credo, indispensabile per limitare il senso di assurdo, di incomprensibilità che la pura contemplazione dei fatti contingenti rischia di comunicare.

Prima, un paio di osservazioni sui fatti, ampiamente noti, ma è forse utile richiamarli in estrema sintesi per i giovani presenti. I fatti sono il rastrellamento del Grappa, che inizia il 21 settembre 1944, la battaglia che dura assai poco, vista la grande sproporzione delle forze in campo, e l’eccidio che ne scaturisce che invece dura una settimana.

Il rastrellamento fa parte di un ciclo di operazioni condotte dall’esercito tedesco con il continuo supporto delle truppe fasciste: inizia dal luglio 1944, e si intensifica quando diventa chiaro che le truppe degli Alleati non riusciranno ad oltrepassare la linea Gotica.

Tutti i rastrellamenti, a partire da Montefiorino, passando per il Cansiglio, il Grappa, la Carnia, il Friuli orientale, si chiudono con la rapida e netta sconfitta delle forze partigiane, scarsamente armate, inferiori per numero, preparazione, mezzi.

Le perdite partigiane variano a seconda che essi riescano a sottrarsi al combattimento frontale e a filtrare tra i rastrellatori (Montefiorino, Cansiglio), o che decidano di accettar battaglia stanziale.
E’ questo il caso del rastrellamento del Grappa, che in termini assoluti diviene la più grande sconfitta della Resistenza armata italiana.

Dal punto di vista militare, gli scopi che si prefiggono i comandanti tedeschi sono del tutto evidenti, e pienamente realizzati:

  • distruggere un aggregato di bande partigiane molto consistente (1200 uomini),
  • eliminare in tutta la zona la presenza di uomini, partigiani o potenziali tali, che vengono uccisi o deportati
  • razziare tutti i generi commestibili, le scorte alimentari e gli animali.

In sintesi, nella settimana successiva ai combattimenti, i rastrellatori tedeschi e italiani realizzano una distruzione sistematica dell’habitat, resa completa da una politica del terrore: secondo i dati, certamente incompleti, pubblicati nel 2007 da Sonia Residori, i morti in combattimento potrebbero essere una quarantina, cui si aggiungono però 108 fucilati e 70 impiccati.

A questi si debbono sommare centinaia di deportati nei campi di concentramento, molti dei quali certamente vi hanno trovato la morte.

Sulle ragioni della battaglia, e della sconfitta, e sui suoi effetti tragici, sappiamo ormai quasi tutto.

Sulle modalità in cui viene attuata questa politica del terrore, e sul ruolo che vi hanno anche i fascisti, invece, val la pena di continuare ad interrogarsi.

II.

Le forme con le quali viene data la morte sono sostanzialmente di due tipi: fucilazione o impiccagione.
Le fucilazioni avvengono in luoghi appartati, o all’interno di una caserma, mentre le impiccagioni sembrano rispondere ad una logica di spettacolarizzazione, sono, letteralmente, “messe in scena”.

A Bassano si scelgono le vie centrali, le più frequentate; nei paesi della Pedemontana i balconi, le cancellate, i pali della luce, ecc…affinché nessuno degli abitanti possa sottrarsi alla vista degli impiccati; a ciò si aggiunge il divieto di sepoltura. Non solo viene impedito il rito funerario, ma i cadaveri sono oggetto di insulti e derisione.

Credo che sia a tutti evidente che siamo di fronte a un di più di violenza, una ferocia, un bisogno di umiliare, di irridere, di negare l’umanità degli uccisi, ma anche della popolazione coinvolta. Direbbe Beppe Fenoglio, un bisogno di “disumanare” il nemico ucciso quanto la comunità, forzata ad assistere E, aggiungiamo noi, quello che va in scena è anche al “disumanarsi” dei carnefici, che nel caso delle impiccagioni di Bassano sono giovanissimi fascisti volontari, mediamente di 17 anni.

Ciò che si realizza qui è una profanazione della vita, e una profanazione della morte, che ci pone interrogativi non semplici.

Alla luce di quanto sappiamo con certezza, scaricare la colpa di queste pratiche “disumananti” sui nazisti, come fecero i pochi fascisti portati in giudizio a Vicenza e Treviso, non è possibile.

E’ indubbio che l’esercito tedesco durante la Seconda Guerra mondiale abbia messo in atto una politica del massacro di violenza inaudita in tutti i territori occupati.

Che i nazisti abbiano calpestato, in nome di una superiorità razziale, il diritto ad esistere di milioni di persone come mai era successo prima in Europa, è fuor di dubbio.
Però questo non deve servire, come è costume ancora troppo diffuso, per alimentare il mito di “Italiani brava gente”; A me pare che avesse perfettamente ragione Vittorio Foa, sostenendo che i tedeschi sono diventati “una grande risorsa per la tranquillità della nostra coscienza”.

Se vogliamo comprendere come sia stato possibile che dei giovani italiani non solo si siano prestati, ma abbiano partecipato a queste pratiche disumane quasi si trattasse di un rito esaltante, di cui compiacersi e vantarsi, non ci possiamo nascondere dietro la ferocia teutonica, la barbarie nazista, né limitarci alla deprecazione, o pensare di essere in presenza di comportamenti eccezionali, psicopatologici. Siamo invece in presenza, mi pare, di un massacro compiuto da persone ordinarie, portatrici, più o meno consapevolmente, di una cultura che si afferma nell’Europa fascista e nazista a partire dagli anni ’30, e che ha radici ancora più lontane.

Facciamo un salto all’indietro di 12 anni, al giugno 1936. Il Generale Rodolfo Graziani(futuro comandante delle forze armate della repubblica sociale italiana) è stato da pochi giorni nominato viceré d’Etiopia, e Mussolini, dopo aver proclamato Vittorio Emanuele III Imperatore d’Etiopia, invia a Graziani il seguente telegramma:

<<Condurre sistematicamente la politica del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici>>.

Anche prima di quest’ordine, la tattica seguita dalle truppe italiane non aveva fatto distinzione tra combattenti e popolazione civile, e fatto ampio ricorso anche alle armi chimiche. Tra il 1935 e il 1939 gli<<indigeni>> uccisi – così la stampa del regime chiamava gli etiopi – sono circa 250.000.

Per limitarci ad un solo esempio abbastanza famoso, quando il 19 febbraio 1937 Graziani resta ferito in un attentato a Addis Abeba, per tre giorni le truppe italiane, le camicie nere e anche molti civili italiani insediati in città scatenano una caccia al nero indiscriminata, che secondo le stime più prudenti provoca tra i tre e i seimila morti, senza distinzione d’età o di sesso, e migliaia di case incendiate

L’Etiopia non è certo un caso isolato di pratiche brutali: impiccagioni, teste mozzate ed esibite in giro per i villaggi, deportazioni di massa, caratterizzano tutta la nostra storia coloniale; chiunque può vedere in internet centinaia di fotografie sulla cosiddetta riconquista della Libia, o sulla conquista dell’Etiopia. Credo sia una esperienza utile, perché permette di comprendere che la ferocia disumanante che si abbatte sul Grappa, su Bassano e sui paesi della pedemontana nel settembre 1944 non è arrivata da Marte, e affonda invece le sue radici in una cultura che si era diffusa, fino a divenire pervasiva di gran parte della società italiana, durante le guerre coloniali.

Una cultura in cui il razzismo è centrale: solamente a partire dalla radicata convinzione che i popoli extra-europei appartengono a razze inferiori, e non possiedono nemmeno il diritto all’esistenza, ma solamente il dovere di essere sottomessi, o distrutti, si possono comprendere i comportamenti delle truppe italiane in Libia e in Etiopia.

Va subito chiarito che non si tratta di una specificità italiana, anzi.

Tutte le potenze coloniali hanno fatto ricorso, con l’alibi di una missione civilizzatrice, e con la solida convinzione della propria superiorità razziale, a brutali repressioni, che prevedevano anche lo sterminio di intere popolazioni, e in molti casi il genocidio vero e proprio.

Nella seconda metà dell’Ottocento, dall’Inghilterra alla Francia agli Stati Uniti alla Germania, si teorizza e si pratica il diritto-dovere, basato sulla superiorità della razza bianca, di impossessarsi di tutte le parti del globo occupate da popolazioni ritenute inferiori. Sterminarle, condannarle all’estinzione, diviene normale.

Si tratta di un tipo di guerra non convenzionale, non si combatte contro uno stato, contro un esercito, ma contro un popolo per definizione nemico, barbaro, incivile, primitivo, che in nome del progresso va reso schiavo o integralmente eliminato.
Non ho usato a caso la parola genocidio, che una colpevole pigrizia intellettuale fa coincidere solamente con la shoah:

nella seconda metà dell’Ottocento, intere zone del globo, come l’Australia, l’Africa centrale, l’America del Nord, la Nuova Zelanda, sperimentano un genocidio realizzato scientificamente per far posto ai colonizzatori bianchi, in nome della superiorità razziale e della inevitabilità del progresso.

Ricordare questi avvenimenti è indispensabile per prendere atto che la politica del massacro è un comune patrimonio dell’Occidente.
Ciò che fonda la terribile specificità del nazismo e del fascismo (che ad esso si aggrega e resta fedele sino alla fine) è di aver trasportato, e messo in atto nel cuore dell’Europa, queste pratiche che nelle guerre coloniali erano divenute normali.

Le motivazioni con le quali il governo tedesco giustificava il genocidio del popolo Herero tra il 1904 e il 1907(Africa sud-occidentale, l’attuale Namibia) sono pressoché

identiche a quelle ripetute infinte volte da Hitler per rivendicare l’inevitabilità, la doverosità della politica di sterminio messa in atto dalle truppe tedesche avanzanti verso est nel 1941, in territori che secondo i gerarchi nazisti erano occupati, transitoriamente e in definitiva abusivamente, da UNTERMENSCHEN, sottouomini (come il nazismo definiva tutti gli slavi).

Durante la seconda guerra mondiale, i nazisti hanno esteso ai popoli civilizzati d’Europa i metodi riservati fino a quel momento agli “indigeni, selvaggi, barbari” che vivevano al di fuori della cosiddetta civiltà

Non diversamente il regime fascista riteneva di avere pienamente diritto di sterminare centinaia di migliaia di Africani per far posto ai colonizzatori-civilizzatori italiani. Nel corso di queste guerre, si esalta, e ritiene di trovarvi ulteriore conferma, una visione gerarchica e razziale del mondo, dove ai vinti non solo non spetta l’onore delle armi, ma viene negato persino il rispetto delle salme: gli uccisi non sono persone, cittadini, e nemmeno uomini; la loro morte e il vilipendio dei cadaveri può essere celebrato come un divertente rito.

Infatti noi possediamo una enorme documentazione di questi macabri rituali perché sono spesso gli stessi autori dello scempio a farsi immortalare vicino al risultato delle proprie imprese. Dove a risaltare non è più il valor guerriero, in verità inesistente, ma l’infinita potenza di cui si inebria- vivo-, di fronte a un corpo ridotto a cosa e privato di ogni dignità.

Credo che almeno in parte queste considerazioni possano essere di qualche utilità per vedere, in quanto è successo su questi viali il 26 settembre del 1944, l’angosciante risultato di una concezione del mondo e degli umani profondamente intrisa del razzismo e del disprezzo della persona che restano i connotati indelebili del fascismo fin dalle sue origini.

Che a settantacinque anni di distanza da questi orrori si ripetano quotidianamente, in Italia come in altre parti d’Europa, scritte, slogan, simboli e saluti fascisti e nazisti, è un preoccupante sintomo d’ignoranza, smemoratezza. E inciviltà. Sarebbe bello, ma non giungo a pensare che accadrà, che quando negli stadi italiani si intonano cori razzisti e si ripetono saluti romani, i grandi schermi che sovrastano le curve si illuminassero, proiettando alcune delle fotografie che documentano l’eccidio di Bassano. Sapere per chi si fa il tifo, e a chi si inneggia, potrebbe essere salutare.

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